
“Don Emilio è stato un pastore dall’odore delle pecore” ricorda don Roberto Guttoriello (Parroco di Sant’Eustachio e di Santa Maria del Popolo in Sessa Aurunca), che lo ebbe come parroco fin dalla tenera età. Un sacerdote dal tratto molto pragmatico: capace di andare dritto ai bisogni concreti delle persone, in particolare di quanti vivevano forme di povertà o di fragilità. Con i giovani sapeva stare: “Avevamo tirato su un bel gruppo di ministranti — racconta don Roberto —, e ricordo le cosiddette colonie estive, quello che oggi chiameremmo GrEst marittimi: ci caricava sul pulmino e passavamo due o tre settimane al mare.” A Falciano, segnata in quegli anni da un diffuso problema di droga, non esitò a frequentare la discoteca del paese, trasformando le serate di ballo in occasioni di preghiera e incontro.
Il cammino di don Emilio accanto agli ammalati affonda le radici lontano nel tempo. Immacolata Anatriello, che collaborò con lui fin dal 1970 quando entrò in contatto con i fratelli di Don Emilio: Marcantonio, Michele e Marianna. “Tra i ricordi più vivi di quegli anni — racconta Immacolata — ci sono le serate di maggio, quando don Emilio andava a prendere i bambini casa per casa per la recita del Rosario e, dopo la Santa Messa per al termine del mese mariano, organizzavamo una festa durante la quale i bambini facevano volare i palloncini in cielo. Erano momenti semplici, ma intensi, che lasciavano nei loro cuori ricordi indelebili.”
Nel corso della sua vita don Emilio, prete contadino e amante della terra e della sua prodigalità, non si tirava mai indietro: si proponeva spontaneamente per celebrare l’Eucarestia sui lidi e nei villaggi turistici, portando la presenza della Chiesa anche tra i “villeggianti”. La sua porta era aperta a tutti, senza distinzione di fede o provenienza: lo testimonia l’accoglienza riservata a una mamma e al suo bambino di un’altra religione e un’altra nazionalità.
Il segno più visibile del suo apostolato è la “Piccola Lourdes”, una casa per ammalati che volle e costruì con tenacia. Le radici di quest’opera affondano nella sua stessa famiglia: la sorella e i due fratelli erano disabili, e fu proprio quella convivenza quotidiana con la sofferenza a plasmare in don Emilio un amore viscerale per i malati.
Per finanziare la costruzione non esitò a ricorrere ai mezzi più semplici: statuine di gesso realizzate con i fratelli stessi, oppure piccoli gadget artigianali venduti in occasioni di festività.
“Questa casa è frutto della carità trasversale di tanta gente” sottolinea don Roberto Guttoriello. La struttura divenne nel tempo rifugio per malati, anziani e chiunque avesse bisogno di una casa. Don Paolo Gianni (Parroco di San Michele Arcangelo in Mondragone) la descrive così: “Era diventata un luogo speciale, dove la carità prendeva forma attraverso gesti semplici ma preziosi. Molte persone vi portavano stampelle, carrozzelle, girelli per la riabilitazione, medicine e altri ausili. Don Emilio li raccoglieva con cura e poi li distribuiva a quanti ne avevano bisogno, facendo sì che ciò che qualcuno non utilizzava più diventasse una risorsa per un’altra persona. Era un modo concreto di mettere in circolo il bene.”

Legati a questo spirito erano i viaggi a Lourdes con l’UNAL, a cui partecipavano decine di volontari che accompagnavano gli ammalati. Nel 1981, Anno Internazionale delle Persone con Disabilità, don Emilio fondò il gruppo Salus Infirmum, cinquanta giovani volontari dedicati all’accompagnamento dei disabili, con pellegrinaggi in Svizzera e nei principali santuari d’Italia, organizzando anche rappresentazioni teatrali e numerose iniziative benefiche. Fu anche direttore della Caritas diocesana per nove anni, durante l’episcopato di Mons. Agostino Superbo.
Don Emilio viveva la guida della comunità con uno stile che anticipava la sinodalità: “Lasciava carta bianca ai laici, si fidava, dava responsabilità reali” ricorda ancora don Roberto Guttoriello. “Certo, aveva un carattere deciso, a tratti rigido, ma di fondo c’era una tenerezza interiore, una dolcezza che si piegava ai bisogni dell’uomo”. Quel legame si fece particolarmente intenso nel giorno dell’ordinazione presbiterale di don Roberto, che don Emilio aveva visto crescere all’altare: “Ciò che mi ha consegnato in quei giorni lo porto ancora con me: guardare non all’apparato esteriore, ma al cuore dell’uomo. È questo che lui ha sempre fatto.”
Don Paolo ricorda infine il legame profondo che don Emilio custodiva con la parrocchia di San Michele Arcangelo di Mondragone, la comunità dove era nato alla fede: “Non era un legame formale, ma qualcosa che custodiva nel cuore con grande affetto. Non a caso fu ordinato sacerdote proprio il 29 settembre 1975, festa di San Michele Arcangelo. Ogni anno teneva particolarmente a celebrare il suo anniversario sacerdotale in quella parrocchia: all’inizio di settembre non mancava mai di chiamarmi per ricordarmi l’appuntamento.”
Negli ultimi anni la salute è andata progressivamente peggiorando, ma non sono venute mai meno la sua fede, la sua forza d’animo e il desiderio di aiutare il prossimo. “Il suo esempio — prosegue Immacolata — continua a vivere nelle opere che ha promosso, nelle persone che ha aiutate e nei tanti volontari che, grazie al suo insegnamento, hanno imparato a mettere il bene degli altri al centro della propria vita.”
“Il bene che ha seminato — conclude Don Paolo — continua a vivere nei cuori di quanti hanno avuto la grazia di conoscerlo. Che il Signore lo accolga nella Sua pace e gli doni la ricompensa promessa ai servi fedeli.”
I funerali sono stati celebrati martedì 16 giugno presso la Basilica Minore di Santa Maria Incaldana a Mondragone, presieduti dal vescovo diocesano Mons. Giacomo Cirulli. La camera ardente era stata allestita presso il salone parrocchiale della Parrocchia di San Michele Arcangelo.
Nelle foto compaiono spesso i familiari disabili di don Emilio; dalla loro condizione maturò la scelta di una casa di assistenza aperta agli ultimi bisognosi di assistenza.





