
Gremita di fedeli la basilica di Santa Maria Maggiore venerdì 22 maggio in occasione della messa e della traslazione delle reliquie del patrono Marcellino, prete e martire. Un momento che insieme alla festa solenne del 2 giugno rivela la profonda fede di popolo, il legame dei credenti nella comunità di Piedimonte con il santo martire, il quale chiede ai suoi figli di assomigliargli nella santità edificando il bene della città e della comunità ecclesiale.
Quello che segue è il testo integrale dell’omelia di don Doriano Vincenzo De Luca* che ha presieduto la messa.
Prima la relazione, poi la missione
Cari fratelli e sorelle,
qualche anno fa, salendo verso un piccolo borgo di montagna, incontrai un anziano seduto davanti alla porta di casa. Aveva le mani consumate dalla terra e lo sguardo lungo di chi ha visto partire molti figli e molti amici. Mi disse una frase semplice, che però non ho più dimenticato: “I paesi muoiono quando la gente smette di salutarsi per nome”. Non parlava soltanto dello spopolamento o delle case vuote. Parlava di qualcosa di più profondo: della perdita dei legami, della lenta scomparsa della fiducia, del venir meno di quella fraternità quotidiana che tiene viva una comunità anche nei tempi difficili.
E mentre arrivavo qui, a Piedimonte Matese, pensavo proprio a questo. Alle pietre antiche di questa città, alle sue chiese, alle sue strade, ai volti della sua gente. Perché una città non vive soltanto per la sua storia o per la bellezza del suo paesaggio; vive quando continua ad avere un’anima. E l’anima di un popolo si custodisce soltanto quando qualcuno sceglie ancora di amare, di servire, di prendersi cura.
Le letture di oggi ci consegnano una parola forte, quasi provocatoria, per questa città posta tra la bellezza severa del Matese e le fatiche concrete della vita quotidiana. Una città che custodisce memoria, fede, tradizioni profonde, ma che conosce anche le inquietudini di questo tempo: il progressivo spopolamento, la fatica dei giovani a restare, il rischio di una rassegnazione civile, le fragilità sociali, il bisogno di lavoro stabile, la crisi dei legami comunitari.
E proprio qui la Parola di Dio diventa sorprendentemente attuale.
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù non domanda a Pietro se sia capace, forte, all’altezza del compito che lo attende. Gli chiede soltanto: «Mi ami tu?». E da quell’amore nasce tutto il resto: «Pasci le mie pecore». Non prima il compito e poi l’amore, ma il contrario. Prima la relazione, poi la missione.
È questo il cuore del cristianesimo. E forse è anche ciò che oggi rischiamo di dimenticare: pensiamo che la vita si costruisca soltanto con l’efficienza, con le strategie, con le competenze – che pure sono necessarie – mentre il Vangelo ci ricorda che una comunità rinasce solo quando qualcuno torna ad amare davvero il proprio popolo, la propria terra, la propria storia.
San Marcellino, patrono di questa città, non è soltanto una figura del passato da celebrare con devozione. È una domanda rivolta al presente. Perché i santi non sono custoditi nella nostalgia: sono affidati alla profezia. Essi ricordano a una comunità ciò che può ancora diventare.

E allora questa festa patronale non può ridursi a un rito identitario o a una tradizione da vivere soltanto esteriormente. Deve diventare un esame di coscienza collettivo. Una città vive davvero quando riesce ancora a generare legami, futuro e responsabilità condivisa; quando i giovani possono immaginarsi dentro la propria terra senza sentirsi costretti altrove; quando gli anziani continuano ad essere memoria viva e non presenza marginale; quando le istituzioni sanno dialogare; quando la cultura non si limita a intrattenere, ma aiuta una comunità a pensarsi; quando la fede esce dalle chiese e diventa forma concreta di cura, di giustizia, di prossimità.
In questo senso il tema della celebrazione è decisivo: «L’annuncio e la testimonianza del Vangelo nascono dal dono del Battesimo». Il Battesimo non è un gesto del passato, un ricordo custodito in una fotografia ingiallita. Il Battesimo è una consegna. È l’inizio di una forma nuova di esistenza: il momento in cui la vita dell’uomo viene immersa nella vita stessa di Cristo e resa capace di abitare la storia come segno del Vangelo.
Eppure, spesso, riduciamo il Battesimo a un fatto privato, quasi intimistico. In realtà è l’atto più rivoluzionario che possa accadere a una persona: perché il battezzato non appartiene più soltanto a sé stesso, ma diventa parte di un popolo chiamato a rendere visibile il Vangelo nella trama concreta della storia.
In tal senso il Battesimo ci libera dalla tentazione dell’indifferenza e ci ricorda che la fede non diventa evasione dalla storia, ma modo nuovo di abitarla e di servirla.
Forse il futuro di Piedimonte Matese non dipenderà anzitutto dai grandi proclami, ma dalla rinascita di una coscienza battesimale diffusa: padri e madri capaci di educare alla speranza; giovani che non cedano al cinismo o alla rassegnazione; professionisti che vivano il proprio lavoro come servizio al “bene comune” con competenza e senso umano; amministratori capaci di servire e non soltanto di gestire, animati dal senso di responsabilità; comunità cristiane che tornino ad essere luoghi concreti di fraternità reale.
Anche la prima lettura offre una chiave importante. Paolo è prigioniero, sotto processo, incompreso. Eppure continua a testimoniare Cristo. Questo significa che il Vangelo non dipende dalle condizioni favorevoli. La fede non nasce quando tutto funziona; spesso matura proprio dentro le ferite della storia.
Ed è qui che una comunità cristiana deve ritrovare coraggio. Perché oggi il rischio più grande non è la povertà materiale, ma l’impoverimento spirituale e relazionale: persone sempre più connesse e sempre più sole; territori ricchi di patrimonio e poveri di visione; società che moltiplicano parole e smarriscono significati. Piedimonte Matese possiede una vocazione particolare: è terra di connessione tra montagna e pianura, tra memoria e futuro, tra identità e apertura. Non un luogo dimenticato, ma un laboratorio di umanità possibile.
E allora qualche proposta concreta può nascere proprio dalla festa di San Marcellino. Anzitutto ricostruire fiducia comunitaria, alimentando sempre di più una cultura della collaborazione e della corresponsabilità. Perché una comunità diventa più forte quando le sue energie migliori imparano a camminare insieme.
Poi: custodire il territorio del Matese non soltanto come risorsa naturale o turistica, ma come spazio umano e spirituale. Perché i paesaggi educano: insegnano il limite, il silenzio, la pazienza, il senso della misura. E oggi abbiamo bisogno di ritrovare anche questa ecologia interiore.
E infine: investire sulla capacità di trasmettere senso e memoria tra le generazioni. Perché una comunità resta viva quando ciò che ha ricevuto non viene semplicemente conservato, ma consegnato in modo nuovo a chi verrà dopo.
Perché il rischio delle feste religiose è sempre lo stesso: onorare il santo senza assomigliargli. San Marcellino, invece, ci ricorda che la santità è una forma alta di responsabilità verso la propria città. E forse, alla fine, la domanda che Gesù pone oggi a Pietro è la stessa che pone a questa comunità: «Piedimonte, mi ami tu?». Perché il futuro nasce dall’amore.
San Marcellino,
testimone fedele del Vangelo,
voce rimasta accesa nel tempo,
veglia ancora su questa terra
distesa tra antiche pietre
e il silenzio grande del Matese.
Non si spenga nei cuori
la fiducia delle piccole consuetudini,
né venga meno tra le case
la forza gentile della speranza,
che insegna a rialzarsi piano
e a non disperdere il bene possibile.
Siano protetti i giovani,
quando il futuro appare lontano
e il presente domanda strade nuove;
siano custoditi gli anziani,
memoria viva e paziente
di ciò che gli anni non consumano.
Trovi conforto chi è stanco,
chi attraversa giorni difficili,
chi porta ferite nascoste,
chi continua a cercare consolazione
dentro le ombre della vita
e non ha più parole per pregare.
E il Battesimo ricevuto
non resti memoria sbiadita,
ma acqua viva nel cammino,
capace di rendere più limpido
lo sguardo sulle cose e sugli uomini,
più fraterno il respiro della storia.
Così il Vangelo continui a passare
nelle parole che riconciliano,
nei gesti che si fanno cura,
nelle mani che sanno condividere,
e anche nelle stagioni più difficili
non venga meno il desiderio del bene.
E su Piedimonte continui a soffiare
Il vento mite della pace.
Tra vicoli ombrosi e soglie discrete,
tra voci lontane e volti che ritornano,
rifiorisca lentamente la fiducia
come frassino alla fine dell’inverno.
Amen.
*Direttore di Nuova Stagione settimanale dell’Arcidiocesi di Napoli, coordinatore dell’intero apparato comunicativo della Chiesa partenopea, e prelato della Cappella del Tesoro di San Gennaro, più volte presente in occasione dei festeggiamenti per San Marcellino a Piedimonte Matese.




