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    Home»Chiesa e Diocesi»Don Franco Alfieri, oltre il clericalismo: una Chiesa vicina alla gente. Intervista con Don Roberto Palazzo
    Chiesa e Diocesi Primo Piano

    Don Franco Alfieri, oltre il clericalismo: una Chiesa vicina alla gente. Intervista con Don Roberto Palazzo

    A Mondragone tra pochi giorni la dedicazione dell'auditorium di San Rufino al compianto sacerdote. L'intervista diventa occasione per riflettere sull'oggi della città
    Grazia Biasi18 Marzo 2026Nessun commento

    Don Roberto Palazzo, originario di Mondragone, oggi Vicario Episcopale per l’Evangelizzazione e la Catechesi nelle Diocesi di Teano-Calvi, di Alife-Caiazzo e di Sessa Aurunca, e Parroco a San Giuseppe in Cascano – Gusti – San Felice. La sua vocazione maturava accanto a don Franco Alfieri e con lui muoveva i primi passi da sacerdote. Parlare dei don Franco e del valore della memoria diventa occasione per riportare sull’oggi della città di Mondragone valori morali e impegni che ancora attendono di maturare nelle coscienze.

    Chi è stato don Franco alfieri, l’uomo e sacerdote che a Mondragone ha rivoluzionato l’assetto pastorale e sociale della comunità?
    Il modo di pensare e di agire di don Franco Alfieri non può non essere fatto risalire agli anni (1965-1971) della sua formazione presso la Pontificia Facoltà Teologica di Napoli, sezione san Tommaso. Anni in cui il Concilio Vaticano II rinnovò profondamente gli studi teologici. Don Franco li assunse appassionatamente, nello spirito e nei contenuti. Erano ormai da ritenersi del tutto superate le categorie che configuravano i presbiteri come appartenenti al “ceto clericale”, ad una “casta privilegiata”, distinta, separata e con il piglio del comando su tutto e tutti. La sua identità discepolare si sarebbe dovuta invece formare nel e dal popolo di Dio. Un ministero da vivere in chiave relazionale e comunionale, vicino agli uomini e alle donne. Modalità sintonizzate direttamente sul Vangelo di Gesù, rivoluzionano, normalmente, l’assetto pastorale e sociale di una comunità.

    Da prete a prete. La tua vocazione al sacerdozio e il tuo primo impegno sacerdotale insieme a don Franco. Quale segno ha impresso alla tua vita il cammino condotto con lui?

    La mia esperienza di fede e di umanità nella parrocchia di San Rufino è stata, letteralmente,  un esperienza di comunità. Una visone, quella di don Franco, maturata anche dalla profonda amicizia, durata tutta la vita, con il vescovo Raffaele Nogaro, della persona-cellula piuttosto che quella classica della persona-individuo. Risulta, per questo, per me davvero difficile pensare al mio rapporto con don Franco astraendolo da quello con tutte le altre significative persone della comunità. Un organismo vivo e funzionale dove ognuno collaborava con gli altri. Gli animatori dei gruppi giovanili, il centro di ascolto, la scuola di alfabetizzazione, le corali. Ho sempre avvertito di essere parte di una famiglia e don Franco ne era un membro attento, non il superiore. C’era però un aspetto che su tutti emergeva e che non poteva non colpire sia chi frequentava attivamente la comunità sia chi si limitava ad osservare esternamente: l’ostinazione alla legalità e alla giustizia sociale come fulcri organizzativi e pastorali della Parrocchia. 

    Tra pochi giorni verrà svelato un monumento alla memoria di don Franco Alfieri: che valore assume la celebrazione che gli sarà tributata? Che valore intrinseco racchiude una lastra commemorativa? Cosa si cela dietro la memoria che rendiamo a chi non c’è più, soprattutto a figure del suo calibro morale e spirituale?
    Ricordare la testimonianza di don Franco significa assumerne indicazioni dirimenti per il presente e per il futuro della Chiesa. Significa anzitutto stare nella storia con la coerenza evangelica e non con l’autorità e, solo in secondo luogo, con le liturgie. Significa essere i primi araldi della giustizia e della libertà nei conflitti planetari, nella lotta per la fame per le disuguaglianze e per i diritti. Realtà che nel nostro meridione si declinano, purtroppo, ancora oggi in un diffuso atteggiamento camorristico. Sarebbe ben poca cosa svelare una lapide, risolvere in questo simbolo onorifico la memoria di un uomo, che ha toccato tanti con la sua passione evangelica, senza lasciarsi interpellare e connettersi con ciò che, pur con tutti i limiti dell’umana condizione, lo ha animato e lo ha fatto vivere per gli altri.    

    L’augurio che ti senti di fare alla tua comunità di origine, Mondragone, a chi in essa ogni giorno pianta semi di speranza in un contesto dove risulta difficile e a volte rischioso l’impegno del dialogo e della convivenza…
    Mondragone continua a vivere, nelle sua attualità, nella ghettizzazione degli immigrati, nei lavoratori clandestini e irregolari delle sue campagne, nei dissidi feroci tra i politici locali per spartirsi potere e denaro, e nella completa mancanza di prospettive future per la città, lo stato di degrado e di approssimazione degli anni passati, se non ancora maggiore. Tarda a farsi strada la progettualità di uno sviluppo integrale delle potenzialità umane e ambientali di Mondragone, della vera onestà e signorilità dei costumi e del pensiero. Non devono, a mio avviso, essere assolutamente sottaciuti: l’assoluta incapacità di governare il territorio di Pescopagano, che senza la tenacia profetica dei Padri Comboniani diverrebbe ancor più, di quanto già non è, un inferno e la difficoltà ad abbandonare sistemi clientelari, subacquei, non trasparenti delle istituzioni civili. Non fa certo ben sperare la misura cautelare rivolta a un consigliere regionale di Mondragone eletto con 32 mila preferenze. C’è urgente necessità di parole energetiche, vere, di denuncia. C’è attesa di imprenditoria morale, del coraggio e dell’entusiasmo dei giovani non ancora inquinati dall’individualismo spregiudicato e devoto, di uomini e donne veramente innamorate di Cristo e per ciò dell’umanità liberata.   

    Leggi anche Mondragone ricorda don Franco Alfieri: l’auditorium di San Rufino intitolato al sacerdote delle piccole e grandi rivoluzioni. Clicca.

    Don Franco Alfieri

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