Doriano Vincenzo De Luca* – Nella geografia simbolica del mondo, Gerusalemme occupa un posto che nessuna categoria politica esaurisce: non è solo una capitale contesa, né soltanto un nodo geopolitico irrisolto. È il luogo in cui la sovranità statale e la sovranità del sacro si sovrappongono senza mai coincidere, generando una tensione strutturale che ogni crisi riporta in superficie. L’episodio di oggi, Domenica delle Palme 2026, ne è l’ennesima manifestazione: il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, e padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, sono stati fermati dalla polizia israeliana mentre si recavano a piedi, in forma del tutto privata, alla Basilica del Santo Sepolcro. Non vi era corteo, non vi erano insegne, non vi era folla. Eppure l’accesso è stato loro negato. Per la prima volta da secoli, le massime autorità cattoliche della regione non hanno potuto officiare nel luogo più santo della cristianità.

Ciò che impedisce di archiviare l’accaduto come un semplice incidente procedurale è la sua asimmetria interna. Le autorità israeliane avevano disposto la chiusura dei luoghi sacri della Città Vecchia per ragioni di sicurezza, in un periodo segnato dall’acuirsi del conflitto regionale. Eppure la Basilica del Santo Sepolcro non è stata evacuata: al suo interno hanno proseguito regolarmente la loro vita liturgica i frati francescani della Custodia di Terra Santa e i rappresentanti delle altre comunità cristiane – greco-ortodossi, armeni, copti – secondo il consolidato regime dello Status Quo storico. La misura restrittiva ha riguardato dunque non chi era già all’interno, ma chi intendeva accedervi. È questa discrepanza a trasformare un provvedimento di sicurezza in un precedente di natura diversa: non tecnico, ma politico.

Sul piano della dignità istituzionale, il peso dell’episodio non si lascia ridurre alla contingenza. Il Patriarca latino di Gerusalemme e il Custode di Terra Santa incarnano una presenza cristiana anteriore di secoli alla formazione degli Stati moderni: sono attori irrinunciabili di quel complesso sistema di equilibri confessionali che regge, spesso in modo precario, la convivenza nella Città Santa. Impedire loro l’accesso al Santo Sepolcro, anche senza ricorso alla violenza, non è stato un atto neutro ma un segnale che attraversa le cancellerie, raggiunge le comunità di credenti su scala globale e interroga la qualità del rapporto tra lo Stato di Israele e le Chiese cristiane presenti in Terra Santa.
La risposta istituzionale israeliana – la telefonata del Presidente Herzog al cardinale Pizzaballa, con l’espressione di “profondo dolore”, e le dichiarazioni del Primo Ministro Netanyahu, che ha ricondotto il provvedimento a timori legati alla minaccia missilistica annunciando agevolazioni per i giorni successivi – segnala consapevolezza del danno prodotto. Eppure la rapidità del gesto riparatore non dissolve la questione: un precedente resta tale indipendentemente dalle intenzioni che lo hanno generato, e proprio perché è stato necessario un intervento ai massimi livelli istituzionali per ripristinare condizioni di normalità, la fragilità del quadro ne risulta confermata, non smentita.
Sul piano giuridico, i termini della vicenda sono precisi. Il “Fundamental Agreement” del 1993 tra la Santa Sede e lo Stato di Israele – architrave del quadro diplomatico bilaterale – riconosce la libertà di culto cattolico, l’autonomia delle istituzioni ecclesiali e il rispetto per lo Status Quo dei Luoghi Santi come obblighi vincolanti per entrambe le parti. Non si tratta di clausole programmatiche: sono impegni che trovano il loro banco di prova esattamente nei momenti di crisi. Un accordo rispettato solo in tempo di pace è, di fatto, un accordo dimezzato.
La storia dei diritti fondamentali offre una lezione costante: è nelle emergenze che si misura la tenuta di un ordinamento, non quando è agevole tutelare le libertà, ma quando diventa arduo farlo. La libertà religiosa, nella specificità irriducibile di Gerusalemme, città santa per ebrei, cristiani e musulmani, non è un principio tra gli altri: è una variabile geopolitica di primo ordine, il cui deterioramento produce effetti che si propagano ben oltre i confini di qualsiasi singola crisi. Gestirla come un ostacolo contingente alla sicurezza significa non comprenderne la natura.
La vera forza di uno Stato democratico si misura anche dalla capacità di rispettare i diritti altrui, soprattutto quando la tensione raggiunge il suo apice. Solo così la sicurezza invocata non rischia di generare una più profonda insicurezza: quella morale e relazionale, che in Terra Santa affonda radici più antiche di qualsiasi conflitto contemporaneo e non si lascia sanare da nessuna misura di ordine pubblico.
La Domenica delle Palme ci ricorda l’ingresso umile di Cristo a Gerusalemme. In questo spirito di umiltà e di pace, ci si augura che episodi analoghi non si ripetano e che prevalga la via del rispetto reciproco, nell’interesse di tutti i credenti e della serenità di una terra tanto amata quanto provata.
*Direttore Nuova Stagione, Arcidiocesi di Napoli; vicepresidente Federazione Italiana Settimanali Cattolici