di Pierluigi Reveglia
Chimica, dottorato alla Federico II ed oggi post-doc all’Università Paris Est Créteil, Irene Cipollone, classe 1999, si divide tra scienza, e radici tenaci.
“Se avete la possibilità di andare, andate. Se non vi piace, ritornate. Però andate: io ero terrorizzata quando sono venuta a Parigi, e ho scoperto un mondo bellissimo.”

Questo è il messaggio iniziale di Irene che guarda all’Italia dalla riva della Senna, lei che oggi lavora post-doc presso l’Università Paris Est Créteil, in collaborazione con l’Istituto Necker, uno dei più importanti centri ospedalieri e di ricerca francesi. Ha scelto Parigi non per fuggire da qualcosa, ma perché il percorso della scienza l’ha portata lì. La sua traiettoria parte da Piedimonte Matese, attraversa Napoli, sfiora i corridoi del CNR di Pozzuoli e approda nel cuore dell’Europa della ricerca biomedica.
La scienza, nella vita di Irene è arrivata pian piano: “Quando sono passata dalle medie alle superiori, la mia idea era di diventare giornalista”, racconta. Il liceo classico sembrava la strada giusta. Poi, qualcosa è cambiato. “Mi sono resa conto che non mi piace così tanto lavorare con le persone. E credo che non sarei stata neanche una buona giornalista.” La passione per la scienza era lì, latente, anche in assenza di un laboratorio degno di questo nome al liceo. “Non facevo mai laboratorio, però avrei sempre voluto vedere cosa succedeva.” La letteratura, il latino, il greco sono rimasti nel cuore, ma non come orizzonte professionale. La chimica, invece, ha saputo parlarle in un linguaggio diverso, che l’ha portata a diventare una specialista di spettrometria di massa e proteomica.
Otto anni a Napoli: la città nel cuore
Altro aspetto centrale della vita di Irene è il suo stretto rapporto con la città di Napoli. Ha studiato alla Federico II, al Dipartimento di Scienze Chimiche: “con tutte le sue follie, i bidoni per raccogliere l’acqua quando piove dentro, però dipartimento di eccellenza.” Gli anni della triennale e della magistrale sono stati, dice senza esitazione, “gli anni migliori della mia vita.”
Rifarebbe l’università all’infinito, se potesse, e ricorda che ha studiato sempre con piacere, senza sentirsi troppo stressata. Un ambiente inclusivo, mai giudicante sui tempi di laurea, dove ognuno trovava la sua strada. La tesi magistrale l’ha fatta al CNR di Pozzuoli, nel gruppo di ricerca sugli endocannabinoidi, lavorando sul ruolo di queste molecole nel Parkinson, tutto rigorosamente con la spettrometria di massa, la tecnica che l’ha accompagnata fin dall’inizio e che ancora oggi è al centro del suo lavoro.
Però Napoli non è stata solo un capitolo formativo, è ancora un legame affettivo che resiste alla distanza. “Napoli è il mio cuore ancora adesso. Prima di iniziare il dottorato, avrei detto che non avrei mai lasciato Napoli. Mi sento anche un po’ una traditrice per essermene andata.” Otto anni vissuti fuori sede, a Fuorigrotta, le hanno temprato il carattere e regalato persone che descrive come sorelle: “Quelle amicizie che ho creato a Napoli, sono qualcosa che non ricreerò mai più così.”
Il dottorato tra luci e ombre: quando il caos la fa da padrone
Il dottorato è arrivato con il PNRR, con la sua scia di borse di studio e opportunità. Irene lo ha vinto al CEINGE, addentrandosi nella proteomica che definisce, senza mezzi termini, “la mia grande passione.”
Ma l’entusiasmo scientifico si è presto scontrato con una realtà lavorativa logorante, con molto lavoro fuori orario, priorità che cambiavano dall’oggi al domani, un carico di responsabilità distribuito in modo tutt’altro che equo. “Sono arrivata devastata”, dice Irene, con la franchezza di chi ha già elaborato quell’esperienza. Non è una critica alla scienza italiana in quanto tale, ma a un sistema che troppo spesso scarica sul singolo dottorando le inefficienze strutturali. Irene era al tempo stesso tecnica dello strumento, bioinformatica, ricercatrice e coordinatrice dei tesisti. “Questo è il pacchetto unico del dottorato in Italia”, commenta con ironia amara.
Eppure, paradossalmente, è stata proprio questa molteplicità di ruoli a renderla appetibile all’estero. “Credo che alla mia supervisor parigina sia piaciuto il fatto che potessi passare a cose completamente opposte nell’arco di poco tempo.” Il caos italiano, o forse meglio definirla la jungla dell’italica ricerca, può essere molto formativa per chi riesce a trovare la giusta bussola per navigarla.
Parigi: tra caso e scelta consapevole
Il salto verso la Francia è avvenuto inizialmente come obbligo: il dottorato prevedeva sei mesi all’estero. Irene è finita a Parigi quasi per caso, grazie a un’amicizia tra la sua professoressa e la ricercatrice Dr Guerrera, responsabile della piattaforma di proteomica dell’Istituto Necker, e sua attuale responsabile. “Quando sono arrivata qui, mi sono resa conto che quello che stavo facendo in Italia mi stava distruggendo e che avrei potuto trovare di meglio fuori.”
Su un punto Irene è netta, e parla con la concretezza di chi ha vissuto entrambe le sponde. “Qua mi pagano bene, con un contratto serio, con giorni di ferie e giorni di malattia. Cose che in Italia, con un contratto entry level, non esistono.”
Le cose, riconosce, stanno lentamente migliorando, i nuovi contratti di ricerca introdotti di recente rappresentano un passo avanti importante, ma, mentre in Francia, la competenza viene riconosciuta e remunerata, in Italia esiste ancora troppo spesso solo la paga base, indipendentemente dal percorso formativo. “Io ho fatto un dottorato”, dice con una semplicità che contiene tutto il peso di anni di sacrifici.

Oggi lavora su una patologia renale rara, la Minimal Change Disease, studiando in particolare una proteina chiave chiamata nefrina. Un progetto che l’ha avvicinata anche alle colture cellulari, territorio ancora da esplorare e che sta apprendendo passo dopo passo.
E se vi stesse chiedendo quale fosse la sua giornata tipo, eccola qui: lavora dalle 9.00 alle 17.30, più o meno, poi piscina, ad un costo mensile bassissimo (piccola gioia in una città dai prezzi proibitivi), oppure come alternativa una bella passeggiata in una città che trova “caotica ma bellissima”. A parte uscite con un folto gruppo di italiani, Irene ha anche un fidanzato francese, conosciuto durante il primo soggiorno parigino, con cui ha trovato una lingua di mezzo tra l’inglese e l’italiano.
Uno sguardo al Futuro, tra emigrazione e ritorno
Ma a parte il lavoro com’è la sua relazione con il suo paese di origine? Il filo con Piedimonte non si è mai spezzato. I genitori vengono chiamati ogni giorno. Le amicizie di infanzia sono ancora vive, alimentate con cura. “Sono molto legata ai miei genitori. E c’è un’amica in particolare che sento tutti i giorni.”
Tornerebbe, un giorno? “Allo stato delle cose ti direi di no”, risponde senza giri di parole. Non c’è amarezza in questa risposta, solo lucidità. La ricerca richiede ambienti che la sostengano, strumenti all’altezza, riconoscimento. Per ora, queste condizioni le trova a Parigi. Ma la porta non è chiusa: “Non metto la mano sul fuoco. Non si può mai dire come andrà la vita.” Ammette infatti anche di poter essere interessata alla ricerca non accademica, anche in questo caso le aziende che si occupano di R&D in Italia investendoci rimane impresa ardua.
La storia di Irene Cipollone è quella di una ragazza del Matese che non è partita per paura, ma per curiosità e necessità scientifica. Che porta con sé l’ironia del Sud, la concretezza di chi ha imparato a fare tutto da sola, e una forte passione per la ricerca. Guarda a Napoli con nostalgia e a Piedimonte con affetto, sapendo che quei legami sono la rete su cui si regge tutto il resto.
E il suo messaggio a chi è ancora al crocevia è disarmante nella sua semplicità: andate. Guardate. Se non va, tornate. Ma andate.
