
Nell’articolo precedente (leggi qui) sottolineo come il “mondo online” e il “mondo offline” sono due mondi con una stessa esperienza umana, ma che dobbiamo capire che tipo di umanità vogliamo portare nel mondo digitale, come vogliamo viverlo!
Sui social raccontiamo la nostra vita. Postiamo momenti, emozioni, luoghi, relazioni. Rendiamo pubblico ciò che un tempo sarebbe rimasto intimo. Ma è davvero tutto così trasparente come sembra? In realtà, mentre mostriamo molto, scegliamo anche cosa non mostrare.
Ognuno di noi ha costruito, chi più chi meno, un’identità digitale. Un’identità che ci somiglia, forse. Un’identità più coerente, più “presentabile” di quella reale. È una versione selezionata di noi stessi: luci accese, ombre fuori campo. Le fragilità, i fallimenti, i momenti di incertezza raramente trovano spazio. Non perché non esistano, ma perché non vogliamo che essi ci rappresentino, come se non pubblicando i fallimenti, le paure esse non facessero parte di noi.
Pensiamo a una situazione comune: siamo in viaggio, in compagnia, in un luogo bello. Scattiamo decine di foto. Poi scegliamo. “Questa sì, questa no”. Il criterio è diventato: “Cosa non devo mostrare?”. Postiamo quasi tutto, tranne ciò che stona con l’immagine che abbiamo costruito.
Il privato non è più il punto di partenza, ma ciò che resta dopo la selezione, è lo scarto di quello che rimane.
Sembra una differenza banale, ma non lo è. Non partiamo più dall’interiorità per decidere cosa rendere pubblico; partiamo dal pubblico e ritagliamo piccoli spazi di riservatezza. Viviamo sapendo di poter essere visti, giudicati, misurati.
Essere umani nell’era dell’algoritmo
Recuperare uno spazio di autenticità. Alcune parti di noi non hanno bisogno di essere postate per esistere. E forse, proprio quelle, sono le più vere: il mondo reale e il mondo digitale si intersecano, nessuno deve prevalere, dobbiamo essere capaci di farli convivere nel migliore dei modi.
Nicola Tartaglia