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    Home»Commento al Vangelo»Vivere secondo il Vangelo è una scelta di coraggio. Commento al Vangelo domenica 21 giugno
    Commento al Vangelo

    Vivere secondo il Vangelo è una scelta di coraggio. Commento al Vangelo domenica 21 giugno

    Commento al Vangelo nella dodicesima domenica del Tempo ordinario - Anno A
    Redazione19 Giugno 2026Nessun commento

    XII domenica del Tempo ordinario – Anno A
    Ger 20,10-13; Rm 5,12-15; Mt 10,26-33
    Sorella Michela Arnone, Comunità Monastica di Ruviano

    Tiziano Vecelio: “Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre” (1550) – Museo del Prado, Madrid.

    Nonostante la ripetizione dell’invito a non avere paura che il testo del Vangelo di questa domenica propone per ben tre volte, un poco di timore si muove dentro di noi di fronte a testi così forti in cui si parla di essere uccisi, della possibilità che perisca l’anima e il corpo. E non risulta subito rassicurante neanche quando comprendiamo che questo passo del Vangelo di Matteo è conseguente a quello di domenica scorsa, in cui si parlava della missione dei dodici apostoli mandati da Gesù a guarire gli infermi, risuscitare i morti, purificare i lebbrosi, scacciare i demoni.

    Ci sono alcuni versetti di collegamento che non leggiamo, in cui il tema di oggi è aperto in maniera ampia: si tratta dei rischi e dei pericoli della missione. In quei versetti addirittura si dice che gli apostoli saranno portati davanti ai tribunali, che ci si dividerà tra persone di famiglia a causa del Vangelo, addirittura fratello farà morire il fratello e padre il figlio. «Sarete odiati da tutti a causa del mio nome» aveva detto Gesù in questi versetti (Mt 10,22).

    Ci sorgono, così, almeno due domande spontanee: come possiamo “non avere paura” di fronte a situazioni così pericolose e dolorose? Perché la conseguenza di un invio tanto straordinario – curare, guarire, scacciare, purificare – può essere così apparentemente disastrosa o comunque generare tanto dolore, sofferenza, rifiuto, divisione? Si tratta di domande complesse da sciogliere, rispetto alle quali ci viene in aiuto anche l’esperienza ecclesiale e la nostra concreta vita con dei fratelli. La Parola, infatti, ci fa leggere la vita; ma anche la vita e l’esperienza concreta, tante volte, ci aiutano a comprendere la Parola.

    Per rispondere alla prima domanda cominciamo restando nel testo stesso; «voi valete più di molti passeri» e «neppure un capello del vostro capo perirà» sono due immagini potenti che, se da una parte evocano la fragilità dell’uomo e della sua vita, dall’altra parte assicurano la cura e la custodia da parte di Dio.

    Coloro che a Lui si affidano e che obbediscono alla sua missione, quelli che lo riconoscono davanti agli uomini, nonostante i pericoli che questo determina, permettono a Dio di essere Signore sulla loro vita, allora Egli può custodirli e proteggerli! Tutto di loro sarà custodito, persino la cosa più banale, i capelli. È un’iperbole, ma rende bene l’idea. «Non avere paura», allora, è connesso con quelle cose che sembrano nascoste e che sono state ascoltate nelle tenebre, ma che saranno svelate e annunciate dalle terrazze; si tratta dell’annuncio della salvezza, del racconto dell’amore e della vita che il Signore ha sussurrato al cuore e alle orecchie degli apostoli, cose che sembreranno piccole e perdenti di fronte alla ribellione degli uomini, alla loro violenza, al loro potere, alla loro ricerca di sé stessi. Eppure queste cose si manifesteranno in tutta la loro forza, perché sono la Parola che viene da Dio.

    Allora comprendiamo che umanamente è impossibile non temere e tanti uomini e donne cedono alle esigenze del Vangelo e alla sequela proprio di fronte alla paura che si muove a causa di situazioni così dolorose; però, se crediamo veramente alla Parola, allora possiamo deporre quel timore e quella paura: possiamo perdere tutto, anche la vita, ma se riconosciamo il Cristo non perderemo la cosa più importante, l’unica verità più forte di ogni cosa, quella del Vangelo.

    Per la seconda domanda, bisogna dirsi che tante volte la persecuzione si scatena proprio di fronte al tentativo di guarigione; tutti, in teoria, vorrebbero guarire. Poi, di fatto, pochi guariscono perché la guarigione richiede il passaggio per il riconoscimento di essere malato ma anche della possibilità di poter essere altro. Il lebbroso forse non sa chi è senza la sua lebbra, l’infermo non saprebbe come costruirsi da vivere quando sano, l’indemoniato forse ha paura di essere libero da quella presenza scomoda e rassicurante allo stesso tempo, il morto potrebbe stare bene in quella staticità che non gli chiede nulla rispetto al vivere con continue stimolazioni.

    Gesù manda gli apostoli ad annunciare questa possibilità di essere “altro”, questa possibilità di vivere e rinunciare alla morte, di essere purificati e poter vivere con gli altri, di perdere la propria infermità per vivere liberi, di essere uomini quali “cosa molto buona” (cf. Gen 1,31), liberi dal male. Eppure l’uomo resiste a questa liberazione, si aggrappa alla sua malattia e spesso neanche se ne rende conto; e allora si scatena tutta quella violenza e quel pericolo per i discepoli.

    Come può un proposito di bene generare tanto dolore e tanta negatività? Eppure avviene, lo vediamo nelle nostre vite ecclesiali: gli irrigidimenti sulle proprie posizioni, il rifiuto di accogliere la salvezza secondo la forma che il Signore ha pensato per noi, il volersi dare forma e salvezza da soli soprattutto per dire “fino a dove” Dio può spingersi con noi, non può fare altro che scatenare tutto quello che il Vangelo ci racconta.

    E noi, vogliamo guarire? Riconosciamo il nostro esitare di fronte alla proposta del Vangelo? Con una prospettiva simile a quella del Vangelo, il brano di Geremia che leggiamo oggi presenta la doppia sfaccettatura del pericolo e della confidenza in Dio.

    Nella prima parte di questo brano, che fa parte delle cosiddette Confessioni di Geremia, il profeta, con uno stile caldo e diretto, esprime tutta la sua angoscia: a causa della parola proclamata, è stato abbandonato dai suoi amici, essi sparlano di lui, aspettano la sua caduta. La situazione che egli vive è tragica e dolorosa e all’inizio sembra quasi che Dio taccia.

    Anche Gesù, vicino alla fine della sua vita, soffrirà così, non solo perché lo avrebbero portato davanti ai tribunali, lo avrebbero messo a morte, ma perché i suoi intimi lo rinnegano, lo lasciano solo, faticano a credere in Lui. È molto provocatoria questa parola oggi, che mentre annuncia la realtà di un dolore per l’essere rinnegati e abbandonati quando si ha il coraggio di proclamare la Parola secondo la sua verità, annuncia il rispondere di Dio che sostiene e cura coloro che gli appartengono.

    Dio diventa un difensore per Geremia e questo aspetto corrisponde nel Vangelo con la promessa che neanche un capello del capo perirà. Di fronte ai rischi della verità e della proclamazione del Vangelo, di quella liberazione che il Signore porta e che troppe volte noi uomini non vogliamo, di fronte allo svelamento sulle terrazze di ciò che il Signore ha rivelato nel profondo a coloro che si sono messi in ascolto, si aprono due vie e due possibilità: essere come Adamo o essere in Cristo.

    Possiamo dire che le due dimensioni che attraversano tanto il Vangelo quanto il brano di Geremia – lo scatenarsi della violenza e il confidare in Dio – si condensano in queste due figure che Paolo nella sua lettera ai Romani mette in correlazione; Adamo rappresenta l’uomo che, peccando, lascia la via del bene: nel suo peccato è simboleggiato il peccato di ogni uomo, peccato con il quale nel mondo entra la morte.

    È per rimanere nella morte che gli uomini scatenano la violenza di fronte all’annuncio della Parola: attenzione, quegli uomini potremmo essere anche noi! Dall’altra parte c’è il Figlio fedele, che confidando e affidandosi a Dio, sceglie la via dell’amore anche di fronte al male: per mezzo di un solo uomo, così, entra nel mondo la vita e la salvezza. Dobbiamo chiederci allora, davvero, se continuiamo a vivere come Adamo, nonostante Cristo; o se, invece, stiamo lottando per vivere la nostra umanità secondo Cristo e secondo quella via, pericolosa e salvifica allo stesso tempo, che Egli ci ha aperto con la sua Croce e con la sua Resurrezione.

    bibbia chiesa cattolica Commento al Vangelo fede Parola di Dio Sacra Scrittura

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