Una di quelle produzioni che hanno segnato la storia dell’immaginario televisivo, distinguendosi per il pregio della confezione artistica, grazie a fini maestranze ed interpreti di indiscusso talento: Peaky Blinders, per ben 6 stagioni, ha appassionato il pubblico di Netflix, diventando una delle visioni di punta della piattaforma.
A quattro anni dalla fine dell’ultima stagione (2022), l’ideatore Steven Knight firma nuovamente la sceneggiatura di una pellicola già annunciata e particolarmente attesa, che pone l’accento sul protagonista indiscusso dell’intero intreccio della serie, una figura diventata cult: Thomas Shelby.
Dal 20 marzo è disponibile su Netflix, Peaky Blinders: The Immortal Man, con la regia di Tom Harper.

E’ il 1940, la Seconda Guerra Mondiale è nel suo pieno svolgimento e i nazisti, attraverso una rete di collaborazioni, cercano di imporsi sulle economie e sulla politica degli altri Stati.
In Gran Bretagna, a Birmingham, è John Beckett (Tim Roth) che spiana la strada ad un rovesciamento dello status quo, chiedendo il supporto di Duke Shelby (Barry Keoghan), il figlio di Thomas (Cillian Murphy) il quale, nel frattempo, si è autoesiliato in una residenza lontano dalla città, tormentato dal passato e dai suoi legami familiari.
L’atmosfera fumosa made UK, la febbricitante sensazione che stia sempre per succedere qualcosa che non ti aspetti e le performance uniche: Peaky Blinders: The Immortal Man tiene fede allo stile che ha contraddistinto la serie, eppure guardandola sembra che manchi qualcosa.
L’intreccio narrativo di Knight, per quanto coinvolgente, non ha lo smalto delle precedenti trame e, alla fine, il racconto appare fin troppo lineare, asciutto, senza grande pathos.
Tuttavia, la regia di Harper e la fotografia di George Steel creano sequenze che riescono in ogni caso ad essere intense e significative, animate dalle brillanti interpretazioni del cast: tra tutte, viene da sé, quella di Cillian Murphy, fuoriclasse (premio Oscar in Oppenheimer), che negli anni ha saputo rendere iconico un personaggio peculiare, insieme algido e fragile, ma anche appassionato e crudele.
Accanto a lui spicca il giovane Barry Keoghan, che ha tenuto testa al suo comprimario in un passaggio di testimone concitato e teso, aderendo in modo naturale all’ambientazione del film e all’indole stessa del suo personaggio, un ruolo che forse solo a lui spettava di interpretare.
Tim Roth e Rebecca Ferguson offrono la loro expertise al servizio della trama e con classe portano sullo schermo due figure a loro modo ambigue e sfuggenti: l’uno perfettamente spietato, l’altra una furba e sottile mediatrice.
Due, invece, sono gli interpreti che risultano sacrificati e non degnamente rappresentati dall’intreccio, Sophie Rundle, che interpreta Ada Shelby e Stephen Graham, nel ruolo di Hayden Stagg.
E così, si giunge all’epilogo, quello sì malinconico, quasi non credibile per un uomo sopravvissuto ad una vita segnata dal dolore e dalla violenza, che il pubblico credeva immortale: come recita la colonna sonora della serie e anche del film, Red Right Hand di Nick Cave, anch’essa diventata un elemento distintivo della produzione, “He’s a ghost, he’s a god,
he’s a man, he’s a guru. (…) You’ll see him in your nightmares,
you’ll see him in your dreams. He’ll appear out of nowhere but he ain’t what he seems”. (E’ un fantasma, è un dio, è un uomo, è una guida. (…) Lo vedrai nei tuoi incubi, nei tuoi sogni. Apparirà dal nulla ma non è ciò che sembra).
Una storia che si conclude, un personaggio che trova la sua pace e lascia un’eredità forte e viva, che probabilmente passerà ad una nuova generazione e ad una nuova serie (già in lavorazione).
The Immortal Man, però, rimane tiepido e forse fa rimpiangere al pubblico il glorioso passato seriale.



