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    Home»L'italia fuori dall'Italia»Da Piedimonte al cuore dell’Europa: la storia di Simone, giornalista partito dal Matese per raccontare l’Europa
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    Da Piedimonte al cuore dell’Europa: la storia di Simone, giornalista partito dal Matese per raccontare l’Europa

    Giornalista a Bruxelles per Domani e AGI; la storia di Simone Martuscelli come quella di tanti partiti in cerca di stimoli
    Redazione24 Febbraio 2026Nessun commento

    “C’è sempre, secondo me, all’estero un leggero spaesamento di fondo. Tutti quanti più o meno siamo bravi a dissimularlo, a compensarlo, ma c’è”.

    È il pensiero con cui Simone Martuscelli, 28 anni, nato nel 1997, guarda all’Italia da Bruxelles. Lui che oggi lavora come corrispondente dall’estero per l’agenzia di stampa AGI e collabora con il quotidiano Domani, ha scelto la capitale belga non solo per costruire un curriculum, ma per respirare un ambiente più stimolante e che fosse in linea con le sue aspirazioni professionali. Difatti, Simone non è partito in fuga dall’Italia, ma per completarsi professionalmente, mantenendo comunque un legame forte con le sue radici a Piedimonte Matese.

    Il giornalismo poteva essere raggiunto da mille strade diverse, ma la sua passione per le questioni europee lo ha guidato fin dagli studi triennali. 

    Una scelta non casuale: “Avevo già l’idea di fare questo mestiere e quello era il percorso che sentivo più mio”. Dopo il liceo linguistico James Joyce di Piedimonte Matese, Simone ha studiato Lettere alla Sapienza di Roma e poi ha ottenuto un doppio diploma magistrale tra Roma Tre e l’Università Paris Cité in storia europea e internazionale. 

    “Da una parte lettere mi sembrava un percorso più classico, dall’altra ti apre anche a porte che non siano solo il giornalismo. E poi la storia, con un focus su questioni europee”, racconta Simone, che già durante gli studi aveva maturato l’idea di specializzarsi in politica internazionale.

    La sua esperienza all’estero è iniziata a Parigi, per poi approdare a Bruxelles nel febbraio 2024, quasi due anni fa. Una città che per un italiano non rappresenta uno shock culturale: “Ci sono più di 180 mila italiani in Belgio, che fa 11 milioni di abitanti. Nella piazza principale di fronte al Parlamento Europeo ci sono due bar italiani, una libreria italiana. C’è persino un Roma Club”, racconta sorridendo.

    Ma Bruxelles non è solo accoglienza. È anche competizione, soprattutto per chi arriva come tirocinante: “Tutti vogliono trovare qualcosa per poi rimanere, e quindi fai un po’ fatica. Può essere una città competitiva, un po’ chiusa. È importante cercare di uscire dalla bolla politica”, ammette Simone.

    Cosa gli ha permesso di costruirsi uno spazio in un contesto così competitivo? “Essere professionali il più possibile, sapere bene le cose, essere molto precisi e puntuali. Bruxelles è forse uno degli uffici di corrispondenza più difficili per i giornalisti, perché è tecnico da morire e spesso autoreferenziale”, spiega.

    Ma c’è di più: “Un’altra parte del mestiere è avere relazioni umane e non interpretarle solo come fonti. Avere relazioni che siano il più genuine possibili e che siano anche professionali è tanto di guadagnato“. Anche a Bruxelles, insomma, nonostante ci raccontino l’esistenza della sola burocrazia, c’è la necessità di avere forti doti di empatia.

    La sua giornata tipo è intensa: sveglia alle sette, lettura di newsletter, briefing con la Commissione Europea, solitamente il martedì a mezzogiorno; incontri con parlamentari, assistenti, funzionari e diplomatici durante il giorno. “Di solito entro le cinque, le sei finisco di scrivere il pezzo per il quotidiano. Quando però poi ci sono i vertici con tutti i leader si fanno le due, le tre di notte quando va bene”. 

    È sempre interessante notare come ciò che accade nel mondo abbia un effetto concreto sulla vita quotidiana dei singoli individui, a indicare come nel nostro contesto globalizzato tutto sia connesso e nessuno possa tirarsi fuori dall’interessarsi alla vita politica e sociale. “La nostra giornata è diventata: fai il lavoro normale fino alle cinque di pomeriggio, poi alle cinque si svegliano in America e tutto può cambiare“, scherza Simone riferendosi all’impatto che l’amministrazione Trump ha avuto sul lavoro dei corrispondenti europei. Un mestiere che richiede una grande dose di flessibilità, sia di orari che intellettuale.

    Ma a parte il lavoro? Nel poco tempo libero Simone si sposta molto nei weekend: “Ci sono un sacco di posti raggiungibili, il Belgio è pieno di città carine: Gent, Bruges, Liegi. La Francia è vicinissima, c’è l’Olanda, la Germania. È facilissimo prendere il weekend e andarsene a fare un giro”. Legge molto, fa sport, gioca a basket, corre. E cucina a casa, cercando di ricreare quei sapori che a Bruxelles, tra cozze con patatine e carbonade, non sempre si trovano facilmente.

    Un’occhio alla amata Italia
    Quando si vive all’estero si vive sempre un po’ divisi: con un occhio si gestisce il quotidiano mentre l’altro lo si rivolge al proprio paese di origine, soprattutto se si viene da un’area interna dove le relazioni hanno un peso maggiore e la dimensione sociale del paese è sempre fondamentale. “A Piedimonte cammini per strada, incontri un sacco di gente che conosci. Qua invece magari ci sono amici con cui siamo anche stretti, ma che non vedo da dicembre, perché quel weekend c’è da fare, quel weekend non c’è, e non ti vedi per due mesi. A Piedimonte questa cosa non è possibile. A Natale non serve prendere appuntamenti, le persone le incontri per strada”.

    Per ora il piano di Simone è chiaro: restare a Bruxelles ancora due o tre anni, costruire esperienza, ma tenere aperta la porta per un ritorno. “L’Italia ha anche i suoi contesti prestigiosi”, riconosce, e la possibilità di tornare un giorno non è remota. “Cambiano le cose in famiglia, i miei amici magari si muovono e piano piano si allontanano. Ad un certo punto magari quell’aspetto assume un peso più importante rispetto a puntare tutto sulla carriera”, afferma.

    Le fasi della vita infatti sono essenziali, ma per tornare bisogna anche avere il coraggio di cambiare quello che in Italia non va o manca. Dal suo osservatorio privilegiato a Bruxelles, Simone ha uno sguardo lucido sui problemi italiani: “Manca proprio la lungimiranza, che vuol dire anche rischiare. La capacità di credere in una tendenza di sviluppo, di innovazione. La prima reazione è sempre: quali sono i problemi che questa cosa può portare?“. L’attenzione al passato, alle tradizioni, a quel comodo “si è sempre fatto così” rischia di trasformare l’Italia in un monolite che allontana la creatività e quella capacità di pensare fuori dagli schemi tipica della gioventù, in nome della stabilità.

    “Sì, è vero che il governo italiano sembra essere particolarmente stabile, ma manca l’idea di dove vuoi portare il Paese. La stabilità dovrebbe essere la precondizione per implementare il disegno, ma adesso che c’è un briciolo di stabilità, manca ancora“. Il risultato? “È pieno di gente che è andata in America o nel resto d’Europa e sviluppa le idee che avrebbe potuto sviluppare in Italia, ma non c’era l’accesso al mercato o chi ti desse l’opportunità di svilupparle“.

    Si parte per crescere
    Il Rapporto CENSIS 2024 dà ragione a Simone: il verbo usato dagli analisti per descrivere gli italiani era proprio “galleggiare”. Dai giovani agli anziani si galleggia, si vivacchia. I giovani si chiedono “chi me lo fa fare?” e questa mancanza di dialogo intergenerazionale porta a non avere la forza per cambiare. Questo nonostante la grande movimentazione giovanile del 2019 con i Friday for Future o, più recentemente, con le manifestazioni per Gaza: l’energia non si converte in partecipazione politica o in dinamicità sociale. La storia di Simone è quella di un giovane che non è partito per disperazione, ma per crescere. Che guarda all’Italia con occhi critici ma costruttivi, con la speranza che un giorno il Paese possa offrire non solo stabilità, ma anche una visione. E che, nel frattempo, continua a raccontare l’Europa ai lettori italiani, portando con sé l’esperienza, la lucidità e quel pizzico di nostalgia per la vita a Piedimonte Matese, dove basta scendere in strada per incontrare chi ami.

    Pierluigi Reveglia

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