Ricordo bene quando nel giugno del 2009 fu data la notizia della morte di Michael Jackson: avevo circa 15 anni e nonostante non appartenessi alla sua generazione, quella che aveva assistito direttamente ai progressi e all’apice della sua carriera, conoscevo bene il suo profilo.
Avevo cantato “Heal The World” alla recita di Natale alla scuola elementare, il video di “Thriller” era iconico e virale anche venti anni dopo la sua uscita, e gli riconoscevo un incredibile fascino da indurmi a riguardare in loop i video delle sue esibizioni su YouTube.
Era morto il “Re del Pop”, l’uomo che si era conquistato quell’appellativo con la sua straordinaria dote naturale, tra movimenti fluidi del corpo, una voce unica e uno stile irripetibile, originale, un contributo necessario e fondamentale alla storia della musica, un’eredità che ha segnato il modo stesso di creare e produrre musica negli anni a venire, fino ad oggi.

Il film Michael di Antoine Fuqua, ora al cinema, celebra proprio la poliedrica figura dell’artista che ha dato un apporto essenziale al panorama musicale internazionale, soffermandosi sugli albori della sua carriera, i Jackson 5, quando ero solo un bambino, fino all’esordio da solista e la consacrazione come artista indipendente, amato in tutto il mondo.
Protagonista, per la prima volta sul grande schermo, Jaafar Jackson, il nipote dello stesso Michael, figlio di uno dei fratelli dell’artista.
Nato in una piccola cittadina industriale dello stato dell’Indiana, Michael (Jaafar Jackson) è un bambino dalle notevoli doti canore, con le quali, infatti, anima, insieme ai fratelli, il gruppo dei Jackson 5, ideato dal padre Joseph (Colman Domingo), che diventa manager dei suoi figli, sui quali esercita violenza psicologica e fisica, pur di sfruttarne al massimo il potenziale artistico per mero profitto e trovare un riscatto alla sua stessa posizione sociale.
Ben presto, è proprio Michael che si impone nell’ensemble familiare, arrivando ad attirare l’attenzione delle case discografiche, con le quali incide i primi album da solista, che includono quei brani destinati a diventare delle hit.
Il successo di Michael è inarrestabile, ma la sua sfera intima è compromessa dalle propaggini di un’infanzia rubata e da una sensibilità non comune che lo espone a sofferenza e riflessioni profonde.

E’ il canto libero di Michael Jackson il cuore e l’ispirazione di questa pellicola: non solo la più classica narrazione dell’ascesa di un performer completo, ma un sofferto percorso di scoperta di sé e della propria identità, costellato di sorprendenti novità e di tragici avvenimenti.
La sceneggiatura (John Logan), infatti, si pone in linea con i più tradizionali elementi del biopic, coinvolgendo il pubblico nella dimensione più spettacolare e viva di Michael Jackson, come il processo creativo dietro i suoi pezzi, il calore dei fan, i concerti, così anche la sfera più intima del ragazzo che ha cercato di emanciparsi da un contesto familiare che, per quanto amasse, sentiva fin troppo oppressivo, con l’esigenza di recuperare la sua soggettività, permettendo di farsi apprezzare e conoscere per il vero sé.
Questi gli aspetti che la famiglia Jackson, i cui principali membri costituiscono il team produttivo del film, ha deciso di far emergere attraverso gli occhi del regista Fuqua: la sensibilità d’animo, la passione e la tensione emotiva di un’esistenza delicata, specie a fronte delle successive accuse e ambiguità a cui Michael Jackson fu poi chiamato a rispondere negli anni ’90, che la pellicola non tratta (il periodo temporale di riferimento del film sono gli anni che vanno dal 1966 al 1988), ma che sembra in ogni caso accennare attraverso ben dosati riferimenti.
Di Jaafar Jackson, per quanto non possa essere da tutti apprezzato, specie tra i fan più puristi, si può fare ben poca critica, perché per quanto non sia chiaramente MJ, ha affrontato una responsabilità di rilievo.
Lo ha interpretato con dedizione e pathos, riuscendo a restituirne il vigore, l’entusiasmo e la passione sul palco; nota a margine sul doppiaggio italiano dei dialoghi che, se pur è vero che Jackson avesse una voce piuttosto flebile e delicata, ne dà una versione che tende quasi alla parodia.
Notevole anche il piccolo Juliano Valdi, che riesce a distinguersi con carisma nel delineare le prime fasi del cantante americano, tra l’ingenuità da bambino ma anche la già precoce vena artistica; Colman Domingo, nel ruolo di Joseph Jackson, il padre-manager distaccato, riesce ad essere visceralmente detestabile, marcandone la non così sottile melliflua indole.
Da segnalare anche Miles Teller, che interpreta l’avvocato John Branca, la figura professionale che ha seguito MJ al culmine della sua carriera, e tuttora rappresentante legale dell’enterprise Jackson.

Michael è certamente una visione che concede al pubblico di rivivere la grandezza di una personalità irripetibile, pioniere di melodie, ritmi, coreografie che tutti hanno imparato a conoscere: del resto, Michael Jackson è stato cinema (i suoi video-clip in cui narrazione e musica si fanno una cosa sola, firmati da grandi registi come John Landis e Martin Scorsese) e tornando a casa dalla sala, pensando a lui, al suo vissuto e alla sua arte, non si può fare a meno di riflettere sul così frequente iato che si propone tra artista e uomo e sulla necessità, o meno, di distinguere lo stesso artista dalla sua presunta integrità morale.
Può quest’ultima macchiare un’operato professionale virtuoso e brillante?
Il film, come già sottolineato, non risponde a questa domanda, è una memoria familiare e insieme collettiva, godibile, un omaggio che racconta di un sogno di un giovane e quello di un’intera generazione che con lui lo ha vissuto.



