Si chiamano Mathias, Donald, Arul, Evadete, Luka, Matthew, Emmanuel… Sono solo alcuni dei 17 missionari uccisi nel 2025: per tutti loro, nella santuario di Ave Gratia Plena a Piedimonte Matese è stato deposto un fiore rosso, simbolo del sangue dei martiri, come seme di speranza per i popoli per cui hanno dato la vita.
E’ accaduto nella veglia di preghiera per i Missionari martiri che le Diocesi di Teano-Calvi, di Alife-Caiazzo e di Sessa Aurunca con il vescovo Giacomo Cirulli hanno celebrato mercoledì 24 marzo, data in cui tutta la Chiesa ricorda i Martiri in terra di missione in particolare il vescovo Oscar Romero assassinato in questo giorno nel 1989, evento da cui scaturì la volontà di una Giornata particolare di preghiera.

Gli Uffici missionari diocesani hanno curato la celebrazione liturgica e in essa dato risalto in modo particolare alla testimonianza del missionario comboniano padre Samuel Mambi, di origine congolese, anch’egli come altri cristiani vittima di persecuzioni, ma soprattutto infaticabile testimone del Vangelo in una terra come la Repubblica Democratica del Congo provata dalla guerra civile, dalla forte contraddizione sociale tra pochi ricchi e numerosi poveri.
La testimonianza dal Congo
“Gente di primavera” il tema di questa Giornata, invito ad essere semi di una speranza che è urgente far fiorire lì dove fame, sopruso, diritti negati, violenza feriscono la dignità di bambini, uomini e donne.
“Tacere significa essere complici!” il severo monito di don Samuel Mambi testimone diretto dello sfruttamento dei bambini nelle miniere di coltan (i cui giacimenti sono per l’80% in Congo) cnecessarie all’industria tecnologica di tutto il mondo, ma anche testimone del reclutamento dei minori nelle bande armate che si combattono per il controllo dei giacimenti minerari. Il racconto della sua vocazione, dell’esperienza in una famiglia cristiana, lo studio e la formazione e poi la missione tra le pieghe delle vita dove è un continuo alternarsi di aggressività, terrore, paura di dirsi cristiani: tra le parole che ha lasciato ai presenti è prevalsa quella di speranza: “È una realtà triste”, ha detto parlando della sua terra d’origine, “ma noi crediamo che un giorno il Signore dirà una parola e sarà la fine della guerra. Noi ci crediamo perché siamo credenti in Cristo”.
“Non voltarsi dall’altra parte ma pensarsi figli dell’unica Chiesa e pregare per coloro che ogni giorno rischiano la vita a causa del Vangelo”, l’invito del Vescovo ai presenti, ricordando la testimonianza di vita del vescovo Oscar Romero e di tanti come lui che hanno pagato con il sangue. “Accompagnare con la preghiera la missione coraggiosa di chi annuncia Cristo nei Paesi più lontani che ci sono da modello per la vivacità della fede, per l’esperienza di fraternità che si vive nel bisogno, per il seme della speranza che mai viene meno nella vita quotidiana”.
Quando la missione diventa “scambio”
Parole di gratitudine da parte di Mons. Cirulli per i tanti missionari che restituendo quello che hanno ricevuto nei loro Paesi d’origine, “ora sono testimoni di Cristo nelle nostre Diocesi dell’Alto casertano offrendo il loro servizio pastorale in un contesto che si impoverisce di vocazioni e ogni hanno vede chiudere una casa religiosa”. Mons. Cirulli ha fatto riferimento in particolare alle comunità femminili dove il numero delle vocazioni provenienti dall’Asia o dall’Africa supera di gran lunga quelle italiane; e poi citato la missione dei padri Comboniani a Pescopagano, nel territorio diocesano di Sessa Aurunca. Realtà in cui grazie all’opera dei religiosi e dei laici dell’associazione Black & White ogni giorno si lavora alla convivenza di oltre 90 etnie offrendo supporto psicologico, aiuto materiale, formazione scolastica, esperienze di socialità attraverso attività ricreative e sport. A breve una importante novità annunciata da Mons. Cirulli al termine della Celebrazione: l’apertura di un ambulatorio sanitario – nei locali parrocchiali – destinato a coprire i bisogni della popolazione e garantire sul posto un ulteriore presidio di civiltà.


