Ad Ailano, nell’area dell’ex impianto di trattamento rifiuti Metalplast, il tempo non ha attenuato il problema: lo ha aggravato. È quanto emerge dal Documento Programmatico (scarica) del Comitato “Stop Impianti Alto Casertano” guidato da Beniamino Rega e Gianpiero Martone, inviato al presidente della Regione Campania Roberto Fico, che ricostruisce con precisione una vicenda che si trascina da anni e che oggi viene indicata come una minaccia concreta per ambiente e salute pubblica.

Il dato più evidente – e anche il più allarmante – è quello che si ricava dall’analisi delle immagini satellitari nel corso degli anni. Se nel 2003 il piazzale esterno dell’impianto appariva sostanzialmente libero da rifiuti, già nel 2016 si registra una prima significativa presenza di materiali accumulati.
Da quel momento, la crescita diventa costante e progressiva: nel 2019 i cumuli occupano migliaia di metri quadrati (circa 4.000-5.000 mq) con altezze di stoccaggio visibilmente elevate; nel 2022 l’area risulta densamente coperta da rifiuti eterogenei; fino ad arrivare al 2024, quando l’intero piazzale – circa 8mila metri quadrati – appare completamente invaso da materiali accatastati, con altezze stimate fino a 5-6 metri.
Una progressione che, secondo il Comitato, documenta in modo inequivocabile l’espansione di uno stoccaggio fuori controllo, ben oltre i limiti autorizzati, e mai realmente interrotto nonostante provvedimenti formali e un procedimento penale in corso.
Un rischio ambientale continuo
Il sito si trova a poche decine di metri dai fiumi Lete e Volturno. Una collocazione che rende particolarmente delicata la situazione: i rifiuti, lasciati all’aperto senza coperture né sistemi di raccolta delle acque, sono esposti al dilavamento meteorico.
Ogni pioggia, sottolinea il Comitato, trascina potenziali sostanze inquinanti verso i corsi d’acqua, in un processo continuo che dura da anni. Non si tratta quindi di un evento episodico, ma di una fonte di contaminazione costante, con possibili ripercussioni sull’agricoltura, sulla catena alimentare e sulla salute delle comunità locali.
Una ferita sanguinante che rischia di infettarsi; una situazione che rischia di degenerare proprio alle pendici dei monti del Matese, in uno degli angoli più suggestivi e naturali della Campania, noto per la bellezza del paesaggio e la salubrità dell’aria continuamente ricercato da chi desidera una parentesi di vita diversa rispetto ai paesaggi urbani già di per sé più inquinati.
Il nodo della sicurezza e il rischio incendi
Accanto all’inquinamento del suolo e delle fale, resta alto anche il rischio incendi. Un tentativo di rogo nell’agosto 2024 è stato evitato solo grazie all’intervento tempestivo dei volontari e dei vigili del fuoco. Un episodio che, letto insieme ai casi recenti avvenuti nelle aree industriali di Pastorano e Teano con incendi durati per giorni interi, rafforza i timori di un possibile evento catastrofico.
Cumuli così estesi di materiali eterogenei – plastiche, gomme, rifiuti industriali – rappresentano infatti un potenziale innesco per incendi di grandi dimensioni, con emissione di sostanze altamente tossiche e conseguenze immediate su ambiente e salute.
Atti amministrativi e ritardi
Sul piano istituzionale, negli ultimi anni non sono mancati provvedimenti: ordinanze comunali, sequestro giudiziario, stanziamenti regionali per oltre 2 milioni di euro destinati alla messa in sicurezza e alla bonifica.
Tuttavia, evidenzia il Comitato, a fronte degli atti formali non corrispondono ancora interventi concreti sul sito. I rifiuti risultano ancora presenti e la bonifica non è stata avviata, mentre si avvicina la stagione estiva, periodo più esposto al rischio incendi.
L’appello: intervenire subito
Da qui la richiesta alle istituzioni di accelerare: avviare immediatamente le operazioni di messa in sicurezza, attivare sistemi di monitoraggio ambientale e adottare misure urgenti di prevenzione: a tal proposito chiede il coinvolgimento di Protezione Civile, ARPA Campania e SMA Campania S.p.A., ognuno per i propri ambiti di competenza.
La vicenda Metalplast, si legge nel documento, non è più una questione locale, ma un caso emblematico di gestione del rischio ambientale, che chiama in causa responsabilità istituzionali a diversi livelli.
Nel frattempo, sul territorio resta la percezione di un’emergenza che, anno dopo anno, invece di ridursi, continua a crescere – proprio come i cumuli di rifiuti che ne sono il segno più visibile.