
di Yari Lepre Marrani
Quando, nel giugno del 2026, Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran sottoscrissero il cosiddetto Memorandum di Islamabad, molti osservatori parlarono di una svolta storica. La mediazione pakistana sembrava aver aperto uno spiraglio in uno dei confronti strategici più pericolosi del XXI secolo, scongiurando almeno temporaneamente il rischio di una guerra regionale destinata a coinvolgere l’intero Medio Oriente. La diplomazia sembrava aver prevalso sulla forza, restituendo alla politica il compito di governare la crisi.
A distanza di poche settimane, tuttavia, quella speranza appare profondamente compromessa.
Il Memorandum non è formalmente decaduto, ma la sua efficacia politica sembra essersi progressivamente dissolta sotto il peso delle reciproche accuse di violazione. Washington sostiene che Teheran abbia continuato a sostenere le proprie reti militari regionali e a mantenere una postura aggressiva nello Stretto di Hormuz; l’Iran, dal canto suo, denuncia il mancato rispetto degli impegni americani riguardo alla riduzione della pressione militare e all’alleggerimento delle misure economiche. Le fonti internazionali concordano almeno su un punto: l’accordo è entrato in una fase di grave logoramento, nella quale ogni episodio militare viene interpretato come prova della malafede dell’altra parte.
La vicenda non costituisce un’anomalia nella storia delle relazioni internazionali. Al contrario, essa ripropone uno schema che attraversa l’intera diplomazia moderna. Già Tucidide, raccontando la guerra del Peloponneso, osservava come i trattati sopravvivano soltanto finché le parti ritengono conveniente rispettarli. Non è il diritto a garantire la pace, ma l’equilibrio degli interessi.
Lo stesso principio attraversa la Pace di Westfalia del 1648, il Congresso di Vienna del 1815 e perfino gli accordi di Helsinki del 1975. Nessun documento internazionale possiede valore assoluto se manca una convergenza politica capace di sostenerlo. In assenza di tale convergenza, i trattati diventano semplicemente pause operative tra due fasi del conflitto.
È precisamente ciò che sembra essere accaduto nel caso del Memorandum di Islamabad.
La sua architettura presentava infatti un limite strutturale: non affrontava le cause profonde dello scontro strategico tra Washington e Teheran. Le divergenze riguardano infatti questioni che trascendono il dossier nucleare o la sicurezza marittima. Esse investono il ruolo stesso dell’Iran nello scacchiere mediorientale.
Dal 1979, anno della Rivoluzione islamica, la Repubblica Islamica ha costruito la propria identità geopolitica attorno a un principio fondamentale: sottrarsi all’egemonia occidentale nella regione. Da allora ogni amministrazione americana — repubblicana o democratica — ha perseguito, con strumenti differenti, l’obiettivo opposto: impedire che Teheran diventi la potenza dominante del Golfo Persico.
Questo conflitto strategico precede Donald Trump e probabilmente sopravviverà anche alla sua amministrazione.
In tale prospettiva, il progressivo deterioramento della situazione nello Stretto di Hormuz assume un significato che va oltre la semplice dimensione militare. Hormuz rappresenta infatti uno dei principali punti di strozzatura del commercio energetico mondiale. Una quota rilevante del petrolio esportato dai Paesi del Golfo attraversa quotidianamente quel passaggio marittimo. Chiunque riesca anche soltanto a minacciarne la sicurezza acquisisce un formidabile strumento di pressione economica globale.
Per questo motivo Washington considera la libertà di navigazione nello Stretto un interesse strategico permanente, mentre Teheran continua a interpretare Hormuz come il principale elemento di deterrenza nei confronti della superiorità militare americana.
Le notizie provenienti dall’area il 14 luglio descrivono un quadro estremamente teso, caratterizzato da nuove operazioni militari, accuse reciproche e dichiarazioni contrapposte. Come avviene frequentemente durante i conflitti, numerose informazioni provengono direttamente dalle parti coinvolte e non risultano ancora pienamente confermate da fonti indipendenti. Ciò non impedisce tuttavia di cogliere il dato essenziale: la logica della deterrenza sta progressivamente lasciando spazio alla logica dell’escalation.
Un elemento merita particolare attenzione:
Per anni numerosi analisti occidentali hanno sostenuto che il regime iraniano fosse prossimo al collasso, indebolito dalle sanzioni economiche, dalle proteste interne e dall’isolamento internazionale. Gli eventi delle ultime settimane suggeriscono invece una realtà più complessa.
Ciò non significa che la Repubblica Islamica goda di stabilità assoluta o di consenso unanime. Significa piuttosto che il sistema istituzionale costruito dopo il 1979 ha dimostrato una capacità di resilienza superiore alle aspettative di molti osservatori. Nonostante decenni di sanzioni, pressioni economiche, operazioni clandestine e isolamento diplomatico, l’apparato statale continua a mantenere il controllo delle principali leve del potere e conserva una significativa capacità militare convenzionale e asimmetrica.
È una lezione che la storia insegna con una certa regolarità.
Le grandi potenze tendono spesso a sopravvalutare gli effetti coercitivi della forza economica. Accadde con Cuba dopo il 1962; accadde con l’Iraq di Saddam Hussein negli anni Novanta; è accaduto, almeno in parte, con la Russia dopo il 2022. Le sanzioni possono indebolire un Paese, ma raramente producono automaticamente un cambiamento di regime.
L’Iran sembra confermare ancora una volta questa dinamica.
La crisi apertasi dopo Islamabad dimostra dunque un principio fondamentale della geopolitica: la pace non coincide necessariamente con l’assenza delle ostilità. Esistono periodi nei quali la guerra continua con strumenti differenti — diplomatici, economici, informativi — e nei quali i negoziati rappresentano soltanto una diversa modalità di gestione del conflitto.
Carl von Clausewitz sosteneva che la guerra fosse la prosecuzione della politica con altri mezzi. L’esperienza contemporanea sembra suggerire una considerazione complementare: anche la diplomazia può diventare la prosecuzione della guerra con strumenti meno appariscenti.
Il progressivo svuotamento del Memorandum di Islamabad sembra iscriversi precisamente in questa tradizione storica. Più che inaugurare una nuova stagione di pace, esso appare oggi come una tregua fragile tra due potenze che continuano a percepirsi reciprocamente come avversari strategici. E quando la sfiducia prevale sugli incentivi alla cooperazione, i trattati rischiano di trasformarsi da strumenti di pacificazione in semplici parentesi all’interno di un conflitto destinato a proseguire.
L’asse Trump–Netanyahu e la crisi della leadership occidentale
Se il progressivo svuotamento del Memorandum di Islamabad rappresenta il sintomo del fallimento della diplomazia, esso costituisce anche la manifestazione di un mutamento più profondo: il ritorno della politica di potenza quale principale criterio di regolazione delle relazioni internazionali. In questa trasformazione, il rapporto tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu assume un significato che trascende la semplice cooperazione bilaterale.
L’intesa tra Washington e Tel Aviv non nasce certamente con Trump. Dalla guerra dei Sei Giorni del 1967, Israele è stato il principale alleato strategico degli Stati Uniti in Medio Oriente. Durante la Guerra Fredda, esso rappresentava un presidio avanzato dell’influenza occidentale in una regione nella quale l’Unione Sovietica cercava di consolidare la propria presenza attraverso Egitto, Siria, Iraq e Yemen del Sud. Dopo il crollo dell’URSS, la giustificazione geopolitica dell’alleanza mutò, ma non la sua intensità. La lotta al terrorismo internazionale, la sicurezza energetica e, soprattutto, il contenimento dell’Iran sostituirono progressivamente il confronto con Mosca.
Con Donald Trump questa relazione ha però assunto caratteristiche nuove. Essa è diventata meno fondata sull’equilibrio strategico regionale e più orientata verso una convergenza politica e ideologica. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele durante il primo mandato di Trump aveva già rappresentato una rottura con decenni di prudenza diplomatica americana. A ciò seguirono gli Accordi di Abramo, accolti da molti come un successo diplomatico, ma incapaci di affrontare la questione palestinese, che rimase irrisolta e destinata a riemergere con maggiore violenza.
L’attuale amministrazione Trump sembra aver ulteriormente accentuato questa impostazione, privilegiando il sostegno incondizionato al governo israeliano anche nei momenti di maggiore isolamento internazionale. Questa scelta produce conseguenze che vanno oltre il teatro mediorientale: contribuisce infatti a modificare la percezione globale della leadership statunitense.
Negli ultimi anni numerosi Stati del cosiddetto “Sud Globale” hanno iniziato a leggere la politica estera americana attraverso una lente diversa da quella utilizzata durante la Guerra Fredda. Non vedono più gli Stati Uniti come garanti di un ordine internazionale fondato esclusivamente sul diritto, bensì come una potenza che applica principi differenti a seconda dell’alleato coinvolto. È questa percezione, più ancora dei singoli eventi militari, a erodere il prestigio diplomatico di Washington.
All’interno di questo quadro, la figura di Benjamin Netanyahu è diventata sempre più divisiva. Per una parte dell’opinione pubblica occidentale egli continua a rappresentare il leader chiamato a garantire la sicurezza di Israele in un contesto caratterizzato dalla minaccia di Hamas, Hezbollah e delle milizie sostenute dall’Iran. Per un’altra parte dell’opinione pubblica internazionale, invece, Netanyahu incarna una strategia militare giudicata sproporzionata, responsabile di una devastazione senza precedenti nella Striscia di Gaza e di un numero elevatissimo di vittime civili.
Questo dibattito ha assunto una dimensione giuridica con la decisione della Corte Penale Internazionale di emettere un mandato di arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. È fondamentale distinguere il piano giuridico da quello politico. Il mandato della Corte costituisce un atto processuale di enorme rilievo, ma non equivale a una sentenza di condanna. Nel diritto internazionale, come in ogni ordinamento fondato sul principio dello Stato di diritto, permane la presunzione d’innocenza fino all’eventuale conclusione del procedimento.
Ciò non diminuisce però il peso politico della decisione. È la prima volta che il capo di governo di uno Stato strettamente alleato degli Stati Uniti viene raggiunto da un provvedimento di tale portata da parte della giurisdizione penale internazionale. Il significato simbolico supera quindi la dimensione strettamente giudiziaria.
In questo contesto, il sostegno pressoché incondizionato dell’amministrazione Trump a Netanyahu rischia di produrre effetti controproducenti. Da un lato rafforza la convinzione, presso gli alleati regionali di Israele, che Washington rimanga un partner affidabile. Dall’altro alimenta, in molte aree del mondo, l’idea di un doppio standard nell’applicazione del diritto internazionale: severo nei confronti degli avversari strategici, molto più indulgente verso gli alleati.
La storia dimostra come le grandi potenze abbiano spesso sottovalutato il peso della legittimazione morale. L’Impero britannico, al culmine della propria forza, non perse soltanto superiorità economica e militare: perse progressivamente anche l’autorità politica derivante dalla capacità di presentarsi come garante di un ordine condiviso. Analogamente, l’Unione Sovietica vide erodersi la propria influenza internazionale non soltanto per la crisi economica, ma anche per l’incapacità di conciliare il proprio discorso ideologico con le pratiche autoritarie adottate nei confronti dei Paesi satelliti.
Gli Stati Uniti sembrano oggi confrontarsi con un dilemma analogo. La loro superiorità militare resta indiscutibile, ma la capacità di costruire consenso internazionale appare progressivamente indebolita. La guerra non si combatte infatti soltanto con portaerei, bombardieri o sistemi missilistici; essa si combatte anche sul terreno della credibilità politica.
È proprio questa perdita di credibilità a costituire uno degli effetti più significativi dell’attuale crisi mediorientale.
L’Iran comprende perfettamente questa dinamica. Pur essendo militarmente inferiore agli Stati Uniti, Teheran ha costruito negli ultimi decenni una strategia fondata sull’erosione dell’influenza americana più che sul confronto diretto. Le reti di alleanze informali con Hezbollah in Libano, con gli Houthi nello Yemen e con altre milizie regionali rispondono precisamente a questa logica: aumentare il costo politico e militare della presenza statunitense senza affrontare apertamente una guerra convenzionale.
È la cosiddetta strategia della “profondità difensiva”, elaborata dopo la guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta. Quell’esperienza, costata oltre un milione di vittime complessive, convinse la leadership iraniana che la sicurezza nazionale non potesse più essere garantita esclusivamente entro i propri confini. Da allora Teheran ha progressivamente costruito una rete di deterrenza regionale che oggi rappresenta uno dei principali fattori di instabilità, ma anche uno degli elementi che spiegano la resilienza del regime.
In questa prospettiva, la crisi successiva al Memorandum di Islamabad non appare come un episodio isolato. Essa è il prodotto di due strategie incompatibili: da una parte la volontà americana di preservare il proprio primato regionale attraverso il sostegno a Israele e agli alleati del Golfo; dall’altra la determinazione iraniana a impedire che quel primato diventi incontrastato.
Finché queste due visioni continueranno a escludersi reciprocamente, ogni accordo diplomatico rischierà di trasformarsi in una tregua temporanea piuttosto che nell’inizio di una pace stabile. La storia insegna che le guerre terminano davvero soltanto quando cambia l’equilibrio politico che le ha generate. In Medio Oriente, quell’equilibrio appare ancora lontano, molto lontano.
Yari Lepre Marrani, scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico-giuridiche. Sull’Avanti! (organo ufficiale del PSI) cura una rubrica di carattere storico ed è analista geopolitico per il quotidiano online NG (Notizie Geopolitiche). Collabora con il quadrimestrale dell’AMI (Associazione Mazziniana Italiana), Il Pensiero Mazziniano, con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano. Da settembre 2023 Marrani è inserito tra i poeti contemporanei di WikiPoesia al seguente link: https://www.wikipoesia.it/wiki/Yari_Lepre_Marrani.