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    Home»Chiesa e Diocesi»Le beatitudini e il “paradosso” della vita. Commento al Vangelo domenica 1 febbraio
    Chiesa e Diocesi Commento al Vangelo

    Le beatitudini e il “paradosso” della vita. Commento al Vangelo domenica 1 febbraio

    Redazione30 Gennaio 2026Nessun commento
    Carl Heinrich Bloch: “Sermone della montagna” (1877) – Museo di Storia Nazionale al Castello di Frederiksborg

    Sorella Michela Arnone
    Comunità Monastica di Ruviano

    Quarta domenica del Tempo ordinario – Anno A
    Sof 2,3;3,12-13; 1 Cor 1,26-31; Mt 5,1-12a

    Con il passo di oggi del Vangelo di Matteo si entra a pieno titolo nella predicazione di Gesù: si tratta del primo grande discorso, il discorso della Montagna. Domenica scorsa avevamo ascoltato sulle labbra di Gesù la stessa parola del Precursore sull’urgenza della conversione a motivo dell’avvicinarsi del Regno dei cieli. Il narratore ci aveva detto che Gesù, dopo aver chiamato quattro discepoli, girava per la Galilea, insegnava nelle sinagoghe e curava tutte le malattie di coloro che venivano portati da Lui; molte folle lo seguivano da tutta la terra di Israele. Ed è per questa folla che, all’inizio del nostro brano di oggi, Egli sale sul monte dal quale tiene il primo discorso, la prima predicazione, che evidentemente ha grande importanza. Egli si siede e i discepoli si avvicinano; sedendosi vuole indicare che è il maestro e che parla con autorità di cose che conosce, di cose nelle quali è esperto. Ponendosi così chiede di essere ascoltato con fiducia, con le orecchie attente di chi sa che di fronte a sé ha qualcuno di più grande di lui, qualcuno dal quale c’è da imparare.

    Purtroppo per noi, il testo delle beatitudini ci è molto noto e questo ci facilita quella operazione per la quale disinneschiamo velocemente la sua portata stravolgente e trasformatrice. Al massimo, di fronte a questo testo, ci si concede di raccontarsi la storia dell’uomo paziente che sopporta il male, perché tanto non può fare diversamente; come se in questa passività starebbe qualcosa di buono di cui Dio dovrebbe essere contento. Niente di più lontano dal cuore del messaggio di Gesù. Le beatitudini, invece, sono una vera “bomba” che, se lasciamo esplodere, vuole stravolgere i paradigmi con i quali viviamo e dentro i quali siamo immersi. La proposta potrebbe essere questa: proviamo a far esplodere questa bomba, proviamo a immaginare un mondo nel quale sempre più uomini danno veramente credito a queste beatitudini, cambiando il loro modo di sentire le cose piccole e grandi della loro vita… Che mondo ne verrebbe fuori? Per poter rispondere a questa domanda, dobbiamo cercare di cogliere il cuore di queste beatitudini, sulle quali si appoggia tutto il resto della predicazione di Gesù. Partiamo dai termini: macários in greco, che traduce l’ebraico ’aŝrê, significa “beato”, cioè felice. Ogni volta che il termine ricorre vuol dire che si sta parlando di questo, di felicità, di possibilità di esserlo, di vie per la felicità. Leggendo il testo di queste beatitudini, che evocano tutte situazioni difficili e anche spiacevoli, ci si sorprende e l’ascolto rischia subito di chiudersi. Tutte quelle situazioni difficili, che raccontano infelicità, dolore, patimento, tristezza, cosa hanno a che fare con la felicità? Di che felicità si parla? Non è forse vero che quando ci sono situazioni avverse, contrarie, difficili, allora quello è il tempo dell’infelicità e che la felicità risieda nel contrario di queste situazioni? O forse la “felicità” non risiede tanto nelle situazioni quanto nel cuore degli uomini? Il termine ebraico deriva dalla radice del verbo del “camminare”, “andare avanti”: forse che la felicità risieda nella direzione, nel senso che si dà alle cose e alla vita? In questa ottica possiamo entrare meglio in contatto con la felicità paradossale proposta da questo racconto.

    Prima di fare questo discorso Gesù ha incontrato un’umanità sofferente, basta andare a qualche versetto precedente al nostro brano; Egli ha incontrato infermità e debolezza, dolore, persone che desideravano essere guarite per poter essere felici. Possiamo immaginare che tutti quelli che sono nominati nelle beatitudini siano volti e vite concrete di persone che Gesù ha appena incontrato, in cui ha scorto dolori e domande, misti a una ricerca di senso. Tutto questo dolore incrociato ha sicuramente smosso il cuore di Gesù e deve averlo spinto a cercare nel Padre delle risposte, così da darle ai suoi discepoli e alla folla che lo seguiva. E allora sgorga dal suo cuore questa rivelazione: Beati i poveri in spirito, (…) Beati quelli che sono nel pianto, (…) Beati i miti, (…)
    Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, (…). Beati i misericordiosi, (…). Beati i puri di cuore, (…). Beati gli operatori di pace, (…). Beati i perseguitati per la giustizia, (…)
    Qui si entra nel mistero della vita, in quel paradosso che la vita stessa porta con sé. A questo paradosso, il Figlio di Dio prova a dare un senso, indicando una via, indicando una possibilità. Un modo nuovo di leggere la vita. Un modo nuovo perché è il modo di Dio… Nel dire “beati” Gesù sa che sta usando un’espressione nota; lo comprendiamo perché nella sacra Scrittura il termine “beati”, in ebraico e in greco, ricorre spesso e soprattutto nei Salmi. Tutte quelle beatitudini precedenti, perciò, possiamo considerarle come la base sulla quale si muovono le parole di Gesù; esse ci aiutano ad avere una chiave di accesso alla novità portata dal Figlio di Dio. Tra le beatitudini presenti nei Salmi, senza poterle citare tutte, si può notare un tema ricorrente: l’affidarsi a Dio. “Beato chi in lui si rifugia” (Sal 2,12); “beato l’uomo che in lui si rifugia” (Sal 33,9); “Beato l’uomo che ha posto la sua fiducia nel Signore” (Sal 40,5); “Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio” (Sal 84:6); “Beato l’uomo che in te confida” (Sal 84,13). Allargando lo sguardo, il tema è lo stesso: “Beato chi abita la tua casa” (Sal 84,5); “Beato chi custodisce i suoi insegnamenti” (Sal 119,2); “Beato chi cammina nelle sue vie” (Sal 128,1); “Beato il popolo che ha il Signore come Dio” (Sal 144,15); “Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe” (Sal 146,5).

    L’orizzonte per poter dare senso alle beatitudini di Gesù è quello aperto dalla presenza di Dio: l’uomo che non si vede chiuso nei confini della storia puramente umana, meravigliosa ma limitante, può entrare in una nuova ottica, quella proposta nel discorso della montagna. È la presenza di Dio che cambia le cose, è l’uomo che permette a Dio di esserci – confidando in Lui, dimorando in Lui, camminando in Lui – che può vivere le beatitudini: uomini che piangono sono consolati, poveri sono gli eredi del regno dei cieli, amanti della giustizia sono saziati, puri di cuore sono quelli che vedono Dio. Tra la premessa di ogni beatitudine e la sua conseguenza, bisogna immaginare che c’è Dio in mezzo, c’è la relazione tra l’uomo e Dio, c’è il Suo intervenire, c’è il Suo mistero che è più grande di ciò che da soli percepiamo ma nel quale siamo immersi. Allora, quello sconvolgimento che le beatitudini portano è il vivere “davvero” nella prospettiva di Dio, proiettati in avanti e oltre, mettendo Dio al centro e lasciandosi da Lui portare in quell’orizzonte di vita che è tanto più ampio di noi.

    Per ogni beatitudine si potrebbe fare un lungo discorso, ognuna di esse fa eco a tematiche e questioni importanti in tutta la Scrittura. Oggi, però, possiamo almeno provare a sentire la provocazione di questo Dio che vuole cambiare e stravolgere i nostri parametri, che ci dice che se in Lui poniamo rifugio, tutto si capovolge. E oggi possiamo provare a sentire quale sia quella beatitudine che ci provoca in particolare, chiedendoci cambiamento e apertura a Dio. Quella su cui mi soffermo è “la mitezza”; saranno i miti a ereditare la terra. Oggi, come sempre nella storia, gli uomini raccontano altro: sembra che quelli che detengono il potere possiedono ed ereditano la terra. E tante volte avviene, lo vediamo nelle vicende politiche anche dei nostri giorni dove i dominatori del mondo decidono le sorti di popoli e nazioni intere, tante volte generando guerre, dolori e sofferenze. Di fronte a questo, Gesù viene a dirci che non è questa la via; Egli ci dice che la via per ereditare la terra è la mitezza. La mitezza è quella dell’uomo sapiente, che sa ponderare ogni cosa e tenere insieme sé stesso, i suoi bisogni e i suoi desideri, integrandoli con ciò che vive intorno a lui; il mite è colui che responsabilmente prende decisioni oculate e placa la sua ira e la sua rabbia attraverso l’affidamento a colui che tutto regge, il Signore Dio. E allora avrà assunto su di sé la figliolanza piena e potrà ereditare la terra… E per te? Qual è la beatitudine che oggi vuole incontrare la tua vita e stravolgerla?

    Beatitudini bibbia chiesa cattolica Commento al Vangelo fede Parola di Dio Sacra Scrittura

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