di Yari Lepre Marrani*
Il recente e pomposo summit di Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping è stato
venduto al mondo come la consacrazione del “G2”, il direttorio globale delle due
superpotenze destinate a spartirsi le sfere d’influenza del pianeta. Le immagini dei
due leader, i comunicati congiunti sulla stabilizzazione tattica e le strette di mano
volute da Trump per esibire la sua muscolarità da dealmaker offrono però una
narrazione distorta.

Dietro la coreografia geopolitica si nasconde una realtà ben più fragile: l’asse
Washington-Pechino non è il manifesto di un’assoluta supremazia bilaterale sul resto
del mondo, ma il sintomo visibile di una mutua vulnerabilità. Per gli Stati Uniti, in
particolare, l’abbraccio con la Cina assomiglia paurosamente a una richiesta d’aiuto
mascherata, resa inevitabile dal vicolo cieco strategico in cui la Casa Bianca si è
infilata in Medio Oriente.
E mentre i due giganti feriti stringono un patto di tregua temporaneo, l’Europa siede a
guardare, ridotta al rango di spettatrice passiva, paralizzata dalle sue storiche
divisioni e dalla mortale minaccia geopolitica che preme ai suoi confini orientali.
Il pantano iraniano e il fallimento strategico di Washington
Per comprendere la postura di Donald Trump a Pechino, è necessario partire dal
perno del suo attuale fallimento strategico: la guerra in Iran. Il ritorno della campagna
di “massima pressione” e l’escalation militare che ha incendiato il Medio Oriente,
culminata nel blocco dello Stretto di Hormuz e in devastanti scambi di colpi, non
hanno prodotto la capitolazione di Teheran. Al contrario, hanno dimostrato i limiti
strutturali della proiezione di potenza americana nel ventunesimo secolo.
Gli Stati Uniti si trovano impantanati in un conflitto logorante che drena risorse
finanziarie, surriscalda i prezzi globali dell’energia e logora il consenso interno. I
tentativi americani di imporre una resa incondizionata sono falliti, costringendo la
Casa Bianca ad accettare fragili tregue e mediazioni esterne. Questa guerra d’attrito
ha intaccato il vantaggio strategico globale degli Stati Uniti, legando le mani di Washington e privandola della lucidità necessaria per contrastare l’ascesa cinese nell’Indo-Pacifico.
È proprio in questo stato di necessità che si inserisce il viaggio di Trump a Pechino.
Andare da Xi Jinping per discutere della sicurezza marittima a Hormuz e chiedere
che la Cina utilizzi i suoi canali diplomatici e commerciali per frenare l’Iran non è un
atto di forza; è l’ammissione implicita che gli Stati Uniti, da soli, non sono più in
grado di stabilizzare l’ordine internazionale. L’America ha dovuto negoziare con il
suo principale rivale sistemico per ottenere una boccata d’ossigeno in Medio Oriente,
offrendo in cambio concessioni e legittimazione politica.
Anatomia di due debolezze: L’analisi di destino tra Trump e Xi
L’incontro di Pechino ha sancito quella che può essere definita una cooperazione
intrabellica temporanea. Nessuna delle due potenze ha l’energia o la stabilità interna
per cercare lo scontro diretto, e questa è, paradossalmente, una buona notizia per la
stabilità globale a breve termine. Tuttavia, la loro apparente solidità è un’illusione
ottica.
Se si scava sotto la superficie, la contrapposizione tra i due leader rivela un
quadro di asimmetrica debolezza che merita un’attenta decostruzione analitica.
Da un lato del tavolo siede Donald Trump, un leader intrinsecamente debole ma
sostenuto da un’economia solida e da mercati finanziari reattivi. La forza degli Stati
Uniti risiede ancora nella capacità del loro tessuto produttivo di assorbire gli shock,
ma questa vitalità economica è costantemente minata dalle fragilità politiche della sua
presidenza. Trump si muove all’interno di un sistema politico radicalmente
polarizzato, sconta un progressivo isolamento dagli alleati tradizionali e porta il peso
del già citato fallimento militare in Iran.
La sua figura storica va compresa come uno short-lived phenomenon: una leadership
transitoria, legata alle scadenze elettorali e strutturalmente priva di continuità
istituzionale, incapace per sua natura di produrre una visione strategica che
sopravviva al mandato presidenziale.
Dall’altro lato siede Xi Jinping, la cui parabola politica impone quella che gli
osservatori definiscono una vera e propria “analisi di destino”. Xi gode di una forza
politica apparentemente incrollabile: esercita un controllo assoluto sullo Stato, vanta
una leadership formalmente inattaccabile e gestisce il monopolio cinese sulle materie
prime critiche del pianeta. Eppure, questo monolite politico poggia su basi
economiche in profonda difficoltà strutturale. La Cina è attanagliata da una crisi
immobiliare senza precedenti e da un rallentamento della crescita che genera un
pericoloso deficit di consenso interno.

A differenza della transitorietà di Trump, lo sguardo di Xi è proiettato sul lungo
termine. Il suo obiettivo non è la prossima scadenza elettorale, ma la creazione delle
condizioni politiche e sociali necessarie a garantire una successione pacifica del
potere all’interno del Partito Comunista. Il deficit di consenso è tale che Pechino non
esita a considerare l’adozione di severe misure repressive per mantenere l’ordine
sociale.
Il G2, dunque, non è il Concilio degli Dei che governano il pianeta, ma un tavolo di
gestione della crisi tra due giganti che barcollano per motivi opposti: un leader forte
con un’economia debole che dialoga con un leader debole, forte di un’economia
solida.
La passività dell’Europa e il ricatto del dumping cinese
Se la debolezza di America e Cina frena lo scoppio di un conflitto globale, la vera
cattiva notizia è per l’Europa. Mentre Washington e Pechino ridefiniscono i contorni
della loro convivenza tattica, l’Unione Europea assiste al tramonto del vecchio ordine
geopolitico come una spettatrice passiva e impotente, sparuta, inconsistente ed
esigua. Perché esigue sono le volontà politiche europee di radicalizzare agli estremi la
volontà di cambiamento geopolitico del Vecchio Continente.
Le relazioni di Bruxelles con gli Stati Uniti sono diventate drammaticamente difficili.
L’approccio transazionale e unilaterale di Trump ha spinto ai margini l’alleanza
atlantica tradizionale, lasciando l’Europa isolata sul piano della sicurezza
complessiva. Contemporaneamente, il Vecchio Continente continua a subire gli
effetti devastanti del dumping commerciale cinese.
Pechino riversa sui mercati europei le sue sovracapacità industriali nei settori
strategici della transizione ecologica e tecnologica, sfruttando l’assenza di una
risposta politica comunitaria coesa. Senza una guida strategica, l’Europa rischia di
essere colonizzata economicamente dalla Cina e abbandonata militarmente dagli Stati
Uniti.
Il terzo polo indispensabile: sconfiggere la Russia per fondare il Super-Stato Europeo
Per uscire da questo stato di strisciante sottomissione, l’Europa deve compiere un
salto quantico politico e militare, trasformandosi nel terzo polo geopolitico globale.
L’equilibrio del mondo non può essere affidato alle oscillazioni del duopolio instabile
USA-Cina; richiede una terza forza capace di imporre il diritto internazionale e difendere la democrazia liberale. Ma questa metamorfosi è impossibile finché
l’Europa non eliminerà la minaccia esistenziale che preme sul suo fianco orientale.
A oltre quattro anni dalla criminale invasione dell’Ucraina, la Federazione Russa si è
rivelata per ciò che è realmente. Lontanissima dallo status di terza superpotenza
globale, la Russia di Vladimir Putin è una potenza nucleare mediocre, un attore
strutturalmente arretrato ma ferocemente distruttivo, la cui unica capacità geopolitica
consiste nel cospargere di sangue l’est europeo per destabilizzare l’ordine
continentale. La Russia non offre sviluppo, non offre tecnologia, non offre stabilità:
offre solo violenza bellica e ricatto energetico.
L’Europa non potrà mai rassicurare sé stessa e i suoi popoli, né potrà mai procedere
sulla via del progresso sociale ed economico, attraverso la via dei compromessi al
ribasso con Mosca. Solo attraverso la sconfitta della Russia di Putin sul campo di
battaglia l’Europa potrà recidere una volta per tutte il cappio geopolitico che ne
blocca lo sviluppo.
La neutralizzazione del pericolo russo è la conditio sine qua non per la nascita di un
vero e proprio Super-Stato europeo: un’entità federale, dotata di un esercito comune
integrato, di una politica estera centralizzata e di una totale indipendenza strategica.
La nuova Superpotenza globale. Un’Europa unita e militarmente sovrana, finalmente libera dall’incubo della minaccia russa, avrebbe il peso demografico, economico e morale per sedere al tavolo globale non come un terreno di conquista o un mercato di sbocco per i prodotti altrui, ma come un attore di prima grandezza. La debolezza intrinseca emersa dal vertice tra Trump e Xi offre all’Europa una finestra storica straordinaria. Continuare a ignorarla, restando aggrappati a un passato che non esiste più, significherebbe condannarsi all’irrilevanza permanente.
* Yari Lepre Marrani, scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico-giuridiche. Sull’Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG (Notizie Geopolitiche). Collabora con il quadrimestrale dell’AMI (Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano.
Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani.