Sara Petella, di Piedimonte Matese, avvocato penalista; membro dell’Assemblea Nazionale Fratelli d’Italia; consigliere giuridico del presidente della IX Commissione della Camera dei deputati.

Le principali ragioni per cui votare Sì.
In primis va osservato che non esistono vere ragioni di merito o controindicazioni di sorta per opporsi a questa riforma, che non stravolge la Costituzione, bensì introduce basilari regole di modernità e di democrazia.
La ragione principale risiede sicuramente nella separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e inquirenti, nobilitando la funzione dei primi e mantenendo ferma la dignità a quella di chi accusa. Il risultato è un’inevitabile credibilità del sistema giustizia verso i cittadini. In questo senso la riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario rafforza la percezione di essere giudicati da una figura realmente terza.
Una vera separazione di ruoli sussiste solo se ha come conseguenza una duplicazione del CSM, poiché le vicende dell’avanzamento di carriera del Giudice Falcone, o il caso Palamara, dimostrano come sia patente il rischio che le decisioni del CSM non siano meritocratiche, ma siano viceversa frutto delle normali dinamiche elettorali ed operative di un unico Consiglio.
Il sorteggio dei membri togati del CSM – con tutte le sue limitazioni – costituisce poi l’unico strumento per interrompere le dinamiche opache delle correnti, che hanno condotto a logiche di potere incompatibili con la funzione che la magistratura dovrebbe svolgere.
Infine, l’assegnazione della funzione disciplinare all’Alta Corte, permetterà di separare il governo delle carriere e i giudizi sulla responsabilità dei magistrati e certamente renderà le pronunce disciplinari scevre da contaminazioni politiche o da dinamiche elettorali interne alla magistratura.
Quali altri vantaggi avrebbe il Sì e che invece passano inosservati nel dibattito pubblico o di maggiore interesse in queste ore e andrebbero a rafforzare i valori della Riforma?
La riforma indirettamente rafforzerà la figura dell’avvocato, perché il processo penale risulterà più equo e più giusto, così consentendo alla nostra categoria di esercitare una difesa effettiva nello spirito della funzione sociale che caratterizza la nostra professione. Rafforzerà anche la percezione che un cittadino ha della giustizia: immaginiamo come possa sentirsi oggi un imputato giudicato da un presidente di una sezione di Tribunale, eletto dalla corrente che fa capo al P.M. titolare del suo stesso processo.
Ritornando alla separazione delle carriere, cosa cambia di fatto e quali vantaggi per tutto l’assetto civico, dai giudici ai cittadini?
Chi frequenta quotidianamente le aule di Tribunale sa che talvolta accade che il giudice – anche inconsapevolmente – faccia propria la concezione della giurisdizione come strumento di difesa sociale, smarrendo la percezione di star giudicando una persona di cui occorre valutare se abbia o meno commesso un fatto qualificato dalla legge come reato, trasformandosi in un alter ego dell’accusatore. Con la separazione l’eventuale condivisione punitiva verrebbe meno, rafforzando la terzietà e l’imparzialità del giudice. Che vi sia condivisione punitiva ce lo dicono i numeri del 2024: le richieste di archiviazione formulate dal PM al GIP sono state accolte nell’87% dei casi; le richieste di autorizzazione a disporre le intercettazioni nel 94% dei casi, quelle di proroga delle intercettazioni nel 99%; le richieste di proroga dei termini delle indagini preliminari sono state accolte all’85% e si potrebbe proseguire oltre con dati oggettivi. Dunque, solo con la separazione sarà finalmente data completa attuazione al principio del giusto processo secondo i principi di cui all’art. 111 della nostra Carta Costituzionale. Del resto, nei sistemi accusatori di altre Nazioni queste funzioni sono separate.
È possibile, fuori da ogni ideologia, leggere tali correnti come visioni o autorevoli correnti di pensiero?
Fuor da ogni ideologia e pure prescindendo dall’Hotel Champagne (il luogo in cui avvenne l’intercettazione del magistrato Palamara, ndr), nessuno può negare che le correnti abbiano abbandonato il percorso di fucina delle idee e si siano trasformate in piccole lobby. Oggi le correnti sono vere e proprie corporazioni di magistrati al cui interno si assiste a scambi di nomine, che mortificano il merito dei migliori e premiano i magistrati che sottraggono tempo alle loro delicate mansioni per occuparlo nella politica. Le correnti gestiscono, inoltre, i procedimenti disciplinari con logiche di scambio, garantendosi una sostanziale impunità.
Di quale altra riforma, fuori da questo Referendum, necessita la Giustizia italiana?
Le problematiche della giustizia sono molte e certamente questa riforma non è in grado di risolvere tutte, ma è un passo decisivo. Senza dubbio la giustizia è ancora oggi, anche dopo la riforma Cartabia, caratterizzata dalla lentezza dei processi: il principio della ragionevole durata non viene quasi mai rispettato. Sotto questo profilo, necessita sicuramente di un numero maggiore di magistrati e di personale amministrativo, in particolare di “cancellieri esperti”. Negli ultimi anni poi, gli avvocati hanno vissuto il paradosso digitale: la tecnologia, anziché accelerare ha talvolta rallentato, probabilmente a causa di infrastrutture tecnologiche inadeguate. Altra emergenza su cui occorre concentrarsi è quella legata all’ordinamento penitenziario e all’emergenza carceraria che inesorabilmente conduce ad una negazione di diritti. Il carcere oggi è definito “l’isola dei divieti”, dell’affettività negata, dei suicidi e dell’assistenza sanitaria inadeguata. Il tema del sovraffollamento, di stanze fatiscenti e letti accatastati, di numero di detenuti estremamente superiore a quello di educatori, psicologi o soggetti deputati alla “cura” del detenuto, va affrontato celermente.