La revisione della Costituzione non è mai solo una questione tecnica, soprattutto non lo è la riforma della giustizia. Riguarda il rapporto tra il cittadino e la Repubblica, tra chi detiene il potere e chi ne subisce le conseguenze. Per questo, di fronte alla riforma della separazione delle carriere approvata dal Parlamento italiano su impulso del Governo, ritengo, legittimo esporre le motivazione del mio voto, per me importante, esporre con chiarezza le ragioni del “No” al referendum.
Costituzione aggirata nel processo di revisione. Ruolo del Parlamento esautorato
Il problema non riguarda solo il contenuto della riforma, ma soprattutto il modo in cui è stata approvata. Il disegno di legge, di iniziativa governativa, ha attraversato le quattro letture parlamentari senza discussione e senza subire alcuna modifica. Le due Camere hanno rinunciato a qualsiasi apporto autonomo, trasformandosi di fatto in una camera di ratifica dell’esecutivo: La Camera ha approvato il testo in una sola settimana, senza alcuna discussione approfondita e senza valutare gli emendamenti proposti. Il Senato ha mantenuto lo stesso testo in tutte le letture a scapito del processo democratico di discussione. Questo approccio metodologico, oramai è patologico, una sorta di atrofia cronica della capacità deliberativa di natura culturale e collettiva, che tende a svuotare di senso il Ruolo del Parlamento e di fatto la natura rigidità del processo di revisione della Costituzione italiana. Il parallelo con lo stravolgimento dello Statuto Albertino — operato attraverso leggi governative che affermarono la supremazia dell’esecutivo sul legislativo — non è retorico: è un precedente storico che dovrebbe indurre a una riflessione seria. Una costituzione è rigida (sacralità laica) solo se i meccanismi non solo procedurali ma soprattutto democratici che ne garantiscono la stabilità sono rispettati, non aggirati, come accaduto con questa riforma, dalla forza della maggioranza del momento.
La separazione delle carriere: una soluzione sproporzionata ed ingiustificata
La separazione costituzionale tra giudici e pubblici ministeri è presentata come la cura ai mali della giustizia italiana. Falso. Esistevano rimedi meno invasivi: rafforzare la separazione già prevista dalla riforma Cartabia, separare fisicamente gli uffici, rendere ancora più stringenti, con l’azzeramento, i limiti al passaggio di funzioni. Strumenti già disponibili, meno costosi, e soprattutto privi di rischi collaterali che questa riforma porta con sé, minore autonomia da parte dei Pubblici ministeri, più gerarchia e giustizia più esposta alle pressioni politiche.
Il sorteggio: un rimedio parziale e pericoloso
Anche il metodo del sorteggio per la composizione degli organi di autogoverno della magistratura, pur apprezzabile nelle intenzioni, rischia di rivelarsi insufficiente e persino controproducente. È da censurare il controllo politico sull’elenco dei nominati dal Parlamento. Non è prevista alcuna maggioranza qualificata, fortemente raccomandata dalla Commissione Europea per la democrazia del diritto – Raccomandazioni del 2010 sulle garanzie per l’indipendenza della magistratura -, con la conseguenza di approvazione da parte della sola maggioranza del momento, senza alcuna garanzia per le minoranze. Il condizionamento politico non scompare, è soltanto mascherato dalla casualità.
L’asimmetria tra componenti togati e componenti laici è evidente, sorteggio secco per i togati, temperato per i laici, con evidente organizzazione politico-organizzativa dei secondi rispetto ai primi, con rischio di prevalenza di quest’ultimi con chiara alterazione voluto dai Costituenti.
Infine, il sorteggio potrebbe avere un qualche effetto solo se operato su una platea ampia ed equilibrata della componente laica, estrazione su un numero di professionisti pari a quello dei magistrati. Diversamente il condizionamento politico rimane.
Una giustizia più umana, non più burocratica
La mia preoccupazione di fondo è che questa riforma spinga la giustizia italiana verso un modello meccanicistico e burocratico, lontano da quell’umanità che dovrebbe caratterizzarla. Separare ulteriormente le culture professionali di giudici e pubblici ministeri non migliora la giustizia: rischia di amplificare i conflitti, producendo PM più isolati e meno inclini alla ricerca della verità complessiva e incentrati solo sull’atto di accusa.
I più deboli perdono la loro unica tutela
Con questa riforma, i più deboli potrebbero perdere delle garanzie oggi a loro assicurate. Immaginiamo un cittadino senza risorse, vittima di un sopruso da parte di chi detiene un qualche potere — un funzionario, un datore di lavoro, un politico di potere. Oggi, quel cittadino può rivolgersi a un pubblico ministero che ha l’obbligo giuridico — non la facoltà — di esercitare l’azione penale, anche a difesa dell’indagato. Su quel singolo PM grava una responsabilità personale, culturale, professionale, etica e giuridica. Chiunque, comprese le associazioni a difesa dei più deboli, può chiamarlo a rispondere di un’eventuale omissione.
Temo che la riforma, sia il primo mattone per spostare quell’obbligo sull’Ufficio, aprendo la strada a leggi ordinarie per dettare priorità investigative, con graduazione dei reati da perseguire con precedenza. Chi decide le priorità? In ultima analisi, chi governa. E se il reato subito dal cittadino, meno attrezzato culturalmente, economicamente e socialmente non rientra tra quelli considerati urgenti dall’indirizzo politico del momento, il rischio è che resti senza risposta, senza giustizia.
I più abbienti, al contrario, potranno sempre contare su professionisti legali di primo livello, in grado di sollevare questioni di legittimità costituzionale e di navigare i meandri del sistema. La giustizia americana, su questo punto, offre lezioni che sarebbe ingenuo ignorare: il denaro e le relazioni contano, e contano molto.
Se riforma dovrà esserci, dovrà seguire un processo altro che guardi avanti con il senso, il valore, la memoria del passato, che non deve limitarsi ai minuti passati (tangentopoli), perché la revisione della Costituzione non può essere fondata su una memoria che rimesta veri torti o presunti tali e pronta a restituirli con la clava della vendetta coltivata con il rancore accumulato nel tempo.
La riforma dovrebbe essere fondata su una memoria vera, autentica, altruistica che guardi avanti come quella dei Costituenti, che da un’immane sofferenza diedero vita a una cultura civica e giuridica fondata sul rispetto della persona e sulla solidarietà.
Lo stesso ordinamento giudiziario fu fondato sulla collaborazione e sulla pari dignità tra giudici, pubblici ministeri – con l’obbligo giuridico su quest’ultimo di difendere anche gli interessi dell’indagato – e avvocati. Figure diverse, ma complementari. Accomunate dalla stessa responsabilità: dare concretezza alla giustizia nel rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona.
Il processo non è una battaglia all’ultimo sangue. È un dialogo — imperfetto, anche aspro, anche difficile — in difesa dei diritti inviolabili di tutti i cittadini, indipendentemente dal conto in banca o dalle conoscenze giuste.
Per tutto questo, da cittadino, voglio rendere pubblico il mio “No”. Un “no” che guarda a una giustizia equa, sempre più accessibile e più solidale, insomma, più umana. Una giustizia riconoscibile da tutti.
Antonio Santillo