Norbert Steingress cammina per risanare una ferita e per aiutare gli altri a fare come lui. Da bambino, a soli nove anni, e per i sette anni successivi, subisce abusi sessuali, ma solo dopo quarant’anni troverà la forza per parlarne e riprendersi in mano la vita.
Sul suo zaino e sulla maglietta la frase “3000 km per ritornare alla vita”: è la distanza da Corato (BA) a Santiago de Compostela, il più lungo tra quelli da lui percorsi fino ad oggi, “senza fretta, con calma, lasciando il tempo agli incontri come questo”, mi spiega mentre siamo seduti al Colorado Café in Piazza Vescovado ad Alife. La priorità del cammino sono le soste in cui cerca un interlocutore a cui raccontare la sua storia per farla conoscere a più persone “ed aiutare altri a liberarsi di questo peso”.

Mercoledì 13 maggio alla redazione di Clarus arriva la telefonata di un assistente sociale del Comune di Alife, Andrea Rao: c’è un pellegrino con un importante progetto da raccontare… L’appuntamento per l’intervista dovrebbe essere davanti la Cattedrale, ma la pioggia battente ce lo impedisce.
Nel bar tra le voci concitate di chi è intento a giocare a carte, Norbert non perde mai la concentrazione, né l’intensità del suo pensiero; c’è tempo anche per commuoversi…
Nato in Austria, è arrivato in Italia poco prima degli anni Novanta ed ha insegnato come docente madrelingua di tedesco nelle Università di Genova e di Teramo; costruisce la sua famiglia a Corato ma da qui si sposta ripetutamente per ragioni di lavoro. Ed è proprio dalla cittadina in provincia di Bari che Norbert è partito il primo maggio; a fine agosto, se tutto procede secondo i piani, sarà a Santiago, meta di migliaia di pellegrini che ogni anno raggiungono la città che ospita le spoglie di San Giacomo.
Compirà settant’anni fra alcuni mesi, due protesi alle ginocchia, ma tanta voglia di vivere e condividere. “Il mio cammino è anche per incoraggiare tutte quelle persone che per un problema fisico, o protesi come le mie, hanno perso entusiasmo, pensano di non potercela fare. Non è così”, dice convinto e conferma che nel cammino verso Alife gli ha fatto molto bene incontrare sportivi che lo hanno incoraggiato e augurato “buona salute”. “Ma più di tutto”, aggiunge, “devo dire grazie alle persone che mi spingono a proseguire quando racconto la mia storia di vita, tra dolore e rinascita”.
Norbert tiene nascosto per circa quarant’anni il racconto della violenza subita da parte di due uomini vicini alla sua famiglia, dice di averlo fatto “per non far soffrire le persone a me più care; mia mamma sarebbe morta di dolore…”. Trattiene tutto per sé, come un bravo attore. “Vivevo come su un palcoscenico: davanti alla platea ero un uomo apparentemente sereno, felice del lavoro di docente; dietro le quinte ripiombavo nel mio dramma. Notti insonni, incubi in cui mi vedevo in una mongolfiera pesante, incapace di alzarsi verso il cielo”, racconta con voce interrotta dalle lacrime.
“Il cammino mi ha salvato; è stato un passo dopo passo fondamentale per guardarmi dentro, trovare la forza, convincermi che bisognava risanare quella ferita, o almeno provarci; e nel frattempo aiutare altri viaggiatori come me a farlo, a liberarsi da questo pesante fardello”.
Norbert, che di cammini verso Santiago ne ha fatti diversi, racconta che sulla strada, rivelando la triste vicenda personale ha dato coraggio ad altri camminatori a confessare lo stesso dramma subìto.
“Ti ascoltano, poi piombano nel silenzio e ti dicono: è successo anche a me; mi è capito alcune volte”.
Il suo primo cammino ha inizio per il solo desiderio di fuga, perchè scappare da un luogo all’altro per stava diventando la normalità; poi spiega, “camminando comprendi quanto sia importante stare da soli, piangere se ne hai bisogno, urlare, mettersi in ascolto della natura e di se stessi”. Sono i primi passi a rafforzarlo e a preparalo per il dopo che sarà determinante per lui, la sua famiglia, e tanti connazionali austriaci.
Nel 1987 torna in Austria per il funerale del padre e lì incontra i mostri che da bambino lo hanno abusato; la ferita tenuta nascosta riprende a sanguinare, a fargli molto male. A casa, la moglie lo percepisce. “Un passo alla volta, è così che si fa. Se ne parla prima con le persone più vicine, un familiare o un amico di cui ti fidi; poi uno psicologo, senza fretta… ma con il coraggio di voler superare questa prova”, continua Norbert. Siamo tra il 2009 e il 2010 quando Norbert, a 53 anni, decide di affrontare a viso aperto i carnefici della sua anima e di affidare alla Giustizia austriaca la storia di un’infanzia rubata. “Dopo così tanti anni non potevo pretendere più di tanto dalla Legge, ma il mio caso in Austria ha aiutato molte persone a prendere coraggio e ad alzare la voce; e voglio continuare a farlo”.
Lo zaino di Norbert contiene l’essenziale per il viaggio a piedi fino a Santiago ma è uno zaino diverso da quello dei primi viaggi perché ha ridotto al minimo i beni di cui necessita lungo la strada, scelta che racchiude un profondo significato metaforico e lui lo conferma: “sono un’altra persona, mi sono lentamente alleggerito nell’anima, ho recuperato un nuovo equilibrio, ma il mio cammino continua perché quei demoni interiori a volte riaffiorano e io in questi casi ho bisogno di procedere, passo dopo passo, per tornare a stare con me stesso”.
Lo testimoniano una maglia e una bandana di colore rosso che indossa: gli chiedo se quel colore così vivace abbia un significato e lui annuisce: “Quando l’ho comprata esprimeva la ferita sanguinante che avevo dentro di me; oggi questo colore dice il senso della vita che ho recuperato, ma presto come per altri utensili, la metterò via per aprirmi ad un nuovo tempo”.
Ogni cammino verso Santiago ha una motivazione nel cuore di chi lo compie, o un progetto ad esso legato che sulla strada chiede risonanza pubblica; così anche per questo. Il nostro viaggiatore ha deciso per ogni tappa di incontrare sindaci, assistenti sociali, associazioni, dunque figure istituzionali e categorie di persone sensibili alla sua storia, e dove possibile anche un giornalista che possa raccogliere il racconto. “Ad Alife, in Comune, ho ricevuto un’accoglienza straordinaria; mi hanno ascoltato con gentilezza, sono stati estremamente premurosi nei miei confronti; mi hanno dato ogni disponibilità per eventuali esigenze, sono grato per tutto questo”.
Cosa accadrà dopo questo cammino? “Chi è pellegrino una volta lo è per sempre”, spiega lui esprimendo il desiderio di poter camminare ancora e farsi ambasciatore di speranza per chi ha sofferto subendo violenza sessuale. Ma c’è un di più, perché Norbert oltre ad essere un camminatore esperto è anche hospitalero con tanto di riconoscimento ufficiale visibile nel ciondolo che indossa al collo; si tratta di una una persona preparata e formata a fare accoglienza negli ostelli lungo il cammino di Santiago o lungo la Via Francigena, che presta giorni di servizio anche per la preparazione e la somministrazione di pasti: “beh, se mi offrono una struttura e un posto dove dormire, volentieri lo farei anche qui”, dice sorridendo, convinto che anche questa esperienza, qui o altrove, non gli mancherà.
“Il mio è il cammino della memoria, il cammino della guarigione, il cammino del ringraziamento, il cammino di un uomo che vuole suscitare nei cuori degli altri il coraggio di andare avanti”,
conclude così quando al termine della chiacchierata decidiamo di fare una sintesi delle cose appena dette fra noi.
Continua a piovere; Norbert mi comunica che non ha fretta di raggiungere il Santuario della Madonna della Grazia – poco fuori il centro abitato – dove trascorrerà la notte perché deve incontrare una follower che lo segue sui social; prima di lasciarci scattiamo un selfie che gli servirà per aggiornare il profilo Instagram (seguilo qui). Le consumazioni al tavolo sono offerte dal bar che ci ha ospitati perché ai pellegrini e ai camminatori, chi può, esprime la piena solidarietà.




