Concetta Gentili, di Santa Maria Capua Vetere; avvocato cassazionista; Consigliere comunale del Comune di Capua come esponente del Partito Democratico; consulente della Bicamerale sul femminicidio.
Intervista trascritta da registrazione.

Le principali ragioni per cui votare NO.
Le ragioni del no, per quanto mi riguarda, sono chiare: questo è un referendum che parte dall’idea di cambiare, di dividere le carriere dei magistrati, ma di fatto è un referendum che mira, secondo me, a due cose fondamentali. Da un lato ad abbattere il potere del CSM e quindi a depauperare il potere della magistratura, di fatto con un’ottica futura che non è prevista né dalla Legge di riforma, ma che è abbastanza chiara nelle intenzioni di sottoporre le Procure al potere esecutivo, e ad incidere sulla tripartizione dei poteri. La nostra Costituzione è fondata invece sulla tripartizione dei poteri e quindi alleggerire, depauperare, diminuire il potere dei tre capisaldi del nostro Stato, è quanto di peggio ci possa essere, perché in un’ottica più costituzionale va a incidere su quel senso del limite che poi aveva portato per l’appunto alla divisione di quei poteri. Sostanzialmente ogni potere autonomo rispetto all’altro – potere esecutivo, legislativo e giudiziario – rappresentavano e rappresentano ancora oggi, se ce lo fanno continuare a fare, il limite dell’altro potere: laddove uno eccede, chiaramente l’altro dovrebbe poter intervenire. Pertanto le ragioni del no stanno nella protezione del nostro Stato democratico e stanno nella protezione della nostra Carta Costituzionale, che tutti dicono essere la più bella del mondo, ma evidentemente ad alcuni non piace.
Ci sono altri limiti che pur non emergendo nel dibattitto pubblico, il fronte del No vede come ulteriore indebolimento della struttura giudiziaria italiana?
Parto da una ragione del sì, quella di una giustizia più equa e più giusta, ad una parità di armi fra pubblici ministeri e avvocati all’interno del processo che non reputo possibile. Questo referendum non inciderà sulla efficienza né della Magistratura né del sistema giustizia in generale; i processi non saranno più rapidi, non ci saranno decisioni più eque. Perché da un punto di vista meramente processuale questa parità già esiste; quello su cui si deve riflettere è il fatto che pubblici ministeri ed avvocati non saranno mai paritari laddove noi avvocati abbiamo un obbligo difensivo, abbiamo un obbligo di mandato e guai se uscissimo da quell’obbligo perché faremmo un patrocinio infedele tanto da essere sanzionati. Il pubblico ministero ha un dovere nella fase delle indagini, di ricercare la verità dei fatti e non la verità processuale quindi, la ricerca anche delle ragioni per cui quel determinato soggetto sottoposto ad indagine potrebbe per esempio essere assolutamente estraneo ai fatti o avere motivi per qualche verso giustificativi rispetto alle condotte. Lo spostamento del potere dei pubblici ministeri rispetto all’esecutivo secondo me inciderà sulle agende dei primi e delle Procure e, per quanto mi riguarda, sono estremamente preoccupata che queste agende dimentichino tutta la fascia dei fragili.
La separazione delle carriere proposta, in che termini ferirebbe l’apparato giuridico e quali conseguenze per tutto l’assetto civico, dai giudici ai cittadini?
Ferirebbe di sicuro perché nel momento stesso in cui il pubblico ministero esce dall’alveo della Giurisdizione, dalla cultura della Giurisdizione, o diventa un super poliziotto o un mero avvocato dell’accusa. Io sono un’esperta di violenza di genere, consulente della Bicamerale sul femminicidio e in questa battaglia per il NO porto tutta la mia esperienza sul campo: noi combattiamo contro gli stereotipi, contro le visioni di un certo modo di vedere il mondo, contro i rapporti malsani tra uomini e donne; combattiamo a volte i sistemi di Polizia che amplificano certe forme di stereotipo. E quante battaglie per il fine vita o le famiglie omogenitoriali… È chiaro pertanto che la vittoria del Sì mi preoccuperebbe molto in tal senso anche perché un magistrato controllabile e controllato dal potere politico sarà un magistrato meno coraggioso in decisioni e in posizioni non gradite all’esecutivo. Tale mancanza di coraggio determinerà sentenze diverse e anche una minore attività degli stessi pubblici ministeri che a un certo punto, di fronte a fascicoli scomodi, potrebbero tranquillamente tenerli da parte.
È possibile, fuori da ogni ideologia, leggere tali correnti anche come visioni o autorevoli correnti di pensiero?
Certo. Scuole di pensiero, associazioni… Fino a prova contraria la nostra Costituzione non solo non ce lo impedisce ma favorisce l’associazione, favorisce i corpi intermedi. L’articolo 2 chiarisce il valore di questa esperienza, cardine del sistema democratico del nostro Paese.
Di quale altra riforma, fuori da questo Referendum, necessita la Giustizia italiana?La vera riforma investe nella giustizia in termini di risorse quindi in termini di personale, di personale non precario. Tra un po’ affronteremo la complessa situazione della precarizzazione successiva al PNNR che noi non vogliamo perché il mercato del lavoro precario, anche nella Giustizia, indebolisce la stessa Giustizia. Il sistema carcerario? Un serio dramma umano per chi vi lavora e per chi lo subisce.