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    Home»Commento al Vangelo»Grano o zizzania, quale frutto produce il nostro cuore? Commento al Vangelo domenica 19 luglio
    Commento al Vangelo

    Grano o zizzania, quale frutto produce il nostro cuore? Commento al Vangelo domenica 19 luglio

    Commento al Vangelo nella sedicesima domenica del Tempo ordinario - Anno A
    Redazione17 Luglio 2026Nessun commento

    XVI domenica del Tempo ordinario – Anno A
    Sap 12,13.16-19; Rom 8,26-27; Mt 13,24-43
    di Sorella Michela Arnone, Comunità Monastica di Ruviano

    Il testo del vangelo proposto per questa domenica prosegue quello di domenica scorsa e ne condivide la struttura; tre parabole iniziali, da leggersi insieme e tutte tese a esprimere un aspetto di quel “regno dei cieli” di cui parlavamo già la scorsa settimana, al centro un riferimento al “parlare in parabole e dopo la spiegazione della parabola. La parabola più significativa, dunque, sembra essere quella della zizzania, solo di essa è presente la spiegazione; le altre due parabole, evidentemente, fanno eco a degli aspetti già presenti nella prima. Come rispetto alla parabola del seminatore, anche qui è chiaro che la spiegazione della parabola della zizzania è successiva, fatta dalla chiesa delle origini, mentre più probabilmente la parabola è di Gesù stesso.

    Questo ci fa comprendere non solo le dinamiche della Chiesa nascente e rende quella spiegazione “ispirata”, ma ci consente anche di leggere un primo significato della parabola stessa, alla quale la spiegazione aggiunge una prospettiva specifica. Al centro, come dicevamo, come domenica scorsa, c’è il richiamo al parlare in parabole; mentre l’altra volta la citazione veniva da Isaia, in questo caso anche se si nomina un profeta senza specificarlo, il riferimento è a un passaggio del Salmo 78: «Aprirò la mia bocca con una parabola, rievocherò gli enigmi dei tempi antichi» (Sal 78,2). Asaf, a cui è attribuito il Salmo, è definito veggente in 2 Cr 29,30. Scorrendo il Salmo si vede che viene rivelato alla nuova generazione di Israeliti quello che è stato l’agire di Dio; non sempre è facile cogliere dentro alla trama degli eventi semplici, quotidiani, contraddittori, le fila di questo agire di Dio: è per questo che bisogna spiegarlo, mostrarlo, raccontare come Dio ha agito in favore del suo popolo. Comprendiamo, allora, che questo riferimento al centro del nostro brano vuole indicare non tanto il carattere segreto e impenetrabile del discorso parabolico, quanto il suo potenziale rivelativo: bisogna insegnare agli uomini a leggere l’agire di Dio dentro alle maglie contraddittorie della storia. Questa è la chiave di lettura delle parabole e ora vediamo perché.

    Si noti che all’inizio ci troviamo ancora in un campo; in qualche modo possiamo pensare che si tratta della prosecuzione della parabola del seminatore; come se la domanda fosse: «Dato il buon seme, che cade nel terreno buono e produce un frutto abbondante, poi cosa succede? È tutto finito? È tutto risolto? O forse si incontrano ancora problemi e ci sono cose da comprendere e da fare?». La risposta è chiara: non basta che il terreno buono porti frutto, cioè che l’uomo trasformi il terreno del suo cuore perché il buon seme che è la Parola di Dio porti un frutto abbondante; nonostante questo, infatti, l’uomo si confronta con il male, con il dolore, con l’ingiustizia che continuano a crescere comunque e nonostante tutto. Da dove viene questo male? Cosa fare?

    La domanda che troviamo al centro della prima parabola, che i servi fanno al padrone che ha seminato “seme buono” nel suo terreno, fa eco all’eterna domanda dell’uomo: Da dove viene il male? Qui la domanda è posta bene, perché è rivolta, fuor di metafora, a Dio e non posta contro di Lui, ma ponendo in Lui fede: «Noi sappiamo che tu sei responsabile del seme buono; ma allora da dove viene il male?». Già la parabola è fortemente evocativa quando parla di un nemico che viene di notte: quando tutti dormono, nessuno si accorge che è stata seminata zizzania finché non spuntano i germogli. Il padrone stesso, poi, risponde ai servi dicendo che è stato un nemico; il male non viene da lui ma viene da qualcuno che gli si oppone, che vuole contaminare il raccolto.

    È molto evocativo l’utilizzo dell’immagine della pianta della zizzania, che è una pianta molto simile al grano, ma che ruba l’energia dal terreno e non porta alcun frutto; è un infestante, è una pianta parassita: finge di essere quello che non è e alla fine non porta frutto. Quello che più di tutto provoca a noi lettori quel senso di straniamento che sempre la parabola vuole produrre è la decisione del padrone di lasciar crescere la zizzania; in realtà in agricoltura bisogna fare così, perché altrimenti si estirpa anche il grano, pianticella giovane e fragile. Dunque bisogna attendere, attendere la mietitura; un tempo lungo per chi – giustamente – coglie il rischio che quella zizzania riduca il frutto del grano, lo indebolisca, si alimenti al suo posto, lo imiti. Eppure quel campo è del padrone e di fronte alla domanda lecita dei servi, essi devono fidarsi di lui come hanno fatto fino a quel momento: saranno i mietitori, e non loro, che al momento opportuno potranno separare e distinguere davvero il bene dal male, il frutto da ciò che merita solo di essere bruciato.

    Quel campo, che la spiegazione della parabola dice essere il mondo, mentre grano e zizzania sono i figli del Regno e i figli del nemico, sappiamo però essere anche il nostro cuore: in esso scorgiamo contemporaneamente degli steli di grano che crescono e della zizzania che rischia di contaminare tutto. Cosa facciamo di fronte a questo male? Disperiamo e lasciamo campo libero alla zizzania, che tanto alla fine potrebbe vincere la battaglia ed essere più abbondante del grano? Ce la prendiamo con Dio perché non siamo buoni, non siamo perfetti, siamo fragili e cadiamo continuamente? Oppure – questa la via che la parabola ci consegna – diamo nome alla zizzania, accogliamo la rivelazione che essa non viene da Dio ma da un nemico dunque “non è cosa buona”; consegniamo questo a Dio, riconoscendolo Signore, attendendo il tempo opportuno nel quale ciò che è zizzania in noi sarà bruciato e solo ciò che viene da Dio avrà dato frutto e ci condurrà a stare con Lui.

    Se facciamo questa lotta e abbiamo questa pazienza, che toglie la nostra vita e anche il nostro peccato dalle nostre mani, allora diventeremo completamente figli del Regno, che risplenderanno nel Regno del Padre loro; se non facciamo questa lotta e questa consegna, potremo diventare figli del nemico e ciò che si raccoglierà della nostra vita dovrà solo essere bruciato. Così, con la stessa pazienza, ci è chiesto di stare di fronte al male e al peccato degli altri, della storia, dei nostri fratelli; se avremo imparato la pazienza attiva nel nostro cuore, sapremo operarla anche verso l’altro, attendendo i tempi che sono di Dio e non nostri, pregando incessantemente per quel male che ci fa soffrire e piangere, per quelle ingiustizie che ci sembrano insanabili, per quella disperazione sottile e quel cinismo in cui spesso cadiamo e che contrasta fortemente la speranza che questa parabola ci lascia.  «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili» ci dice oggi san Paolo nella lettera ai Romani.

    Così, le altre due parabole fanno eco a due aspetti insiti già nella prima: entrambi fanno un gioco di contrasti, piccolezza del seme e del lievito che poi, in un tempo lungo, producono qualcosa di grande, un albero grande e tutta la farina fermentata. L’altro aspetto riguarda la crescita, seme e lievito hanno una potenza interna fortissima, che non si vede subito, ma che poi produce qualcosa di meraviglioso e di incredibile.

    Così è il regno di Dio, una potenza umile e apparentemente fragile, ma che emergerà in tutta la sua verità e con grande abbondanza.

    La buona notizia, allora, nascosta dentro alle rivelazioni di queste parabole, è che quello che sembra piccolo, il Regno e la logica del Vangelo, diventerà altro, diventerà grande, si imporrà e sarà l’unico vero frutto della storia. Questa piccolezza, però, tante volte ci spaventa, ci disorienta, ci allontana; quella pazienza con cui attraversare i contrasti della storia non è cosa semplice e tante volte non lottiamo per ottenerla. Eppure, oggi, ancora, questa parabola viene a provocarci; cosa ne faremo?

    bibbia chiesa cattolica Commento al Vangelo fede Parola di Dio Sacra Scrittura

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