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    Home»Attualità»Medio Oriente in fiamme. Nell’era dell’IA il rischio è di percepire tutto come un videogioco
    Attualità

    Medio Oriente in fiamme. Nell’era dell’IA il rischio è di percepire tutto come un videogioco

    Secondo il filosofo Adriano Fabris, la comunicazione digitale e i social stanno cambiando la percezione della guerra in Medio Oriente.
    Redazione10 Marzo 2026Nessun commento
    Siria, 5 marzo 2026. Bambini giocano vicino ad un missile inesploso. Foto AFP/SIR

    La guerra, che sta infiammando il Medio Oriente, con la massiccia operazione militare lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con centinaia di bombardamenti su basi militari, difese aeree, missili e centri di potere del regime, e la risposta iraniana con missili e droni contro Israele e basi Usa nel Golfo, ampliando il conflitto regionale e colpendo diversi Paesi della zona, come viene percepita dalla gente? Da un lato, ci sono moltissimi video, reel sui social, immagini e mappe, che dettagliano quello che sta avvenendo. Dall’altro, però, c’è il rischio che tutto sia considerato quasi alla stregua di un grande videogioco, senza realizzare che dietro quelle immagini ci sono morti, feriti e tanta sofferenza. Al SIR ne parla Adriano Fabris, professore di Filosofia morale e di Etica della Comunicazione all’Università di Pisa.

    Professore, c’è il rischio che le immagini di esplosioni, bombe, mappe ci appaiano come videogiochi piuttosto che come armi distruttive che portano morte?
    Il rischio c’è. Cerchiamo di comprenderne perché. Innanzitutto, dobbiamo capire come è cambiata negli ultimi tempi la comunicazione e di conseguenza anche l’informazione giornalistica. Da un modello di informazione che riportava i fatti, ciò che realmente avveniva nelle varie parti del mondo, e che poi magari li interpretava, li contestualizzava, attraverso commenti, siamo passati a una comunicazione che anzitutto racconta, che fa quello che si chiama storytelling. Questo è sempre naturalmente avvenuto, però lo facevano soprattutto le ideologie, quei regimi che volevano raccontare il mondo in un certo modo e che magari poi venivano smentiti dalla realtà dei fatti. Adesso questo modo di comunicare come storytelling, come racconto che prende il sopravvento sulla realtà delle cose, tende completamente a sostituire l’informazione dei fatti.Questo è lo sfondo comunicativo che abbiamo di fronte.

    Perché è avvenuto questo?
    Il motivo sta negli sviluppi tecnologici, i social prima, l’intelligenza artificiale poi. La tendenza dell’intelligenza artificiale è quella di imitare la realtà, di riprodurla, ma addirittura, più ancora, di creare immagini alternative, immagini diverse sulla base di quello che a me serve, di quello che io voglio raccontare nel mio storytelling, immagini che poi si sostituiscono alla realtà. Lo storytelling si impone perché ha questo potere enorme dovuto alle tecnologie. Se Jean Baudrillard, qualche decennio fa, diceva che la televisione è in grado di far scomparire la realtà attraverso le sue immagini, adesso siamo ancora oltre. Oggi la realtà può essere ricreata grazie alle tecnologie dell’intelligenza artificiale.All’interno di questo, determinati regimi, determinati leader politici ormai non si curano della realtà e raccontano le loro storie e versioni dei fatti, indipendentemente da quanto effettivamente accade. Questo è quello che avviene dalla parte dei mittenti, cioè di coloro che propongono l’informazione.

    E noi che vediamo queste “storie”?
    Noi riceventi ormai siamo abituati ad una realtà che è ricreata, quella delle nostre bolle comunicative, quella che si è ormai trasformata in una fiction. E pertanto senza problemi e senza accorgerci che stiamo veramente facendo qualcosa di estremamente ingiusto, scorretto, eticamente riprovevole, scambiamo l’affondamento della fregata iraniana da parte di un sottomarino americano con 180 persone a bordo, la maggior parte affogati nell’Oceano indiano, per un videogioco.

    In uno scenario di questo tipo, c’è il rischio che prevalgano una neutralizzazione emotiva, l’indifferenza, l’incapacità di compassione, cioè tutto quello che ci rende umani?
    Direi non solo di sì, ma allargherei il discorso perché il passaggio che precede questa neutralizzazione emotiva è il fatto che la realtà non la considero più e quindi non considero più vere le cose, neanche quelle che io vedo con i miei occhi. Le considero appunto una rappresentazione, l’immagine prende il posto della realtà vera ma l’immagine è qualcosa che io costruisco, manipolo, trasformo: quindi non prendo più sul serio l’immagine, c’è un disinteresse, un’indifferenza anzitutto nei confronti di quello che vedo. La conseguenza di tutto questo è il distacco, la non partecipazione emotiva, il venir meno della empatia, proprio perché l’empatia è basata sul credere vero quello che io ho di fronte, se non lo credo più vero non scatta neppure questo sentimento, questo modo di atteggiarmi. E poi nel momento in cui invece scattasse arrivano coloro che dicono che l’empatia è un peccato, che l’empatia non deve essere assolutamente provata.

    Anche il linguaggio ha il suo peso. Trump e Netanyahu usano parole molto forti: guerrieri, eroi, radere al suolo, massacrare…
    È un linguaggio antico perché certamente rientra nella retorica della guerra, tutti i regimi bellicisti usano determinate parole chiave, una certa retorica per motivare l’opinione pubblica a sostenere le loro decisioni. Questo c’è sempre stato e rientra nei discorsi ideologici. In Europa dopo le tragedie del secolo scorso, credevamo di esserne ormai immuni, di capire il meccanismo di queste ideologie e, invece, a quanto pare hanno ancora una loro attrattiva. Ogni ideologia bellica si basa sul fatto che la realtà della guerra, la crudeltà, i morti, i disastri che essa provoca vengono in qualche modo devitalizzati, disinnescati nella nostra emotività. Ma adesso, grazie ai meccanismi di cui parlavo prima, quando noi vediamo le macerie di Gaza o una bomba che fa esplodere una nave nella nuova guerra, a ora di cena mentre guardiamo il Tg, tutto questo ci sembra una rappresentazione, un’immagine, un film come quello che vediamo prima o dopo il telegiornale. La differenza tra fiction e informazione, tra immaginazione e realtà, è ormai appiattita proprio perché si ritrova tutto quanto sullo schermo piatto del nostro televisore. C’è una condizione però – ci tengo a dirlo – perché questo possa accadere.

    Ci dica…

    Abbiamo perso il gusto della verità, abbiamo detto addio alla possibilità che qualcosa di vero possa essere detto, sperimentato, almeno al livello di quello che crediamo e pensiamo.

    E tutto questo è particolarmente non solo pericoloso ma anche assolutamente sbagliato perché poi se io considero semplicemente un’immagine quello che invece è un reale pericolo, accade che io mi faccio davvero molto male. La perdita del gusto per la verità e del sentimento di realtà ha queste conseguenze che sono dirompenti per la mentalità comune e per noi stessi.

    L’incoerenza e le contraddizioni sugli obiettivi di questa guerra da parte di Trump e Netanyahu rendono ancora più nebulosa la comunicazione e difficile la comprensione di quello che sta avvenendo per l’opinione pubblica?
    Questo certamente. C’è da dire che non si riesce a capire quali sono gli obiettivi dichiarati da raggiungere attraverso questa decisione terribile di muovere guerra, una decisione che tra l’altro può portare, e sta portando, a catena a tutta una serie di effetti imprevedibili. In generale, la comunicazione in questa guerra, quella che in molti casi si sta vedendo da parte dei giornalisti, è purtroppo la stessa che accade sempre quando si muovono determinati regimi, cioè in molti casi noi assistiamo al fatto che gli operatori della comunicazione cercano di giustificare, si muovono sulla scia di quello che viene dichiarato da coloro che detengono il potere, giustificando anche le incoerenze e le incertezze che evidentemente ci sono. Per quanto riguarda il pubblico, come dicevo prima, si è perso il gusto per la verità e quindi non si crede più nell’informazione, la si considera alla stregua di una fiction, siamo ormai arrivati alla diffidenza e al disincanto anche rispetto a quello che passa sui giornali, sui teleschermi, sui social, su Internet; quindi quasi troviamo conferma a questa convinzione nella incoerenza, nella scarsa chiarezza, per cui non ci interessa e non crediamo più a nulla di quello che ci viene detto. Non è un caso che tutto questo poi come conseguenza abbia il disimpegno e quindi il disinteresse delle persone, il rinchiudersi sempre di più nella propria bolla, il non andare a votare, il non partecipare alle decisioni per il bene comune.

    Gigliola Alfaro, SIR

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