
Al centro c’è la passione per Alife, intorno la creatività di un artista locale e il sogno di due giovani imprenditori di rendere la città un posto migliore.
Basta poco, l’importante è che sia un’idea audace. Ed infatti così è stato per il murales – opera di Gianni Parisi – sulla parete esterna della pizzeria Vino e Biga di Piazza Vescovado gestita da Luigi Santagata e Marco Pece. Un’azione venuta dal basso, dai cittadini, ma pensata per tutti.
Colori forti, incidenti nella parete; forme che si intersecano ma non si confondono: il tutto rivela la storia di Alife, la sua antichità romana che l’artista Gianni Parisi più volte ha rappresentato e reinterpretato.
Vino e Biga, la novità imprenditoriale di Alife, testimonia il cambiamento possibile: una pizzeria nel centro storico al piano terra di un edificio antico rimesso a nuovo e presto ancor più capiente, ha cambiato il volto alla piazza: non è solo estetica (necessaria anche quella all’intera città), ma anche presenze, movimenti, clientela che giunge da tutta la Campania e regioni limitrofe come Lazio e Molise. Posti a sedere all’aperto per fare di Piazza Vescovado un luogo godibile e non solo di transito o di parcheggio; e anche il tentativo di pedonalizzare alcuni metri di tratto urbano. Decoro, pulizia, servizi resi alla clientela ma anche alla città rendono la fotografia di Piazza Vescovado uno scatto più bello del recente passato. Il tutto racchiuso dalla cornice di un investimento voluto e ostinatamente finalizzato ad animare il centro della città.



Oggi si aggiunge l’opera di Gianni Parisi sulla facciata del locale con il titolo “Alife, l’antica regina della fertile piana”, colori acrilici Maimeri, su intonaco murale delle dimensioni di 190×130 cm. Ha scelto i prodotti del miglior colorificio italiano l’artista Parisi; i primi giorni lavorando a matita per predisporre il disegno; poi la fase più vivace e creativa del lavoro secondo la sua personale e riconoscibile tecnica: paesaggi ed architetture fuse non da elementi naturali ma da quadrati e rettangoli, elementi geometrici vari ed irregolari al posto di fiumi, laghi, angoli di cielo con predominanza del bianco. Accade anche in questa nuova opera che riproduce una tela già compiuta da Parisi in attesa di essere collocata in adeguato contesto.
La lettura dell’opera
La composizione si svolge in orizzontale, con una leggera pendenza nel lato destro, dove si apre l’inconfondibile arco medievale di Porta Roma, dal quale si sviluppa la tradizionale processione di San Sisto I, papa, patrono di Alife. Tutta la composizione per quasi la sua metà è dominata dalla inconfondibile sagoma della maestosa architettura neoclassica della facciata della Cattedrale.
Nei vari brani pittorici si possono notare gli episodi salienti e gli elementi storici caratterizzanti la città: reperti archeologici, come lo straordinario Cratere di Trittolemo custodito al Museo Archeologico Nazionale della Antica Alife; monete di Alife sannitica, romana e medievale; squarci paesaggistici; altri manufatti; una sezione di quello che doveva essere il grandioso anfiteatro, al cui interno Parisi ha collocato una improbabile biga, facile richiamo al nome della pizzeria Vino e Biga (che in questo caso però fa riferimento al metodo di panificazione); dalla biga trainata da cavalli una amazzone nera bersaglia con le sue frecce un gladiatore che si difende con lo scudo rotondo; quasi al centro della composizione spicca l’erma marmorea di un giovanissimo “principe” di età romana che fu rinvenuto fra i resti di quello che un tempo era il Teatro dell’antica Allifae a cui l’artista Parisi all’epoca attribuiva l’identità di Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, sia per l’espressione fiera e solenne, sia per l’impiego di pregiato “marmo pario”.
Chi passerà per Piazza Vescovado, per una pizza o un normale transito noterà l’opera, così come accade in piazze o città dove ben più grandi pennellate o spray restituiscono all’occhio dell’osservatore un tema, una storia, un valore di cui l’artista si fa interprete: se oggi e da qualche decennio il graffitismo si attesta come stile e tecnica più conosciuto e facilmente individuabile, diversamente si colloca il lavoro di Gianni Parisi che lui stesso descrive riportandoci all’origine della sua esperienza: “le mie pitture murali partono come altre da un presupposto estetico, però se ne distaccano per una resa più accademica che riflette la tradizione artistica italiana, riveduta, peraltro, alla luce di una visione personalizzante che trova le sue radici estetiche espresse fin dalla seconda metà degli anni ’70, quando, insieme a mio fratello e Maestro, l’artista Alessandro Parisi, frequentavamo numerose manifestazioni artistiche italiane, spostandoci dal sud al nord, raccogliendo sempre maggiori consensi nel vasto panorama artistico italiano e quindi maturando una sempre maggiore espressività estetica che, col passare del tempo, diventava la “cifra” pittorica che, distingueva i fratelli Parisi in maniera molto specifica”.
Un piccolo pezzo di muro, uno come tanti, si ricopre di Storia ma anche di storia artistica personale, e della storia imprenditoriale di due giovani che hanno deciso di investire – senza fermarsi e senza accontentarsi del primo traguardo – nella loro città.
Con poco si sogna in grande; con poco si genera bellezza, si fa cultura, si crea socialità. Perché a proposito di socialità, così è stato il piccolo cantiere pittorico allestito da Parisi in Piazza Vescovado.
