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    Home»Attualità»L’Asse Usa-Cina e il delirio militare russo. L’Europa ritrovi la propria grandezza. Analisi geopolitica di Yari Lepre Marrani
    Attualità Primo Piano

    L’Asse Usa-Cina e il delirio militare russo. L’Europa ritrovi la propria grandezza. Analisi geopolitica di Yari Lepre Marrani

    Il recente incontro tra Donald Trum e Xi-Jiping è stato rivelatore di debolezze reciproche. L'Europa resta anonima da un punto di vista della leadership europea
    Redazione18 Maggio 2026Nessun commento

    di Yari Lepre Marrani*

    Il recente e pomposo summit di Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping è stato
    venduto al mondo come la consacrazione del “G2”, il direttorio globale delle due
    superpotenze destinate a spartirsi le sfere d’influenza del pianeta. Le immagini dei
    due leader, i comunicati congiunti sulla stabilizzazione tattica e le strette di mano
    volute da Trump per esibire la sua muscolarità da dealmaker offrono però una
    narrazione distorta.

    Pechino, 14 maggio 2026: visita del presidente Trump in Cina. Il presidente cinese Xi Jinping passa in rassegna la guardia d’onore insieme al presidente statunitense Donald Trump. Foto Ansa/SIR

    Dietro la coreografia geopolitica si nasconde una realtà ben più fragile: l’asse
    Washington-Pechino non è il manifesto di un’assoluta supremazia bilaterale sul resto
    del mondo, ma il sintomo visibile di una mutua vulnerabilità. Per gli Stati Uniti, in
    particolare, l’abbraccio con la Cina assomiglia paurosamente a una richiesta d’aiuto
    mascherata
    , resa inevitabile dal vicolo cieco strategico in cui la Casa Bianca si è
    infilata in Medio Oriente.
    E mentre i due giganti feriti stringono un patto di tregua temporaneo, l’Europa siede a
    guardare
    , ridotta al rango di spettatrice passiva, paralizzata dalle sue storiche
    divisioni e dalla mortale minaccia geopolitica che preme ai suoi confini orientali.

    Il pantano iraniano e il fallimento strategico di Washington
    Per comprendere la postura di Donald Trump a Pechino, è necessario partire dal
    perno del suo attuale fallimento strategico: la guerra in Iran. Il ritorno della campagna
    di “massima pressione” e l’escalation militare che ha incendiato il Medio Oriente,
    culminata nel blocco dello Stretto di Hormuz e in devastanti scambi di colpi, non
    hanno prodotto la capitolazione di Teheran
    . Al contrario, hanno dimostrato i limiti
    strutturali della proiezione di potenza americana nel ventunesimo secolo.
    Gli Stati Uniti si trovano impantanati in un conflitto logorante che drena risorse
    finanziarie, surriscalda i prezzi globali dell’energia e logora il consenso interno. I
    tentativi americani di imporre una resa incondizionata sono falliti, costringendo la
    Casa Bianca ad accettare fragili tregue e mediazioni esterne. Questa guerra d’attrito
    ha intaccato il vantaggio strategico globale degli Stati Uniti, legando le mani di Washington e privandola della lucidità necessaria per contrastare l’ascesa cinese nell’Indo-Pacifico.

    È proprio in questo stato di necessità che si inserisce il viaggio di Trump a Pechino.
    Andare da Xi Jinping per discutere della sicurezza marittima a Hormuz e chiedere
    che la Cina utilizzi i suoi canali diplomatici e commerciali per frenare l’Iran non è un
    atto di forza; è l’ammissione implicita che gli Stati Uniti, da soli, non sono più in
    grado di stabilizzare l’ordine internazionale
    . L’America ha dovuto negoziare con il
    suo principale rivale sistemico per ottenere una boccata d’ossigeno in Medio Oriente,
    offrendo in cambio concessioni e legittimazione politica.

    Anatomia di due debolezze: L’analisi di destino tra Trump e Xi
    L’incontro di Pechino ha sancito quella che può essere definita una cooperazione
    intrabellica temporanea
    . Nessuna delle due potenze ha l’energia o la stabilità interna
    per cercare lo scontro diretto, e questa è, paradossalmente, una buona notizia per la
    stabilità globale a breve termine. Tuttavia, la loro apparente solidità è un’illusione
    ottica
    .

    Se si scava sotto la superficie, la contrapposizione tra i due leader rivela un
    quadro di asimmetrica debolezza che merita un’attenta decostruzione analitica.
    Da un lato del tavolo siede Donald Trump, un leader intrinsecamente debole ma
    sostenuto da un’economia solida e da mercati finanziari reattivi. La forza degli Stati
    Uniti risiede ancora nella capacità del loro tessuto produttivo di assorbire gli shock,
    ma questa vitalità economica è costantemente minata dalle fragilità politiche della sua
    presidenza. Trump si muove all’interno di un sistema politico radicalmente
    polarizzato, sconta un progressivo isolamento dagli alleati tradizionali e porta il peso
    del già citato fallimento militare in Iran.
    La sua figura storica va compresa come uno short-lived phenomenon: una leadership
    transitoria, legata alle scadenze elettorali e strutturalmente priva di continuità
    istituzionale, incapace per sua natura di produrre una visione strategica che
    sopravviva al mandato presidenziale.
    Dall’altro lato siede Xi Jinping, la cui parabola politica impone quella che gli
    osservatori definiscono una vera e propria “analisi di destino”. Xi gode di una forza
    politica apparentemente incrollabile: esercita un controllo assoluto sullo Stato, vanta
    una leadership formalmente inattaccabile e gestisce il monopolio cinese sulle materie
    prime critiche del pianeta. Eppure, questo monolite politico poggia su basi
    economiche in profonda difficoltà strutturale. La Cina è attanagliata da una crisi
    immobiliare senza precedenti e da un rallentamento della crescita che genera un
    pericoloso deficit di consenso interno.

    Foto Ansa/SIR

    A differenza della transitorietà di Trump, lo sguardo di Xi è proiettato sul lungo
    termine
    . Il suo obiettivo non è la prossima scadenza elettorale, ma la creazione delle
    condizioni politiche e sociali necessarie a garantire una successione pacifica del
    potere all’interno del Partito Comunista. Il deficit di consenso è tale che Pechino non
    esita a considerare l’adozione di severe misure repressive per mantenere l’ordine
    sociale.
    Il G2, dunque, non è il Concilio degli Dei che governano il pianeta, ma un tavolo di
    gestione della crisi tra due giganti che barcollano per motivi opposti: un leader forte
    con un’economia debole che dialoga con un leader debole, forte di un’economia
    solida.

    La passività dell’Europa e il ricatto del dumping cinese
    Se la debolezza di America e Cina frena lo scoppio di un conflitto globale, la vera
    cattiva notizia è per l’Europa. Mentre Washington e Pechino ridefiniscono i contorni
    della loro convivenza tattica, l’Unione Europea assiste al tramonto del vecchio ordine
    geopolitico come una spettatrice passiva e impotente, sparuta, inconsistente ed
    esigua. Perché esigue sono le volontà politiche europee di radicalizzare agli estremi la
    volontà di cambiamento geopolitico del Vecchio Continente.
    Le relazioni di Bruxelles con gli Stati Uniti sono diventate drammaticamente difficili.
    L’approccio transazionale e unilaterale di Trump ha spinto ai margini l’alleanza
    atlantica tradizionale, lasciando l’Europa isolata sul piano della sicurezza
    complessiva. Contemporaneamente, il Vecchio Continente continua a subire gli
    effetti devastanti del dumping commerciale cinese.
    Pechino riversa sui mercati europei le sue sovracapacità industriali nei settori
    strategici della transizione ecologica e tecnologica, sfruttando l’assenza di una
    risposta politica comunitaria coesa. Senza una guida strategica, l’Europa rischia di
    essere colonizzata economicamente dalla Cina e abbandonata militarmente dagli Stati
    Uniti.

    Il terzo polo indispensabile: sconfiggere la Russia per fondare il Super-Stato Europeo
    Per uscire da questo stato di strisciante sottomissione, l’Europa deve compiere un
    salto quantico politico e militare, trasformandosi nel terzo polo geopolitico globale.
    L’equilibrio del mondo non può essere affidato alle oscillazioni del duopolio instabile
    USA-Cina; richiede una terza forza capace di imporre il diritto internazionale e difendere la democrazia liberale. Ma questa metamorfosi è impossibile finché
    l’Europa non eliminerà la minaccia esistenziale che preme sul suo fianco orientale.
    A oltre quattro anni dalla criminale invasione dell’Ucraina, la Federazione Russa si è
    rivelata per ciò che è realmente. Lontanissima dallo status di terza superpotenza
    globale, la Russia di Vladimir Putin è una potenza nucleare mediocre, un attore
    strutturalmente arretrato ma ferocemente distruttivo
    , la cui unica capacità geopolitica
    consiste nel cospargere di sangue l’est europeo per destabilizzare l’ordine
    continentale. La Russia non offre sviluppo, non offre tecnologia, non offre stabilità:
    offre solo violenza bellica e ricatto energetico.
    L’Europa non potrà mai rassicurare sé stessa e i suoi popoli, né potrà mai procedere
    sulla via del progresso sociale ed economico, attraverso la via dei compromessi al
    ribasso con Mosca. Solo attraverso la sconfitta della Russia di Putin sul campo di
    battaglia l’Europa potrà recidere una volta per tutte il cappio geopolitico che ne
    blocca lo sviluppo.
    La neutralizzazione del pericolo russo è la conditio sine qua non per la nascita di un
    vero e proprio Super-Stato europeo: un’entità federale, dotata di un esercito comune
    integrato, di una politica estera centralizzata e di una totale indipendenza strategica.

    La nuova Superpotenza globale. Un’Europa unita e militarmente sovrana, finalmente libera dall’incubo della minaccia russa, avrebbe il peso demografico, economico e morale per sedere al tavolo globale non come un terreno di conquista o un mercato di sbocco per i prodotti altrui, ma come un attore di prima grandezza. La debolezza intrinseca emersa dal vertice tra Trump e Xi offre all’Europa una finestra storica straordinaria. Continuare a ignorarla, restando aggrappati a un passato che non esiste più, significherebbe condannarsi all’irrilevanza permanente.

    * Yari Lepre Marrani, scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico-giuridiche. Sull’Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG (Notizie Geopolitiche). Collabora con il quadrimestrale dell’AMI (Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano.
    Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link:
     https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani.

    Debolezza europea donald trump europa iran leadership europea Pontenze militari Potenze economiche Russia Ucraina Xi Jinping

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