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    Home»Primo Piano»Non cancellare, ma ritrovare: Alife costruisce la sua mappa di comunità
    Primo Piano Territorio

    Non cancellare, ma ritrovare: Alife costruisce la sua mappa di comunità

    Dall’esperienza delle Parish Maps inglesi, un’iniziativa locale per custodire memoria e generare futuro
    Grazia Biasi14 Aprile 2026Nessun commento

    Al centro della sala c’è un tavolo e sopra una mappa di Alife: entro i confini delle mura romane si notano il cardo e il decumano che dividono ancora oggi la città in quattro quarti; e poi altre decine di piccole strade e traverse; ci sono le case, i giardini e pochi orti rimasti. Intorno, un attento pubblico di cittadini che ha risposto ad un appello: c’è da tracciare la mappa di comunità, c’è da fissare la memoria – per sempre – e dare in eredità ai più giovani una radice ancora portatrice di valori, di sogni, di cambiamenti. L’importante è non cancellare ma “ritrovare”, non disperdersi ma convergere. E si parte dal ricordo delle attività commerciali di un tempo, le più disparate, straordinarie cellule di vita sociale. Bollini colorati apposti qua e là e lentamente Alife è tornata a rianimarsi, sulla mappa e nei cuori di chi ha partecipato. Non una rievocazione ma una presa di coscienza.

    E’ accaduto sabato 11 aprile nel salone parrocchiale don Antonino Leggio, locale adiacente la Cattedrale, messo a disposizione dalla parrocchia per una attività che fa rima con “comunità”, ma anche ricordi, condivisione, impegno. L’idea di dare vita ad una Mappa di Comunità è stata di Salvatore Capasso, originario del luogo, per lunghi anni amministratore delegato di Banca Capasso, istituto di credito nato proprio ad Alife nel 1912 per volontà di un giovanissimo visionario, Antonio Capasso, suo avo. Salvatore, noto alle comunità matesine anche come abile escursionista e speleologo, si attesta anche come accreditato cicloviaggiatore e narratore di luoghi, nonché studioso delle aree interne e della politica ad esse connessa. Con lui, condividono il progetto della Mappa di Alife e ne progettano una futura e concreta visione, ci sono Amalia Zoccolillo, ingegnere; e Davide Del Basso consulente in trasformazione aziendale e gestione del cambiamento.

    Perché una mappa di comunità? Le origini
    Tutto ha inizio con le Parish Maps nate in Gran Bretagna intorno al 1980 per iniziativa dell’associazione Common Ground; il nome ne chiarisce l’identità: si tratta di mappe di parrocchie, quindi fotografie sociali circoscritte a piccoli territori pulsanti di vita, abitudini, tradizioni, valori. “Le Parish Maps sono la rappresentazione grafica della conoscenza ma anche della coscienza del territorio da parte dei suo abitanti, di tutto ciò che costituisce la vita locale e che conferisce al posto un senso di unicità”, scrivono Laura Bonato e Lia Zola in “Mappe di comunità: uno strumento di incontro” pubblicato online dall’Università di Torino. “Sono strumenti – si legge ancora – attraverso i quali la gente che abita un luogo può raccontare agli altri e ricordare a se stessa i punti fondamentali della storia di quel posto, una storia fatta di persone, eventi, incontri, leggende, musica, canti, sapori, proverbi, aneddoti, tradizioni religiose”.

    Le botteghe di Alife
    Il team composto da Capasso, Zoccolillo e Del Basso ha bussato alla porta di chi per passione e per competenze acquisite dedica tempo e risorse alla cura della storia locale, ma anche alla memoria di quelle persone che da sempre vivono la vita della comunità ed hanno assistito ai suoi naturali mutamenti. L’entusiasmo suscitato al primo incontro lascia già immaginare le prossime sedute, i prossimi scambi e una presenza maggiore e nuovi contributi a quelli già offerti.

    Sono numerose le mappe di comunità che potrebbero essere disegnate per Alife, ma la scelta è partita da quella riservata al commercio locale, esperienza che più di altre ha subito radicali cambiamenti: è sotto gli occhi di tutti il vuoto del centro storico, ormai muto e quasi anonimo per il venir meno delle piccole botteghe che in passato lo hanno animato, hanno accolto persone, hanno visto passare generazioni, sono stati luoghi di famiglia. Ma ciò che inevitabilmente faceva parte del progetto di vita degli alifani oggi non è più e con sè ha portato via occasioni di incontro, di saggi scambi, di accesi confronti, di spazi riconoscibili e riconducibili alle storie personali e collettive.

    Ma c’è la memoria; c’è ancora la memoria a fare da fondamenta ad una identità collettiva che è presupposto per ogni progetto futuro che sia culturale, sociale, o politico (nel senso di partecipazione al bene comume)…
    La memoria ci salverà nella misura in cui la sua trasmissione passerà per l’ascolto, il silenzio, l’accoglienza, la meditazione di ciò che eravamo e chi o cosa vogliamo diventare. Ecco perché l’incontro alifano ha già un gran valore: aver riunito una anziana novantenne, alcuni commercianti, dei nonni, uno studente alle prese con la tesi di laurea, uno o più membri della Pro Loco Alifana, i cultori e studiosi di storia alifana, un sacerdote capaci di ascoltarsi, di non parlare di se stessi ma di dare voce alla storia… il più autorevole libro di risposte.

    A tutti è stata data la parola; e tutti hanno apposto sulla mappa di Alife un bollino colorato per collocare nello “spazio-città” il ricordo delle vecchie botteghe: il lungo elenco si è colorato delle sfumature dei ricordi, degli aneddoti; sono riemersi dal passato fisionomie, caratteri, tipi, personaggi, soprannomi, e il sapore della nostalgia (inevitabile); non di certo per quei tempi per nulla facili ma per le relazioni che cementavano il paese e le famiglie.

    Non una ma tante mappe di comunità
    Ma il patrimonio alifano è tanto di più. Mappare i luoghi vissuti dai tedeschi e poi dagli americani (ed alleati) durante la Seconda guerra mondiale; mappare la zona montana e quella fluviale quasi del tutto sparite dalla memoria collettiva; mappare l’Alife sepolta dalle stratificazioni urbane; e poi focus sulla vita al di fuori delle mura cittadine. Nel frattempo, mentre riprende colore la fotografia dei ricordi, prenderebbe forma un altro modo per stare insieme ed incontrarsi, fino a definire un lavoro che sia visibile e fruibile all’intera città, di adulti, di giovani e di bambini. Il progetto prevederebbe la mappa su supporto fisico e digitale.
    Una carta d’identità che non parli al singolare, che non dica di ogni “singolo” cittadino ma della famiglia locale: questo vorrà essere la Mappa di Comunità alifana: un percorso che riconnetta le persone tra loro e le persone con i luoghi.

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