
La professoressa Roberta Tartaglia è originaria di Alife. Ha studiato lingue e conseguito un dottorato.
Ma, quando la Ricerca sembrava la strada ideale c’è stato il cambio di rotta.
Già in adolescenza si è mossa verso l’estero, sentendo dentro di sé la necessità di esplorare nuovi luoghi e immergersi in culture diverse. Studi in Norvegia e in Germania. Dopo l’università, esperienze in Kurdistan e in Cile.
Col tempo ha compreso che il lasciare la sua terra non era dovuto a una semplice mancanza di stimoli «[…] quelli, volendo, si possono trovare facilmente spostandosi di poco – quanto piuttosto l’incuria che si percepisce, la sensazione di essere totalmente lasciate a sé stesse».
La sua è una storia diversa rispetto alle altre raccontate in questa rubrica: si parla sì di andata ma anche di ritorno. Ma quando Roberta è tornata in Italia non ha scelto il Sud, e capiamo il perché.
Già in adolescenza hai avvertito questo bisogno di guardare fuori il Paese, cosa ti spingeva a farlo?
Sì, fin dall’adolescenza ho sentito il bisogno di altri stimoli, credo ci fossero due motivazioni di base. La prima è che – a quell’età – vivevo il mio contesto come limitante, semplicemente perché piccolo. L’altra è che lo percepivo come un territorio che non offrisse grosse opportunità. Con il tempo tuttavia ho cambiato idea su entrambi gli aspetti.
Dopo l’Università ti sei spostata all’estero, cosa hai fatto nello specifico?
Mi sono spostata varie volte all’estero, prima ho studiato in Norvegia, nei Paesi Bassi e in Germania, mentre dopo l’Università ho fatto scelte diverse. Prima sono andata in Kurdistan – nel versante turco, e poi in Cile. Volevo mettermi alla prova e ho lavorato come insegnante ed educatrice.
Com’erano le relazioni sociali?
Nei contesti studenteschi è facilissimo avere tante relazioni sociali. In tutte le scuole e le Università che ho frequentato non c’è mai stato il problema della socializzazione, forse anche facilitata dal fatto che ho sempre studiato anche le lingue locali, quindi riuscivo a entrare in contatto non solo con la comunità di studenti stranieri ma anche con quella locale senza problemi.
Durante le esperienze lavorative, naturalmente, la situazione è diversa, però devo dire che sono stata in contesti sempre molto accoglienti e non ho mai avuto difficoltà a inserirmi.


Cosa ti è rimasto di più di quella esperienza?
Di tutte le mie esperienze ciò che mi ha dato di più è stata sicuramente la possibilità di essere attiva nei diversi contesti e non solo ‘fruitrice‘.
Ho cercato sempre occasioni di scambio reale con le comunità che mi hanno ospitata, fuori e oltre i contesti di studio e lavoro – partecipando a collettivi e organizzazioni varie, talvolta anche dando vita a iniziative insieme a persone conosciute sul posto.
L’obiettivo era sicuramente quello di conoscere più a fondo i posti che attraversavo e di stringere relazioni autentiche. Inoltre, sono state grandissime occasioni per imparare nuove forme di organizzazione, ma anche e soprattutto pratiche che ho riportato con me.
La tua è anche una storia di ritorno: In Italia, però, hai dovuto fare un “passo di lato” quando ti sei resa conto che non potevi percorrere una strada…
Ho scelto di tornare dopo diversi anni, e di rientrare all’Università, infatti ho conseguito un dottorato di ricerca. Ho scelto consapevolmente di fare quel percorso in Italia nonostante non sia il contesto economicamente più vantaggioso perché – dopo diverso tempo in giro – volevo mettere in pratica qui tutto quello che avevo imparato.
Tuttavia, ho capito presto che nonostante fare ricerca mi piaccia tantissimo, il contesto accademico non fa assolutamente per me, quindi sono tornata a fare l’insegnante, questa volta nel contesto formale della scuola pubblica italiana.
Come tanti hai scelto di rimanere al nord Italia: gusto personale o questione di opportunità?
È stata una questione di opportunità. Per il dottorato ero tornata a Roma, dove avevo anche studiato, ma quando è arrivato il momento di scegliere la regione per il concorso docenti mi è stato subito chiaro che né il Lazio né la Campania fossero opzioni realistiche, così ho scelto l’Emilia Romagna.
Tuttavia, mentre ero convinta di potermi trasferire nei dintorni di Bologna, il caso ha voluto che mi capitasse un paesino dell’Appennino molto simile, per certi versi, al nostro contesto (“Alife” N.d.R). Queste somiglianze mi stanno stimolando molto, anche in questo caso uno scambio di pratiche è possibile.
Come sono le aspettative lavorative lì dove ti trovi?
Avendo vinto il concorso, alla fine lavorativamente la mia stabilità l’ho trovata.
Pensi mai di scendere giù e tornare nel tuo territorio d’origine?
Ci penso spesso, anche perché non vorrei mai che il lavoro diventasse l’unico e solo aspetto da curare. Fortunatamente, come dicevo prima, il contesto per quanto piccolo e isolato offre spunti molto interessanti. Penso che la prima cosa da fare sia mettere in dialogo il posto da cui vengo con questa nuova comunità che mi ospita, poi vedremo come evolvere!
In questa scelta, naturalmente, confluiscono diversi aspetti personali.
Rispetto al tuo territorio di partenza: cosa manca per essere più accogliente? Capace di “custodire” i suoi figli?
Ho detto prima che non vorrei mai che il lavoro diventasse l’unico e solo aspetto da curare, bene, mi contraddico subito: se ci fossero più opportunità lavorative, e intendo opportunità di lavoro dignitose e stabili, molte più persone sceglierebbero di restare, secondo me.
Aggiungo un altro aspetto che secondo me è fondamentale: la cura da parte delle istituzioni.
Con il passare del tempo ho capito che quello che mi ha sempre respinta non era tanto la mancanza di stimoli – quelli, volendo, si possono trovare facilmente spostandosi di poco – quanto piuttosto l’incuria che si percepisce, la sensazione di essere totalmente lasciate a sé stesse.
Che suggerimento dai a chi amministra?
Guardare la realtà fino in fondo: il nostro territorio è cambiato, è popolato di persone che abitano luoghi diversi e conservano qui relazioni importanti e preziose, ma proprio per la loro mobilità sono capaci di cogliere errori e contraddizioni molto facilmente.
Per non sfilacciare totalmente le comunità è essenziale pensare al loro benessere, che non passa attraverso il triplicarsi delle iniziative, bensì attraverso la cura: servizi, attenzione, trasparenza.