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    Home»Attualità»Fine Vita. “Se il sistema sanitario eroga la morte, si lancia il messaggio che la vita fragile è una non-vita”
    Attualità

    Fine Vita. “Se il sistema sanitario eroga la morte, si lancia il messaggio che la vita fragile è una non-vita”

    L'intervento dell'avvocato Domenico Menorello, membro del Comitato nazionale di bioetica
    Redazione24 Giugno 2026Nessun commento

    M. Elisabetta Gramolini – Nuova udienza sul fine vita alla Corte Costituzionale, chiamata a esprimersi per l’ottava volta sui trattamenti di sostegno vitale. Al Palazzo della Consulta si sono scontrate due visioni: l’Associazione Luca Coscioni, che chiede di ampliare l’accesso al suicidio assistito per tre malati, e l’Avvocatura dello Stato insieme ai legali di otto pazienti irreversibili, decisamente contrari a un allargamento dei requisiti. Al Sir, l’avvocato Domenico Menorello, membro del Comitato nazionale di bioetica, illustra le istanze delle associazioni a favore della vita, tra cui il network “Ditelo sui tetti” di cui è coordinatore, il Movimento per la Vita, il Centro Studi Livatino e i Medici Cattolici.

    “Pur non essendo ammessi direttamente in udienza, abbiamo voluto offrire il nostro contributo tecnico e valoriale attraverso lo strumento giuridico dell’Amicus curiae”, afferma l’avvocato. In questi scritti, le associazioni avevano ribadito il proprio punto di vista: una legge o una prestazione del servizio pubblico portano un enorme valore educativo, poiché ordinano la società verso ciò che viene riconosciuto come un bene comune.

    “Se lo scopo del Servizio sanitario nazionale venisse capovolto – spiega Menorello –, passando dalla cura di ogni istante, che afferma il valore assoluto della vita sempre (anche e soprattutto quando è fragile), a uno strumento per disporre della vita di un malato, si lanciarebbe un messaggio devastante alla società: che la vita fragile è una “non vita”, un’esistenza indegna. È esattamente questa la deriva culturale che dobbiamo evitare”.

    Per l’esperto, chi sostiene la tesi opposta “dovrebbe ammettere questa visione antropologica, che purtroppo si è già verificata in tutti i Paesi che hanno piegato il sistema sanitario pubblico a queste pratiche”.

    Menorello ricorda pure che la Corte Costituzionale, nella sua riflessione, non ha mai affermato la necessità istituzionale di introdurre il suicidio assistito. “Ha semplicemente stabilito – dice – che, in circostanze eccezionali e drammatiche, l’atto soggettivo di un medico che aiuta un paziente a morire, pur rimanendo un atto illecito, riprovevole e configurabile come un abbandono anziché come un gesto di pietà, può non meritare il carcere. La Consulta parla di depenalizzazione per il singolo in casi limite, non di un diritto costituzionale. Trasformare questo orientamento in un obbligo per il Servizio sanitario significa stravolgerne la natura. Dobbiamo scindere nettamente questi due livelli: il piano soggettivo del comportamento del singolo e il piano normativo e istituzionale dell’ospedale pubblico, che deve rimanere preposto unicamente alla cura”.

    La vera risposta alla fragilità non deve essere quindi l’abbandono, ma il potenziamento delle cure palliative. “Non si tratta – insiste l’avvocato – di una mera questione tecnica, bensì di una postura antropologica opposta: prendersi cura della vulnerabilità che, prima o poi, riguarda ognuno di noi”.

    Quello che serve è un lavoro culturale intenso che negli anni ha già generato quattro interventi normativi di rilancio delle cure in Italia. “Tuttavia – riconosce Menorello – oggi servirebbero norme severe nei confronti di quelle Regioni che non assicurano l’effettivo diritto a essere curati senza condizioni fino alla fine. La vera libertà, essere “liberi fino alla fine”, coincide con il diritto di essere assistiti, amati e curati”.

    Altro tema che pone all’attenzione l’esperto è la mancata applicazione della legge 38 del 2010 che prevede l’accesso alle cure palliative in tutto il territorio nazionale. “È grave – critica – che molte amministrazioni regionali siano ancora lontane dall’assicurare il 100% della copertura, anche domiciliare e h24 per i casi più gravi, e che invece si approccino a introdurre prestazioni sbrigative per liberarsi dei fragili. Di fronte alle testimonianze drammatiche dei pazienti, come i malati di Sla, il nostro approccio – ribadisce – deve essere di profondo rispetto e vicinanza al dolore del singolo. Nessuno mette in discussione la drammatica libertà personale di ogni individuo. Ma il punto è un altro: perché trasformare questa drammatica libertà in un obbligo di prestazione a carico del servizio sanitario? Questo significherebbe scivolare verso uno “Stato etico” che dice ai cittadini più fragili che la loro vita non serve più a nulla. I dati e le statistiche internazionali ci dicono chiaramente che, negli Stati in cui il servizio sanitario si fa carico di erogare la morte, si registra un’impennata di richieste. Questo accade perché il malato percepisce il giudizio di disvalore e di abbandono della propria fragilità da parte delle istituzioni. Come nota la stessa Corte in diversi passaggi, la prudenza deve essere massima: norme di questo tipo rischiano di devastare la percezione che una persona malata ha di se stessa”.

    Per il futuro, l’avvocato Menorello non nasconde le perplessità: “Difficilmente usciremo a breve dalla confusione in cui ci troviamo, una vera e propria “Babele” (per usare un’immagine cara a una recente enciclica) alimentata da pronunciamenti della Corte che spesso si prestano a fraintendimenti e utilizzi strumentali. Oggi assistiamo a un paradosso inaccettabile: un “federalismo della vita e della morte” in cui ogni singola Regione sta legiferando autonomamente per introdurre prestazioni di morte. È scandaloso – conclude – per un Paese civile tollerare che i sistemi sanitari regionali abbandonino i malati anziché curarli, aiutandoli ad andarsene nella solitudine, mentre contemporaneamente si combattono aspre battaglie politiche su materie decisamente meno vitali”.

    Fonte SIR

    bioetica chiesa cattolica Corte Costituzionale fine vita Medici Cattolici suicidio assistito

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