
Quando apriamo TikTok o Instagram abbiamo la sensazione di scegliere? Scorro il video, non lo vedo, lo salto? In realtà, prima che il dito tocchi lo schermo, qualcuno, o meglio qualcosa, ha già scelto per noi: sono gli algoritmi.
Gli algoritmi analizzano le interazioni: like, commenti, quanto tempo interagiamo, quali contenuti salviamo, quali visualizziamo senza interagire. Tutto è importante. Tutto è tradotto in dati; dati che servono per costruire un feed su misura. Ecco perché ci compaiono contenuti che ci “assomigliano”: conoscendo i gusti, le idee, le emozioni.
Perché esistono gli algoritmi? La risposta è più semplice di quello che pensiamo. Vedresti mai un contenuto che non ti interessa? Probabilmente no. Quando navighiamo, il tempo che passiamo online è la vera moneta di scambio: più restiamo online, più pubblicità ci viene mostrata. Per questo l’obiettivo principale degli algoritmi non è la qualità dei contenuti, ma la capacità degli algoritmi di farci restare online il più a lungo possibile. All’algoritmo non importa se quello che vediamo è vero, profondo o utile: l’interesse dell’algoritmo è solo la nostra reazione.
Così si crea la cosiddetta “bolla”: ci viene mostrato un feed personalizzato in cui vediamo opinioni simili alle nostre, volti familiari, idee che confermano ciò che già pensiamo. Il vero problema, quindi, è sapersi mettere in discussione. Se su un tema vediamo sempre la stessa faccia della medaglia, possiamo davvero dire di comprenderlo fino in fondo?
Il feed personalizzato limita il pensiero critico, perché non porta alle persone le opinioni contraddittorie. L’algoritmo non ci vuole far crescere come persone o per far crescere i cittadini.
Essere umani nell’era dell’algoritmo
Ciò che vediamo non è “il mondo”, ma una sua versione filtrata. Dobbiamo imparare, consapevolmente, a cercare ciò che l’algoritmo non ci mostrerebbe mai da solo.
Nicola Tartaglia
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