L’acqua che sgorga dalle montagne dell’Appennino meridionale rappresenta una delle più importanti risorse strategiche del Paese. Per questo l’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale, in collaborazione con l’Università di Bologna, sta lavorando alla realizzazione di una rete di monitoraggio quantitativo delle sorgenti captate a uso idropotabile che non ha precedenti in Italia.
Il progetto, illustrato dal professor Alessandro Gargini, docente di Idrogeologia dell’Alma Mater Studiorum di Bologna, nel corso del sesto Focus del percorso di partecipazione pubblica dell’Autorità di Bacino, punta a dotare il territorio di strumenti capaci di misurare in maniera costante la disponibilità reale della risorsa idrica e di individuare tempestivamente eventuali situazioni di criticità.
Una prima nazionale
La novità consiste nell’estensione del monitoraggio all’intero Distretto dell’Appennino Meridionale, un territorio vastissimo che copre circa 68mila chilometri quadrati. “In Italia non esiste ancora un analogo e sistematico sistema di monitoraggio delle sorgenti nel territorio di un intero distretto”, ha evidenziato Gargini.
L’iniziativa nasce nell’ambito dell’aggiornamento del Piano di Gestione delle Acque e punta a colmare le lacune conoscitive ancora presenti sullo stato quantitativo delle risorse idriche sotterranee, elemento fondamentale per la definizione del bilancio idrogeologico e per una corretta governance dell’acqua.
Il patrimonio nascosto dell’Appennino meridionale
Lo studio ha consentito di mettere in evidenza la straordinaria ricchezza di acque sotterranee del Mezzogiorno. Nel Distretto sono state censite 191 idrostrutture e i sistemi carbonatici rappresentano circa il 50% della superficie complessiva dei corpi idrici significativi.
“Si tratta di una condizione vantaggiosa che non si riscontra al Centro-Nord”, ha sottolineato il docente, evidenziando come il patrimonio idrico sotterraneo del Sud costituisca una risorsa di valore strategico per il futuro.
Dal censimento storico alle misurazioni di oggi
Per costruire il nuovo sistema di monitoraggio i ricercatori sono partiti da un prezioso patrimonio storico: la digitalizzazione dell’opera “Le Sorgenti Italiane”, il grande censimento realizzato dal Ministero dei Lavori Pubblici tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del Novecento.
Quel lavoro documentava ben 7.825 sorgenti storiche e conteneva 7.720 misure di portata. Da questa base è stato avviato, dal 2024, un nuovo censimento delle sorgenti utilizzate a scopo idropotabile.
Ad oggi risultano rilevate 1.481 sorgenti: 521 in Basilicata, 513 in Calabria, 257 in Campania, 101 in Molise, 52 nel Lazio e 37 in Abruzzo. Il lavoro, ormai prossimo alla conclusione, deve essere completato soprattutto in Campania e Molise.
Le sorgenti censite generano complessivamente una portata di 32.321 litri al secondo. Di questi, ben 26.519 litri al secondo provengono da 387 sorgenti collocate in complessi carbonatici, che presentano una portata media di 69 litri al secondo per sorgente.
Le criticità delle infrastrutture
L’indagine ha fatto emergere anche problemi strutturali. In molte aree, infatti, gli impianti di captazione risultano obsoleti e poco efficienti.
“L’unico modo per conoscere la reale quantità d’acqua che sgorga è misurare la portata direttamente al punto di emergenza della sorgente”, ha spiegato Gargini, evidenziando come in diversi casi vi siano significative dispersioni già nella fase di captazione.
Molte infrastrutture risalgono addirittura al periodo fascista o a epoche precedenti e richiedono interventi di manutenzione e adeguamento per consentire l’installazione delle nuove strumentazioni di monitoraggio.
La rete del futuro e l’allarme clima
La futura rete sarà composta da 39 sorgenti sottoposte a monitoraggio continuo, 110 controllate in modo discontinuo e altre 149 individuate come rete di supporto per eventuali rilevazioni sostitutive.
I dati raccolti permetteranno di attivare sistemi di allerta in caso di emergenza idrica, supportando sia l’Autorità di Bacino sia i gestori del Servizio Idrico Integrato nella pianificazione e nella gestione delle risorse.
Particolarmente significativo il confronto tra le portate storiche e quelle attuali. Su un campione di sorgenti della Calabria si registra una diminuzione del 40% tra gli anni Venti del secolo scorso e i primi decenni del Duemila. Nel Lazio il calo raggiunge il 32%.
Secondo Gargini, tra le principali cause vi è la riduzione della copertura nevosa dovuta all’aumento delle temperature medie, fenomeno che riduce la ricarica degli acquiferi e accentua i processi di evapotraspirazione.
Nei prossimi anni il progetto proseguirà con l’individuazione delle aree di ricarica delle sorgenti e con la definizione delle relative zone di protezione. Un passaggio decisivo per tutelare una risorsa essenziale che, sempre più, dovrà confrontarsi con le sfide imposte dai cambiamenti climatici e dalla crescente domanda di acqua potabile.
