di Guglielmo Ferrazzano
Quella di Maria Antonietta Santangelo è un’altra storia di approdo all’estero, in Svizzera, dopo tentativi e sacrifici per rimanere in Italia, con lo scudo di una laurea in ingegneria. Dal suo racconto emerge la voglia di una vita normale, dove i servizi di base sono assicurati; assicurato il rispetto delle regole e la possibilità di avanzare professionalmente grazie ai propri sforzi. Banalità, che in Italia sono tutt’altro che una certezza.
Prima di arrivare in Svizzera hai provato a farti una posizione a Milano…
Sono originaria di Alife, partita a fine agosto 2016 per andare a Milano, dove ho cercato lavoro nel mio settore: ingegneria civile, indirizzo geotecnica.
Ho tentato per 3 mesi e mezzo ma sono riuscita a trovare solo piccoli lavoretti come babysitter fino alle 15.00 e ripetizioni nel pomeriggio per pagare l’affitto e mangiare, senza poter uscire o concedermi uno svago.
Stanca di vivere di briciole a fine novembre 2016 ho contattato una signora italiana che vive in Svizzera e lei mi ha aiutato a fare una presentazione in francese per lavorare come “Jeune fille au pair“ (ragazza alla pari, ndr), unica possibilità per imparare la lingua e lavorare per mantenermi all’inizio.
E sei riuscita a partire subito?
Dopo solo 1 settimana abbiamo già trovato una famiglia disposta ad accogliermi; ho fatto il colloquio l’8 dicembre 2016 e mi hanno detto che potevo iniziare poco dopo Capodanno. Inoltre ho avuto l’opzione di salire anche qualche giorno prima, così da fare conoscenza con la famiglia e sciare con loro, fino al primo giorno di lavoro.
Sembrerebbe un inizio da favola… e ti sei ambientata facilmente o hai incontrato resistenze?
Sono andata il weekend precedente al primo giorno ufficiale di lavoro, e mi hanno accolto come una di famiglia! La mattina del 5 gennaio, prima di cominciare a lavorare ho firmato il contratto con 4 settimane di vacanze e orari definiti. Dopo 1 anno e mezzo ho trovato lavoro in un’impresa di costruzione come designatrice AutoCAD e assistente amministrativa, dove sono rimasta per 5 anni.
Nel settembre del 2023 ho trovato il posto che corrisponde ai miei studi e finalmente ho il mio titolo tanto sognato ingegnere civile geotecnico.
Cosa ti ha spinto a lasciare l’Italia?
L’impossibilità di trovare un lavoro che rispecchiasse i miei studi e l’impossibilità, dopo tanti sacrifici di comprare una macchina, avere un appartamento tutto mio. Io qui ho trovato tutto quello di cui avevo bisogno: un lavoro da sogno con possibilità di non dipendere da nessuno economicamente e di fare carriera.
Inseriamo un commento al discorso di Maria Antonietta. In Italia, oggi, rendersi indipendenti è una sfida. Con stipendi che si attestano sui 1.550 € netti al mese (fonte Jobbydoo), si riesce a stento a mettere qualcosa da parte, contando che molti vivono in affitto. Le “buone regole” che riverberano in interviste, guide specialistiche e dibattiti televisivi, raccontano che bisognerebbe mettere da parte almeno 6 mesi di stipendio in un fondo di emergenza (circa 9mila euro). Dicono anche che bisognerebbe investire in una pensione integrativa, perché quelle attuali, basate sul sistema contributivo, non riusciranno a sostenere il costo della vita.
Infatti, mentre scriviamo, aleggia il pericolo dello spostamento a 70 anni di età per andare in pensione (ancora una voce di corridoio).
In più, dal mercato arriva la lamentela dello scarso ricambio di automobili; cosa impossibile visto che molte auto nuove (accessoriate decentemente) costano oltre 20mila euro, cioè più di 1 anno di stipendio da mettere da parte. Se una persona paga un affitto medio di 500 € al mese, spese escluse, si comprende che queste “buone regole” di vita sciorinate nei salotti sono inapplicabili.
Secondo i dati Eurostat 2024, nel resto d’ Europa si lascia casa intorno ai 26,2 anni, contro i 30 anni dell’Italia, che vede in fondo alla classifica uomini del Sud. I primi ad andare via dal nido familiare sono i finlandesi, con età media di 21,4 anni.
Cosa ti piace della Svizzera?
Il rispetto delle leggi, la possibilità di passeggiare in campagna senza aver paura di cani randagi che ti aggrediscono, l’ordine. La Svizzera rispecchia le mie idee e non c’è nulla che cambierei. Io qui mi sento soddisfatta.
Di cosa ti occupi?
Come detto prima, ora sono ingegnere civile geotecnico, quindi mi occupo della progettazione di opere di fondazione e sostegno dei terreni, seguo i cantieri, quindi vedo quello che ho calcolato e questa è una grande soddisfazione.
E come vanno le relazioni sociali?
La gente è disponibile e rispettosa e ho dei vicini e dei colleghi di lavoro stupendi.
Cosa ti manca dell’Italia e di Alife?
Delle volte i miei genitori, mia sorella e mio fratello, ma fortunatamente con tutti gli strumenti che abbiamo oggi riusciamo a consigliarci sulle scelte importati in tempo reale, quindi alla fine ho risolto la mancanza dell’Italia.
Secondo te, cosa manca al tuo territorio di origine?
Occasioni di lavoro.
L’ultima risposta è efficace proprio perché non lascia spazio a interpretazioni. Una, però, la inseriamo. L’area Matese conta circa 54 comuni, la maggior parte piccoli e che vivono lo spopolamento per ragioni di lavoro. A peggiorare le cose è l’isolamento politico, visto che Napoli e Salerno sono i centri decisionali della regione e la crocevia di beni e servizi.
Diversi comuni sono collegati dalla tratta ferroviaria gestita da EAV (Ente autonomo del Volturno) ma i tempi di percorrenza sono preistorici: circa 1 ora e 30 per arrivare a Caserta, più di 2 ore per arrivare a Napoli. In confronto, con 2 ore di auto si arriva a Roma. Nell’area Matese non c’è linfa vitale: nuovi progetti, nuovi servizi e nuova forza lavoro. Negozi aprono e chiudono poco dopo; per spendere ci si sposta fuori.
L’unico eco che risponde alla chiamata urgente del “lavoro” è quello del “Turismo sostenibile”, che secondo i critici dovrebbe risolvere tutti i mali. Di cui però manca una definizione precisa, e un piano d’azione.
