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    Home»Attualità»Stretto di Hormuz. La parola al Vicario apostolico mons. Paolo Martinelli
    Attualità

    Stretto di Hormuz. La parola al Vicario apostolico mons. Paolo Martinelli

    La ripresa degli scontri nello Stretto di Hormuz pesa sulle comunità cattoliche del Golfo composte soprattutto da migranti
    Redazione15 Luglio 2026Nessun commento

    di Riccardo Benotti

    “Nelle nostre chiese preghiamo costantemente per la pace e perché prevalga il senso del bene comune e non gli interessi di parte”. Mons. Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia Meridionale, guarda con preoccupazione alla ripresa degli scontri nello Stretto di Hormuz dopo la tregua dello scorso aprile. Frate cappuccino, dal 2022 alla guida della circoscrizione ecclesiastica che comprende Emirati Arabi Uniti, Oman e Yemen, racconta la vita delle comunità cattoliche del Golfo, in larga parte formate da lavoratori migranti, e il ruolo che la Chiesa può svolgere per la riconciliazione.

    Eccellenza, qual è oggi la situazione nelle comunità cattoliche di Oman ed Emirati?
    Con l’inizio della tregua nel mese di aprile, la vita quotidiana è gradatamente tornata alla normalità. Solo nell’emirato di Dubai, per precauzione, l’accesso ai luoghi di culto è stato limitato nel numero di fedeli. Tuttavia, recentemente, anche questa restrizione è stata rimossa. In Oman, la situazione è stata sempre sotto controllo e non ci sono stati problemi o restrizioni per le nostre comunità. Posso dire che la vita nelle nostre parrocchie, al momento, è tornata alla normalità ovunque, anche se il numero dei fedeli è diminuito, a causa dei rimpatri dei mesi scorsi.

    La ripresa degli scontri nello Stretto di Hormuz alimenta la preoccupazione tra i fedeli?
    Ci amareggia e ci preoccupa, anche perché non si capisce quale possa essere la prospettiva futura. Per ora non ci sono ricadute immediate sulla vita ecclesiale. Inoltre, nel periodo estivo, molte attività sono ridotte (catechismo, scuole) e tanti fedeli sono tornati nei loro Paesi di origine per un periodo di vacanza. La preoccupazione e l’incertezza riguardano la ripresa delle attività a settembre. Se il conflitto dovesse di nuovo allargarsi e continuare certamente nascerebbero nuovi problemi. Nelle nostre chiese preghiamo costantemente per la pace e perché prevalga il senso del bene comune e non gli interessi di parte.

    Lo Stretto di Hormuz rischia di diventare uno strumento di pressione politica, militare ed economica?
    È molto difficile per me entrare in un’analisi della situazione dello Stretto. Credo fermamente che gli attacchi siano da condannare.

    Allo stesso modo penso che usare lo Stretto come strumento di pressione non possa che deteriorare le relazioni tra le parti coinvolte.

    Occorre rispettare la vocazione internazionale dello Stretto per il trasporto a servizio del bene comune.

    Esiste ancora uno spazio concreto per la mediazione dell’Oman?
    Lo speriamo. Il Sultanato dell’Oman ha una tradizione forte di mediazione nei conflitti. Lo abbiamo visto anche in altre situazioni nella regione in passato. È un Paese abitato per lo più da persone miti e accoglienti e la classe dirigente, per quello che conosco, è molto preparata. Tuttavia, occorre la volontà da parte di tutti di riprendere il dialogo e far tacere le armi.

    I fedeli del vicariato sono in larga parte lavoratori migranti. Che ruolo hanno nelle società del Golfo?
    I Paesi del Golfo hanno nei lavoratori migranti un punto di riferimento decisivo. La capacità di crescita economica, culturale e sociale è stata possibile in questi decenni grazie a un’accurata politica migratoria. Gli Emirati Arabi Uniti, da questo punto di vista, sono emblematici: il 90% della popolazione è migrante e occupa diversi livelli nella società emiratina, dai ruoli di alta dirigenza e competenza fino a quelli più umili.

    Chi rischia di pagare il prezzo più alto della crisi, tra migranti, marittimi e lavoratori più fragili?
    Una ripresa della crisi ricadrebbe, anche se in modo diverso, su tutte queste componenti. Ovviamente

    maggiormente a rischio sarebbero i lavoratori più esposti alle conseguenze dirette del conflitto che perderebbero l’occupazione in tempi brevi.

    Tuttavia, sono convinto che queste società siano in grado di affrontare nuove crisi e trovare nel tempo nuove soluzioni per continuare il processo di sviluppo che le caratterizza da decenni.

    Che cosa chiede la Chiesa alle parti per evitare un’ulteriore escalation?
    La presenza della Chiesa nel Golfo è intesa soprattutto a garantire il culto e la formazione cristiana dei fedeli. Non dobbiamo dimenticare che siamo ospiti in queste società. Tuttavia, penso che alcune iniziative che abbiamo vissuto nei mesi scorsi siano significative anche oggi. La preghiera di popolo per la pace e la riconciliazione sono un fatto sociale e non solo spirituale. I momenti di incontro ecumenico tra i leader delle diverse Chiese cristiane per sostenere la pace sono significativi e hanno un’eco nella vita civile. Gli incontri tra i leader delle diverse religioni insieme alle autorità locali sono momenti che creano solidarietà visibile.

    Il documento sulla fratellanza umana, firmato ad Abu Dhabi, resta un riferimento per il cammino di pace?
    Penso di poter dire che la Chiesa, e più in generale i cristiani e i leader delle altre religioni, nello spirito del documento sulla Fraternità Umana firmato proprio ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al Azhar, Ahmed el-Tayeb, chiedono di interrompere i sentieri di morte, chiedono la pace; chiedono di poter

    camminare insieme e lavorare per una società più fraterna e più umana, affrontando con il dialogo e la diplomazia i problemi, anche quelli più complessi.

    Chiediamo di rifiutare ogni violenza nel nome di Dio, che è sempre Dio della pace e della misericordia e mai Dio della guerra.

    conflitto Emirati Arabi Uniti iran Oman Stretto di Hormuz

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