Il titolo più atteso di questa stagione cinematografica, e anche il più discusso.
Il film che sembra aver riaperto quasi una nuova “questione omerica” tra novelli filologi classici, anzi, sicuramente ha riacceso l’interminabile dibattito sul confronto tra trasposizioni cinematografiche e fonti letterarie. E soprattutto, sulla validità e il senso che le prime posseggono rispetto alle seconde.
Al cinema dal 16 luglio, Odissea (The Odissey) è l’ultimo film scritto e diretto dal regista britannico Christopher Nolan, che ritorna in sala dopo gli Oscar per Oppenheimer (qui la recensione).
Un cast ricco e solido, con interpreti di esperienza e i più giovani rappresentanti del cinema contemporaneo: Matt Damon, Anne Hathaway, Tom Holland, Zendaya, Charlize Theron, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Jon Bernthal, Elliot Page, Mia Goth.

Una trama chiaramente nota, un soggetto già più volte adattato per il grande e piccolo schermo con firme italiane, tra l’altro: celebri e amate le versioni del secolo scorso, l’Odissea del 1968 con la regia di Franco Rossi e Mario Bava, prima produzione a colori della Rai e, al contempo, uno degli sceneggiati di maggior successo della rete italiana, protagonisti Bekim Fehmiu e Irene Papas.
Ancora, Ulisse (1954) diretto da Mario Camerini, con Kirk Douglas nei panni di Ulisse e Silvana Mangano nel doppio ruolo di Penelope e Circe.
Nolan ha girato in Europa, tra Scozia e Islanda, ma anche nel cuore del Mediterraneo, in Marocco, Grecia e in Italia, tra Favignana e le isole Eolie, ed è proprio a proposito di quest’ultimi luoghi che il regista ha dichiarato di aver effettivamente percepito l’essenza del mito e lo spirito di Ulisse nel corso delle riprese.
Il cineasta ha proposto la sua versione del poema omerico: l’opera forse più complessa e articolata del presunto poeta greco, a cui Nolan ha dedicato ben 172 minuti di girato e il delicato e raro formato pellicola 70 mm, offrendo una qualità visiva e, complessivamente estetica, ben superiore allo standard cui lo spettatore è abituato.
Peccato che la visione supportata di questo formato sia possibile solo in 41 sale al mondo (cinque o sei in Italia), costringendo, di fatto, la maggior parte degli spettatori a vedere Odissea non come effettivamente Nolan l’ha concepita.
Passando al cuore del film, l’Odissea di Nolan supera le critiche che lo volevano l’ennesima rappresentazione stile “sagoma di Hollywood”, perché è tutto fuorché opera di mero intrattenimento e forma: infatti, da poema, da canto di Musa ricco e mai banale, il regista ne fa un dramma, impostando una sceneggiatura che intreccia gravità e intimità lacerata.

Posta la non aderenza al testo omerico, Nolan propone al pubblico il suo Ulisse, con le naturali licenze artistiche che la rilettura comporta: non è tanto l’uomo dal “multiforme ingegno”, quanto un uomo ferito, provato dalla guerra e da un viaggio interminabile (vissuto quasi come una pena di Sisifo!), verso casa, la sua Itaca.
Matt Damon, in tal senso, è la scelta più giusta per l’Ulisse nolaniano: integro, dallo sguardo fiero, ma al tempo stesso, malinconico e stanco.
In lui non c’è quel guizzo di entusiasmo, di vivacità intellettuale e ardore che gli è valso l’Inferno dantesco, ma la consapevolezza di un passato bellico che pesa come un macigno e da cui vuole quasi redimersi: per Dante, probabilmente, questo Ulisse avrebbe meritato almeno il Limbo. Non eroe convinto e orgoglioso, ma maturo e pentito sopravvissuto, un martire greco.
L’intera opera, così, si pone su toni drammatici e solenni, portando in tutto e per tutto la firma inconfondibile del regista che solitamente predilige l’introspezione e l’ombrosità.
La prima parte, per lo più dedicata al viaggio di ritorno di Ulisse e i suoi dopo la distruzione di Troia (a proposito, dov’è Achille piè veloce?) quella dei proverbiali episodi che tutti hanno imparato a conoscere (Polifemo, Circe, i Lestrigoni, le Sirene) risulta poco avvincente e quasi inutilmente prolissa, ma perché priva di anima: Ulisse affronta, anzi, subisce tutto questo in modo laconico, senza grinta.
Sequenze come queste in cui sarebbe dovuto risaltare l’elemento avventuroso, meraviglioso e anche magico, l’essenza della cosiddetta “mitopoiesi” (il processo di creazione del racconto), vengono esautorate dal fascino che avrebbero potuto esprimere.
A questa, tuttavia, segue una seconda parte in cui il pathos e l’azione (opportunamente supportati dalle musiche di Ludwig Göransson) si insinuano finalmente nel racconto, con il ritorno di Ulisse ad Itaca: in una reggia presa d’assalto dai pretendenti al suo trono, tra cui l’efferato ma codardo Antinoo (interpretato da un Robert Pattinson decisamente in parte), Penelope e Telemaco resistono nell’attesa del marito e del padre, con sequenze, queste sì, coinvolgenti ed emozionanti. La nostalgia qui trova la sua pace e Anne Hathaway e Tom Holland sono le due brillanti metà di uno stesso cuore che aspetta di ricomporsi.

L’Odissea di Nolan è, quindi, una bella visione, dalla regia virtuosa e ambiziosa, cinematograficamente accurata, ha il pregio di rinnovare l’enfasi sull’opera che, insieme all’Iliade, rappresenta la radice della creazione letteraria e immaginifica, inserendovi anche dei riverberi su questioni contemporanee.
Infatti, sembra che il logoramento dei rapporti umani causato dalla guerra e la distruzione bellica in sé, su cui Ulisse ritorna più volte nei suoi discorsi e dialoghi, e il concetto, fondamentale per il mondo classico, su cui il regista insiste, facendone il fil rouge del racconto, quello dell’ospitalità, del rispetto e dell’onore che si deve a chi si presenta in casa dell’altro, appaiano quasi come larghe riflessioni sulla realtà dell’oggi.
In un’umanità in cui l’uno vuole annientare l’altro e la sua identità, Nolan vuole forse sottolineare l’importanza della reciprocità e il riconoscimento di sé stessi nell’altro: è questo l’approdo, una conquista non priva di sofferenza e sacrificio, come risultato del viaggio del protagonista.
Insomma, Ulisse si fa coscienza di un’epoca al tramonto, ultimo di una generazione di guerrieri, rinnega quei valori e diventa esule per sempre.
È questo il senso dell’Odissea? Per Nolan sì e lo condivide con il pubblico, nel segno di quella libertà di immaginazione e quel gusto dell’esperienza condivisa che univa anche chi ascoltava queste storie quasi 3000 anni fa.
Da vedere e rivedere, sì, per cercare di capire meglio questo Ulisse: ma forse l’uomo del mito, l’Ulisse epico di cui siamo alla ricerca non c’è, Nolan lo ha lasciato tra i fantasmi e le rovine di Troia.




