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    Home»Attualità»Italiani all’estero fra tradizione e innovazione. L’intervista con la senatrice PD di Toronto Francesca La Marca
    Attualità L'italia fuori dall'Italia Primo Piano

    Italiani all’estero fra tradizione e innovazione. L’intervista con la senatrice PD di Toronto Francesca La Marca

    A cura di Alessandro Mongillo, da alcuni mesi studente a Seneca (Canada) per perfezionare le sue competenze, fondatore del Seneca Analytic Club
    Redazione30 Maggio 2026Nessun commento

    Alessandro Mongillo, di Alvignano (CE), pochi mesi fa è partito per il Canada dopo aver ricevuto l’ammissione al Seneca Polytechnic dove studia Business Analytics. L’obiettivo, perfezionare le competenze professionali acquisite dopo la laurea magistrale in Italia ed una esperienza lavorativa in una azienda leader nel settore delle acque.
    La scelta del Canada anche per ragioni di legami familiari.
    Immediatamente integrato nell’ambiente universitario, insieme ad alcuni colleghi-amici ha fondato il Seneca Analytic Club. “Sentivo il bisogno di creare uno spazio concreto – spiega a Clarus – dove gli studenti potessero andare oltre la teoria e avvicinarsi al mondo reale dei dati, del business e dell’innovazione. Studiando queste materia mi sono reso conto che l’analisi dei dati non è solo una competenza tecnica, ma uno strumento strategico per comprendere meglio le aziende, le istituzioni, i mercati e le trasformazioni sociali”.
    Il Club organizza networking, workshop su strumenti come Python, SQL e data analytics, incontri con professionisti, contenuti editoriali per il blog The Analyst.
    All’attenzione dei giovani universitari ideatori del progetto anche i dati relativi alle migrazioni degli italiani all’estero, aspetto sempre più attuale e quanto mai vicino alla vita di Alessandro. In questo contesto si inserisce l’intervista alla senatrice PD di Toronto Francesca La Marca rappresentante degli italiani per Nord e Centro America, già pubblicata su The Analyst.

    di Alessandro Mongillo

    Background istituzionale e contesto

    Prima di affrontare i grandi temi che oggi stanno plasmando la vita degli italiani all’estero, potrebbe raccontarci brevemente la Sua storia, il percorso che l’ha portata a rappresentare gli italiani in Nord e Centro America e le priorità istituzionali che hanno guidato il Suo lavoro?
    Il mio percorso politico è iniziato prima del 2013. Ero già attiva nell’area della sinistra in Canada ed ero coinvolta nel Circolo PD di Toronto. Avevo inoltre lavorato all’interno della comunità attraverso un’associazione culturale, ricoprendo il ruolo di vicepresidente dell’Organizzazione Culturale Siciliana e contribuendo all’organizzazione di eventi. Grazie a questo impegno, e al fatto che fossi già conosciuta nella comunità e politicamente partecipe, alla fine del 2012 mi fu proposto di candidarmi per Toronto.

    Come sa, all’estero si vota con il sistema delle preferenze all’interno di una lista. Il mio nome fu proposto, fui poi selezionata dal PD a Roma come candidata di Toronto e, alle elezioni del 2013, ricevetti il maggior numero di voti tra i candidati della mia area. È così che fui eletta alla Camera dei Deputati nel 2013.

    Sono stata anche la prima parlamentare della storia della Repubblica italiana nata e cresciuta in Canada. Prima di me c’era stata una persona con legami canadesi, ma nata e cresciuta in Italia. Io invece sono nata e cresciuta in Canada e credo di essere stata anche la seconda parlamentare italiana di seconda generazione.

    Se devo riassumere le priorità istituzionali che hanno guidato il mio lavoro, direi che la mia stella polare è sempre stata quella di elevare lo status degli italiani all’estero, in particolare degli italiani del Nord e Centro America, che è la mia circoscrizione elettorale. Questo significa rendere gli italiani in Italia più consapevoli della nostra realtà e cercare di migliorare lo status e la qualità della vita degli italiani in Nord e Centro America.

    Questa priorità guida tutto ciò che faccio dentro e fuori dal Parlamento. Include la promozione della lingua italiana e il suo mantenimento vivo in Nord e Centro America, il miglioramento dei servizi consolari, la semplificazione e l’efficientamento dei servizi, l’attenzione ai problemi dei pensionati e anche la promozione del turismo verso aree meno conosciute d’Italia. Sono tutti temi sui quali lavoro costantemente e che continuo a portare avanti anche in Senato.

    Dal Suo punto di vista, quali bisogni sono cambiati di più all’interno delle comunità italiane in Canada? Se pensiamo ai servizi consolari, alla cittadinanza, all’istruzione, alla mobilità professionale, alla lingua e alla cultura, dove ha visto i mutamenti più evidenti negli ultimi tredici anni?
    Da quando ho iniziato questo lavoro, ormai quasi tredici anni fa, è cambiato praticamente tutto. È cambiato il mondo stesso e, di conseguenza, sono cambiati anche i bisogni delle comunità italiane all’estero.

    La prima area in cui vedo una trasformazione importante è quella dei servizi consolari. Ogni singolo anno aumenta il numero di italiani che si trasferiscono all’estero e si registrano all’AIRE. In questi anni abbiamo visto una crescita molto forte del numero di cittadini che vivono e lavorano fuori dall’Italia. Questo significa una pressione molto maggiore sul sistema, sul Ministero degli Affari Esteri, sulle sedi consolari e sul personale. È tutto sempre più online, ma la domanda è cresciuta in modo netto e la pressione sulla rete è diventata molto più pesante.

    Ci sono stati cambiamenti importanti anche nell’istruzione e nella mobilità professionale. Le nostre comunità sono più istruite che mai. Molte delle persone che oggi si trasferiscono all’estero partono già con una laurea, una certificazione, un diploma o una specializzazione. Anche la mobilità professionale è cambiata in maniera radicale. Decenni fa gli spostamenti non erano quelli di oggi. Ora vedo persone muoversi con molta più fluidità tra città e Paesi. Qualcuno può andare a Boston per un master, poi spostarsi a San Francisco per un dottorato e magari poi a Chicago per un percorso post-doc. Tutto questo crea bisogni completamente nuovi.

    Questi italiani giovani, istruiti e internazionalmente mobili hanno esigenze diverse rispetto a quelle delle comunità storiche. Possono preoccuparsi della copertura sanitaria quando tornano in Italia, del mantenimento dei legami amministrativi e di come dividere il proprio futuro tra l’Italia e il Nord America. Le loro vite sono più fluide e transnazionali, e le istituzioni devono comprenderlo.

    Al centro Alessandro Mongillo, presidente del Club; alla sua sinistra la vicepresidente Shivangi Jaidka; l’ultimo a sinistra Parsa Hassas, tesoriere del Club; con loro altri membri del direttivo.
    Comunità italiane all’estero

    Nel 2024 ci sono state circa 155.000 partenze dall’Italia per lavoro e opportunità professionali, e una parte rilevante di questo movimento era diretta verso il Nord America. Qual è, secondo Lei, la differenza più grande tra rappresentare una comunità storica, come quella italiana consolidata di Toronto, e rappresentare la nuova ondata di italiani che è partita più recentemente?
    Questa è una distinzione molto importante. Quello che vedo è una combinazione molto interessante, visibile in quasi tutte le comunità che visito. Negli Stati Uniti forse è ancora più evidente che in Canada. Si vedono sia la prima ondata migratoria, spesso radicata nelle associazioni tradizionali, sia la più recente ondata di italiani altamente istruiti e mobili.

    Le generazioni più anziane hanno priorità legate alla continuità: mantenere vive le associazioni, coinvolgere le generazioni più giovani, preservare le tradizioni, il patrimonio culinario e artigianale, conservare le abitudini sociali e i dialetti, e fare in modo che le terze, quarte o quinte generazioni restino coinvolte. Il loro rapporto con l’Italia è spesso un rapporto di eredità, memoria e continuità affettiva. Per molti di loro, l’Italia è un luogo da visitare, magari dove tornare d’estate, ma non necessariamente un posto in cui costruire il proprio futuro professionale.

    La nuova ondata è molto diversa. Questi giovani italiani mantengono un forte legame con l’Italia, ma in un modo differente. Viaggiano spesso, sono politicamente consapevoli, molti sono interessati a partecipare alla vita politica italiana anche dall’estero e mi chiedono spesso come poter contribuire all’Italia attraverso le proprie competenze e conoscenze. Conosco giovani professionisti negli Stati Uniti che lavorano nell’AI, ingegneri, persone altamente specializzate, che mi domandano esplicitamente in che modo la loro expertise possa essere utile all’Italia.

    La differenza, quindi, non è solo generazionale. Riguarda anche la forma del legame. Le comunità storiche custodiscono identità e continuità. Le nuove comunità, invece, si chiedono come restare connesse pur rimanendo globalmente mobili e come costruire un futuro diviso tra Italia e Canada oppure tra Italia e Stati Uniti.

    Dati, AI e capacità istituzionale

    Nel corso della conversazione ho introdotto alcuni dati sull’adozione dell’intelligenza artificiale. Eurostat mostrava un divario significativo tra l’Italia e il benchmark europeo, mentre i dati canadesi suggerivano livelli molto più alti di utilizzo tra i giovani. Lei aveva anche citato il fatto che alcuni professionisti italiani in Nord America vorrebbero restituire all’Italia le proprie competenze nell’AI. Quando ascolta questi numeri, come interpreta il divario tra Italia e Canada, o più in generale tra Italia e Nord America?

    Devo ringraziarla per quei dati, perché mi ha insegnato qualcosa. Non conoscevo quelle cifre precise e devo confessare che mi hanno sorpresa e anche delusa. Trovo quel divario molto forte.

    L’AI è ovviamente un fenomeno relativamente recente ed è naturale che le generazioni più giovani, in ogni società, siano in genere più preparate dal punto di vista tecnologico e utilizzino questi strumenti con maggiore frequenza. Quindi non mi sorprende che i giovani facciano un uso dell’AI superiore a quello delle generazioni più anziane. Quello che mi sorprende è l’ampiezza della differenza che lei ha descritto tra i giovani italiani e i giovani canadesi, e persino il dato complessivo italiano rispetto al benchmark europeo.

    Per come la percepisco io, l’Italia non è un Paese che istintivamente considererei così indietro rispetto alle altre nazioni occidentali avanzate. È per questo che questi dati mi sorprendono. Non riesco a spiegarli fino in fondo. Un possibile fattore potrebbe essere la cosiddetta fuga di cervelli: molti giovani italiani molto capaci, comprese persone con forti competenze tecnologiche e nell’AI, lasciano ogni anno il Paese. Forse una parte di questo capitale umano finisce poi per contribuire in misura maggiore ai Paesi in cui si trasferisce. Ma non posso dire che sia questa l’unica spiegazione. Posso solo dire che questi dati mi lasciano delusa e mi convincono del fatto che l’Italia debba prendere seriamente questo tema.

    Restando sul tema AI, Le chiedevo se l’intelligenza artificiale possa migliorare la capacità delle istituzioni di comprendere e servire le comunità italiane all’estero, soprattutto in ambiti come i servizi consolari. Secondo Lei l’AI può aiutare concretamente le istituzioni pubbliche in questo campo?
    Sì, assolutamente. Anzi, credo che siamo già arrivati al punto in cui ciò è necessario. Se l’Italia non adotterà misure serie per attrarre di nuovo le cosiddette eccellenze italiane, il trend della mobilità in uscita continuerà. Ogni anno più cittadini si trasferiscono all’estero e si registrano all’AIRE, e questo aumenta automaticamente la pressione sulla nostra rete consolare.

    Se penso solo a Toronto, potrei tranquillamente dedicare tutto il mio tempo esclusivamente ai servizi consolari, perché il mio ufficio riceve ogni giorno segnalazioni e richieste di aiuto: persone che non riescono a prenotare appuntamenti, che non riescono a ottenere assistenza, che non riescono a parlare con qualcuno. Nel frattempo, il personale è limitato e oggi i diplomatici sono spesso meno inclini che in passato a trasferirsi in Paesi extra-UE.

    Alla luce di questa realtà, penso che non abbiamo altra scelta se non utilizzare l’AI. L’AI è il futuro, se non già il presente, e dovrebbe contribuire a sostenere i servizi consolari per il numero sempre crescente di italiani all’estero. Se usata bene, potrebbe semplificare i processi, gestire i volumi e migliorare l’efficienza. Naturalmente, tutto questo deve andare di pari passo con volontà politica e investimenti, ma la tecnologia deve diventare parte della risposta.

    Contesto globale, mobilità e fuga di cervelli

    Ci siamo poi spostati sul contesto globale. Ho richiamato il rapporto Future of Jobs del World Economic Forum, che indica la creazione di milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030, ma anche forti pressioni in termini di sostituzione occupazionale e reskilling, guidate dall’AI e dall’incertezza geopolitica. Dal Suo punto di vista istituzionale, l’attuale contesto geopolitico sta ridisegnando la mobilità internazionale, le opportunità e le scelte dei giovani italiani che guardano a Paesi come il Canada o gli Stati Uniti?
    Sì, in modo molto chiaro. Sia l’AI sia l’instabilità geopolitica stanno già influenzando le decisioni e, in molti casi, le due dinamiche sono intrecciate. I giovani sono consapevoli che l’AI sta cambiando il mercato del lavoro. Parlano di carriere AI-proof, di settori destinati a crescere e di competenze che resteranno preziose. Quindi questa dimensione sta già incidendo sul modo in cui pianificano il proprio futuro.

    Allo stesso tempo, anche la situazione geopolitica sta influenzando le destinazioni verso cui guardano. Dal mio osservatorio, rappresentando le comunità del Nord e Centro America, posso già dire che vedo un maggiore interesse per il Canada tra i giovani italiani e, almeno per il momento, un interesse un po’ minore verso gli Stati Uniti rispetto al recente passato.

    Naturalmente, nulla è immutabile. Sono dinamiche in evoluzione e cambiano anche le leadership politiche. Però oggi noto che, laddove in passato vi era spesso un entusiasmo più forte per gli Stati Uniti, ora vedo molti giovani italiani guardare di più al Canada e anche al Regno Unito. Queste tensioni e incertezze stanno influenzando in modo concreto la scelta tra fare un master negli Stati Uniti oppure in Canada o nel Regno Unito. Quindi sì, il clima geopolitico sta rimodellando le scelte di mobilità in maniera molto concreta e, da una prospettiva canadese, questa è almeno per ora una notizia positiva.

    Nell’intervista ho anche richiamato i dati AIRE, che mostrano la continua espansione degli italiani all’estero, con circa 6,4 milioni di iscritti fuori dall’Italia all’inizio del 2025, e il più ampio andamento delle partenze negli ultimi due decenni. In Italia parliamo spesso di fuga di cervelli. Come appare questo fenomeno dal Suo osservatorio e perché il Nord America è così attrattivo per i giovani italiani?
    La prima cosa da dire è che in circa vent’anni il numero dei cittadini italiani registrati all’estero è sostanzialmente raddoppiato. Si tratta di una trasformazione molto rilevante. Se l’Italia non metterà in campo misure istituzionali serie per attrarre nuovamente queste persone, questa dinamica continuerà.

    Penso a professionisti che conosco a Toronto, compresi medici italiani, che mi dicono apertamente che non tornerebbero mai più a lavorare in Italia. Da un lato questo mi rende orgogliosa come canadese, perché significa che qui hanno costruito carriere di successo e appaganti. Dall’altro mi rattrista come italiana, perché significa che l’Italia non riesce più a restare attrattiva per persone di grande valore.

    Perché il Nord America è così attrattivo? Le ragioni sono molte, ma la prima è la meritocrazia e l’opportunità. Canada e Stati Uniti sono percepiti, e sotto molti aspetti correttamente, come luoghi in cui il merito conta di più e in cui l’avanzamento professionale è più possibile di quanto spesso appaia in Italia.

    Poi ci sono stipendi più alti, percorsi di carriera più ampi, ambienti multiculturali e la possibilità di migliorare l’inglese e costruire il proprio futuro in un contesto dinamico. Per molte persone c’è anche un effetto rete familiare. Soprattutto per gli italiani del Sud è frequente che qualcuno abbia parenti in Canada e sia cresciuto con l’idea di poterci andare un giorno. Possono dire che vogliono studiare a Vancouver perché lì vivono zii o parenti, o perché hanno sempre sognato il Canada.

    Esiste anche un fattore immateriale molto importante: la percezione della libertà. Oggi, forse più in Canada che negli Stati Uniti, molti italiani continuano a percepire la società nordamericana come uno spazio in cui potersi esprimere liberamente, costruire una vita alle proprie condizioni e sentire intorno a sé possibilità aperte. Ancora una volta, come canadese questo mi rende orgogliosa, e come italiana mi porta a riflettere su ciò che l’Italia deve ancora migliorare.

    Identità, istituzioni e senso di appartenenza nel lungo periodo

    Vede un cambiamento nel modo in cui i giovani italiani all’estero si rapportano alle istituzioni, all’identità e al senso di appartenenza di lungo periodo rispetto alle generazioni precedenti? I giovani sono più distanti dalle istituzioni, oppure semplicemente connessi in modo diverso?
    Non direi che ci sia una frattura generazionale netta in termini di interesse verso le istituzioni. Quello che vedo più chiaramente è un aumento generale della consapevolezza nel corso del tempo.

    Quando i miei genitori votarono per la prima volta nel 2006, dopo l’introduzione della rappresentanza parlamentare diretta all’estero, non sapevano davvero che cosa fosse. Molti si chiedevano: che cos’è questo nuovo sistema, chi sono questi candidati, qual è il loro mandato? Anche se paragono quel momento a quando mi candidai io per la prima volta tredici anni fa, c’era sicuramente meno consapevolezza di quanta ce ne sia oggi.

    Oggi, nel 2026, grazie ai social media e alla digitalizzazione, c’è una consapevolezza molto più ampia delle istituzioni in generale e di questo ruolo in particolare. Le generazioni più anziane conoscono meglio cosa fanno gli eletti all’estero, ma ciò che sorprende anche me è il numero di giovani, perfino di terza o quarta generazione, nati fuori dall’Italia, che cercano attivamente informazioni sul mio ruolo, mi contattano, seguono il mio lavoro e si presentano.

    Direi quindi che, con il passare del tempo, cresce la consapevolezza sia tra i più giovani sia tra i più anziani. La differenza non è che i giovani siano distaccati. Piuttosto, molti di loro sono connessi in modi nuovi e spesso cercano non solo un’identità, ma anche una forma concreta di partecipazione.

    Se consideriamo non solo gli italiani iscritti all’AIRE, ma anche gli italiani di seconda, terza e successive generazioni in Canada e negli Stati Uniti, come valuta il valore, le competenze e l’innovazione che gli italiani hanno portato nell’ambiente nordamericano?
    Credo che gli italiani siano profondamente integrati nel tessuto della società canadese e americana. In Canada, in un numero relativamente contenuto di decenni, la comunità ha raggiunto livelli molto alti di successo ed è presente praticamente in ogni settore. Negli Stati Uniti forse sono ancora più integrati, perché la storia della migrazione lì è iniziata prima, già alla fine del XIX secolo.

    Che si parli di cittadini italiani o di persone di origine italiana, gli italiani sono presenti in tutti gli ambiti e hanno raggiunto i massimi livelli di realizzazione. È qualcosa di cui possiamo essere molto orgogliosi.

    Lei ha citato l’innovazione, e penso che sia un punto centrale. Nel mondo, quando si pensa all’Italia, vengono in mente non solo l’arte, il cibo e l’architettura, ma anche la creatività e l’innovazione. Gli italiani sono un popolo creativo e questa creatività ha viaggiato con loro. È stata portata in ogni società in cui gli italiani si sono stabiliti: Canada, Stati Uniti, Argentina, Australia, Brasile e molte altre.

    Sì, quindi, gli italiani all’estero hanno portato in Nord America competenze, talento, innovazione, spirito imprenditoriale e creatività. Hanno già dato moltissimo, anche se naturalmente c’è ancora tanto da costruire.

    Opportunità economiche tra Italia e Canada

    Nella parte successiva dell’intervista ho introdotto alcuni dati sul commercio bilaterale e sul più ampio rapporto tra Italia e Canada, compresi recenti incontri di alto livello tra i due Paesi. Guardando a questa relazione, quali settori o punti di forza economici ritiene più strategici per creare opportunità per le imprese e per gli italiani all’estero, soprattutto per i professionisti?

    Il primo punto che farei è che il CETA è stato senza dubbio vantaggioso sia per l’Italia sia per il Canada. Sebbene l’Italia non lo abbia ancora ratificato formalmente, e ogni Stato membro dell’UE debba ratificare individualmente l’accordo, questo quadro ha comunque sostenuto gli scambi economici e aumentato il commercio tra i due Paesi. Non c’è dubbio che entrambe le parti ne abbiano beneficiato.

    Non pretenderei di individuare con certezza un unico settore come il più strategico, perché questo non è il mio ambito principale e preferisco essere onesta su questo punto. Conosciamo i settori tradizionali di scambio, compresi i macchinari, l’agroalimentare e altri comparti industriali. Ma se penso al futuro, la prima area che mi viene in mente è la cooperazione tecnologica, soprattutto nell’AI e nei campi collegati.

    Includerei certamente anche la cybersecurity in questa riflessione. È un settore sempre più urgente ed è ormai quotidianamente al centro dell’attualità. Dunque, pur restando importanti i settori consolidati, credo che AI, tecnologia, cybersecurity e più in generale la collaborazione tecnologica tra Italia e Canada possano diventare alcune delle aree più strategiche dei prossimi anni.

    Abbiamo poi toccato un tema emotivamente centrale per molti italiani: il Made in Italy. Che cosa pensa dei cosiddetti prodotti italian sounding in Nord America, cioè prodotti che utilizzano nomi, immaginario o richiami italiani senza esserlo davvero? Quanto è serio questo fenomeno?
    È un problema molto serio. L’Italia perde molto a causa dei prodotti contraffatti o dei cosiddetti prodotti italian sounding. Parliamo di prodotti venduti in tutto il mondo che cercano di beneficiare dell’immagine della qualità italiana senza avere davvero origine italiana.

    Questo accade soprattutto nel settore alimentare, che è uno dei comparti più forti dell’Italia. Ci sono prodotti commercializzati come se fossero italiani, o presentati in modo tale da sembrare italiani, anche quando non lo sono. A volte perfino in Italia ci sono prodotti etichettati in modo fuorviante, così che il consumatore può pensare che siano interamente italiani mentre in realtà alcuni ingredienti provengono da altrove.

    Tutto ciò penalizza chiaramente l’economia italiana. Quando un Paese con un’identità agroalimentare così forte vede prodotti imitativi catturare valore sulla base della sua reputazione, quella è una perdita diretta. Per questo credo che servano tutele maggiori per i prodotti autenticamente italiani e una consapevolezza molto più forte intorno alla tracciabilità e all’etichettatura.

    A partire da questo punto, in che modo l’Italia e gli italiani dovrebbero proteggere meglio la qualità e la tracciabilità del Made in Italy? Che cosa dovrebbe fare il governo in maniera più efficace?
    Il governo deve mettere in campo misure più forti e seguire con maggiore attenzione la filiera. Soprattutto, le informazioni fornite ai consumatori devono essere molto più esplicite.

    Da anni sostengo che l’etichettatura debba essere più chiara. Non dovrebbe limitarsi a dire in modo vago “prodotto d’Italia”. Dovrebbe indicare in modo esplicito da dove provengono gli ingredienti. Se il latte viene dalla Polonia, o un altro ingrediente arriva dalla Romania o da un altro Paese, il consumatore deve poterlo vedere immediatamente e con chiarezza.

    Solo attraverso questo livello di trasparenza i consumatori possono prendere decisioni davvero informate. Una maggiore consapevolezza porta a scelte d’acquisto più responsabili e, di conseguenza, a una tutela più forte dei prodotti autenticamente Made in Italy. Quindi il punto chiave non è solo la promozione, ma anche la tracciabilità, la chiarezza e l’educazione del consumatore.

    Istituzioni, strategia e futuro

    Come dovrebbero le istituzioni misurare se le politiche e i servizi rivolti agli italiani all’estero sono davvero efficaci? In altre parole, ancora prima di definire dei KPI, che cosa deve cambiare a livello istituzionale?
    La prima cosa che direi è che servono più politiche e politiche migliori per gli italiani all’estero. Questo è il vero punto di partenza. Certamente nel tempo ci sono stati miglioramenti e la rappresentanza diretta all’estero ha aumentato l’attenzione verso le nostre comunità. Ma ancora oggi non esistono abbastanza politiche pensate in modo specifico per gli italiani all’estero.

    Perché? Perché l’Italia ha tradizionalmente mostrato troppo poco interesse verso le sue comunità fuori dal Paese. Oggi c’è più consapevolezza rispetto al passato, ma continua a esserci una certa indifferenza nei confronti degli italiani all’estero.

    Un altro aspetto è che l’Italia deve dare maggiore importanza al ruolo di chi viene eletto all’estero. Abbiamo lo stesso mandato formale e le stesse responsabilità dei parlamentari eletti in Italia, ma per certi versi il nostro ruolo è ancora più ampio, perché rappresentiamo sia i cittadini italiani in generale sia le nostre grandissime circoscrizioni estere. Eppure la riforma costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari ha colpito in modo particolarmente duro gli italiani all’estero. Siamo passati da 18 seggi tra Camera e Senato a 12. Questo non ha rafforzato la rappresentanza, l’ha indebolita.

    Oggi ciascuno di noi rappresenta un numero di elettori molto più alto rispetto ai colleghi eletti in Italia. Io stessa rappresento circa mezzo milione di cittadini. Si tratta di un numero più volte superiore a quello di molti colleghi in Italia. Se quindi l’Italia vuole davvero politiche efficaci per gli italiani all’estero, deve prima di tutto riconoscere l’importanza di questa rappresentanza e rafforzarla.

    Solo a quel punto si possono misurare davvero i risultati. L’Italia ancora non comprende pienamente che ciò che avvantaggia gli italiani all’estero finisce per avvantaggiare anche il Paese attraverso ricadute economiche, culturali e istituzionali.

    Quindi, in termini pratici, i servizi pubblici all’estero, soprattutto quelli consolari, dovrebbero essere rafforzati con più personale, strutture migliori e migliore tecnologia?
    Sì, assolutamente. I servizi consolari sono probabilmente il tema numero uno di cui ci occupiamo. Rafforzarli è essenziale.

    Questo significa più sostegno alla rete consolare, strutture più efficienti, un supporto più forte alla promozione della lingua e della cultura italiana all’estero, e anche maggiore attenzione per gli anziani e per i gruppi più vulnerabili. Potrebbe significare anche dare una struttura più solida alla rete dei consoli onorari. Io stessa ho presentato un disegno di legge volto a rafforzare quella rete, e sarebbe stato sostanzialmente a costo zero per lo Stato italiano, ma è stato respinto dall’attuale governo.

    Quindi sì, bisogna fare molto di più. E questo include sia scelte politiche sia strumenti tecnologici. Se ci sarà più sostegno, strutture migliori e un uso più efficace della tecnologia e dell’AI, il sistema consolare potrà funzionare molto meglio per le comunità che serve.

    Infine, quale messaggio vorrebbe condividere con gli italiani all’estero, soprattutto con i giovani professionisti e gli studenti in Canada, e con coloro che stanno pensando di costruire una vita in Nord America?
    Il primo messaggio è che oggi viviamo in società più interconnesse che mai. Quello che accade da una parte del globo produce effetti immediati dall’altra parte. Nessuna società vive più in isolamento. Siamo sempre più interdipendenti.

    Alla luce di questa realtà, il mio messaggio è molto semplice: se sei italiano, o di origine italiana, prenditi il tempo per capire che cosa sia questa rappresentanza all’estero, che cosa significhi e come funzioni. Informati, formati e non restare passivo. Anche se non sei nato in Italia, anche se appartieni alla seconda, terza, quarta o quinta generazione, non ci sono scuse per non comprendere queste istituzioni se tieni alle tue radici e al tuo futuro.

    Il secondo messaggio è: contribuite. Partecipate. Se avete idee su come rafforzare i legami, migliorare le politiche, promuovere il turismo, sostenere un borgo d’origine o aiutare l’Italia attraverso le vostre competenze professionali, mandate queste idee. Usate i social media, l’email, qualsiasi canale abbiate. L’importante non è soltanto osservare, ma prendere parte.

    Questo è il messaggio che vorrei arrivasse soprattutto ai giovani: informatevi, restate consapevoli e poi contribuite. Lavoriamo insieme per il bene degli italiani in tutto il mondo.

    SOURCES:
    https://www.migrantes.it/wp-content/uploads/sites/50/2025/11/Sintesi_RIM2025.pdf
    https://reports.weforum.org/docs/WEF_Future_of_Jobs_Report_2025.pdf
    https://www12.statcan.gc.ca/census-recensement/2021/dp-pd/sip/details/page.cfm?Dguid=2021A000011124&Lang=E&PoiId=2&TId=12 https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/ddn-20251216-3
    https://abacusdata.ca/optimism-meets-uncertainty-in-canadas-ai-landscape/
    https://kpmg.com/ca/en/services/digital/ai-services/generative-ai-adoption-index.html
    https://www.international.gc.ca/country-pays/italy-italie/relations.aspx?lang=eng
    https://ambottawa.esteri.it/en/italia-e-canada/diplomazia-economica/bilateral-trade-relations/
    https://www.reuters.com/business/italy-is-euro-zone-laggard-ai-usage-official-data-shows-2026-04-22/


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