Costantino Leuci* – Ci sono stato, qualche anno fa, all’Osteria dell’Unione, a Bra, dove il 26 luglio del 1986, Carlo Petrini e altri pochi amici, a tavola, davano vita ad Arcigola, un’associazione enogastronomica per promuovere la cultura popolare e il buon vino, celebrando quei valori contadini sempre più marginalizzati dalla società industriale.
Nasceva il primo di quei “semi di utopia” che Carlo Petrini ci ha regalato in questi 40 anni.
Tre anni dopo, a Parigi, l’associazione si trasformava nel movimento internazionale Slow Food, per fare “politica a partire dal cibo”, difendendo i sapori tradizionali, i territori e il “diritto al piacere”, in dichiarata opposizione all’ormai dilagante ed omologante “fast food”.
Nei decenni successivi, il movimento è cresciuto in tutto il mondo e il suo fondatore ha ampliato lo sguardo e il suo raggio d’azione, direi a centri concentrici, portando all’attenzione dell’opinione pubblica i temi delle politiche del cibo a livello globale, della biodiversità da difendere rispetto ad un modello agricolo e produttivo sempre più predatorio e distruttivo, della sostenibilità come valore non solo ambientale ma anche sociale e, direi, ontologico.
Lo ha fatto creando strumenti nuovi e coinvolgenti, che partono dal basso, come i Presidi, per difendere colture e lavorazioni messe a repentaglio dalla grande distribuzione, l’Arca del gusto, per custodire il prezioso bagaglio della biodiversità, gli Orti in condotta, per tradurre in azione educativa concreta i valori del movimento, Terra Madre e il Salone del Gusto, per far incontrare e collaborare migliaia di contadini, allevatori, pescatori di tutti i continenti, i Mercati della Terra, per far incontrare consumatori e piccoli produttori, l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. E tanti altri.
Ma soprattutto, Carlo Petrini è stato capace di parlare dei suoi temi con tutti e sempre con lo stesso linguaggio di verità, di autenticità e di leggerezza. Che parlasse con i suoi amati contadini delle Langhe o con i rappresentanti degli Stati del mondo all’Onu, con un pescatore cinese o con Papa Francesco, con un pastore maghrebino o con il presidente dell’Uruguay, Pepe Mujica, si è messo in ascolto e si è fatto ascoltare, ha denunciato ed ha incoraggiato, ha mostrato finissima capacità di analisi e gioiosa visione del futuro.
Sì, gioiosa, perché Carlin, come lo abbiamo sempre chiamato noi, non si è stancato mai di ricordarci, fino alla fine, che abbiamo “diritto al piacere”, che dobbiamo perseguire la felicità nelle nostre azioni e nelle nostre relazioni e che questa è la nostra “vera ragion d’essere”.
Oggi che se ne è andato, può star certo, che una comunità globale di donne e uomini continuerà a portare avanti il cibo buono, pulito e giusto, come aveva lui efficacemente sintetizzato i valori del movimento, anche con quella postilla degli ultimi anni: per tutti, che non dimenticava mai di ricordare per combattere l’accusa sommamente ingiusta di aver fondato un movimento per pochi.
Lo faremo anche noi, nel nostro piccolo, qui sul territorio matesino, dove già da molti anni proponiamo iniziative, formazione, laboratori e presidi.
Lo faremo portando con noi il prezioso tesoro del suo esempio, dei suoi discorsi e degli incontri avuti con lui, come quello di qualche anno fa a Napoli, quando, ancora una volta, ci fece dono delle sue illuminanti riflessioni e ci incoraggiò ad andare avanti.
Fiduciario Slow Food Matese
