
A sessant’anni, dopo tre anni passati a coltivare un desiderio nel cassetto, Marcello Miraglia, di Mondragone, appartenente al movimento dei Focolari, professore di scuola media e architetto, un uomo impegnato anche in tante opere per la Chiesa ed iniziative pastorali, ha deciso di regalarsi il Cammino di Santiago.
Non a piedi, ma in sella ad una bicicletta, e non in compagnia, ma da solo: 315 chilometri ufficiali (diventati molti di più) percorsi tra salite, incontri e pensieri, da Leòn fino a Santiago.
Cosa ti ha spinto a pedalare fino a Santiago? È stata una sfida sportiva, una ricerca culturale, un percorso di fede o un mix di queste?
È un desiderio che coltivo da tre anni. Quest’anno, in occasione del mio 60° compleanno, ho trovato la motivazione e lo spirito per regalarmi questo desiderio nel cassetto.
In tanti mi hanno chiesto le motivazioni di questa scelta: la prima è sicuramente per motivi religiosi, ma anche la ricerca turistico-culturale e la sfida sportiva hanno avuto la loro parte, anche se in maniera secondaria.
Partendo da solo, cosa hai riscontrato, durante il tragitto, rispetto a chi decide di intraprendere questo cammino in compagnia?
Di solito, quando esco in bici anche al mio paese, preferisco stare da solo. Nelle pedalate scorrono tanti pensieri, ma anche tante preghiere: il contatto con il creato e con la natura mi avvicina a Dio. Uscendo in gruppo, invece, prevale lo spirito goliardico, che prende il posto del sovrannaturale.
Ma, forse, quello che invidio di più dei peregrinos pedones è proprio la loro scelta di procedere assieme, nonostante i livelli fisici diversi: ritrovarsi al tardo pomeriggio allo stesso ostello, prepararsi la cena insieme dopo aver fatto la spesa.
La mia è stata una scelta diversa: un cammino in solitaria, per fuggire dal vortice della mia vita frenetica: sempre di corsa ma ferma a rincorrere progetti, soluzioni, problemi da risolvere per i clienti. Il PC come una seconda pelle. Sono giorni da cui mi sono separato e non ne sento più la mancanza. Forse il cammino intrapreso sta già dando i suoi risultati.
Era la prima volta che affrontavi un pellegrinaggio, o ce n’erano stati altri prima?
Per me è stata la prima volta. Sul cammino ho incontrato tanti peregrinos che lo stavano facendo per la seconda o la terza volta. Certamente lo rifarei! E sto già pensando, per l’anno prossimo, di rifarlo nella sua interezza: quello dei 910 km da Saint-Jean-Pied-de-Port, attraverso i Pirenei.
Ora che l’hai terminato, che bilancio fai di questa esperienza?
Un cammino breve, di soli 315 chilometri ufficiali (ma che sono stati molti di più), intenso, durissimo per le scelte che ho dovuto fare in itinere. Un percorso di purificazione, per ritrovare me stesso, per riflettere sulla mia vita attuale e futura, portando con me le tante raccomandazioni di preghiera ricevute da tante persone. È una responsabilità che non so se sarò in grado di portare a compimento, ma di certo, lungo queste lunghe pedalate, sono stati tanti i pensieri e le persone a cui ho pensato: per motivi religiosi, di salute, di preghiera o di semplice affetto e incoraggiamento. Tutte sono state importanti per sostenere questo mio cammino. A quanti mi hanno chiesto il perché di questo viaggio non ho saputo dare risposte precise: sport, svago, fede, ringraziamento… chissà! La risposta la cerco anch’io, se Lui lo vorrà.
Il cammino ha rispettato le aspettative con cui sei partito, o le ha completamente capovolte?
C’è una cosa che molti pellegrini si portano sul Cammino senza metterla nei bagagli: il bisogno di programmare tutto. Dove dormire. Quanti chilometri fare. A che ora partire. Dove mangiare. Quando arrivare.
In fondo veniamo da una vita costruita così: agende, scadenze, appuntamenti, programmi fatti settimane prima. E così, almeno all’inizio, proviamo a fare la stessa cosa anche sul Cammino: ‘domani 68 chilometri, dopodomani 77, arrivo previsto alle 14:30’.
Poi il Cammino comincia a scombinare tutto. Arrivi in un paese che non avevi mai sentito nominare, ti siedi in una piazza, ordini una birra, mangi qualcosa, e mentre risali in sella, dopo pochi chilometri, la pioggia ti costringe a tornare indietro: decidi che per oggi basta così, a malincuore.
All’inizio cambiare programma ti infastidisce. Sembra quasi di aver sbagliato qualcosa. Poi un giorno capisci: non hai sbagliato strategia, hai semplicemente smesso di obbedire al programma. E forse una delle libertà più grandi che il Cammino può insegnarti è proprio questa: non sapere dove dormirai domani, non sapere chi incontrerai, non sapere se farai sessanta chilometri o ottanta. Lasciare un po’ di spazio all’imprevisto. Perché a volte programmiamo così tanto la vita da non lasciarle più nessuna possibilità di sorprenderci.
C’è un momento, un luogo, un incontro che ti ha colto di sorpresa: qualcosa che non ti aspettavi, ma che porti con te?
Al secondo giorno del mio cammino, anzi della mia pedalata, quella che va da Astorga a Tricastela, lunga 133 chilometri. Dopo circa 30 km di salite mi sono trovato davanti alla Cruz de Hierro, forse il luogo più simbolico del Cammino. È davvero suggestivo, a 1.500 metri di altitudine, ritrovarsi davanti a questa croce di ferro posta su un palo di oltre 10 metri, che si staglia da un cumulo di sassi tutti recanti scritte: nomi, date, saluti, disegni.
Anche io, come tanti, ho scritto su una pietra il nome della comunità del mio paese, oltre al mio nome e all’anno, 2026. Poi l’ho riposta lì, ai piedi della croce, tra milioni di altre pietre che compongono simbolicamente una montagna: proprio come il Golgota, su cui si erge questa croce così particolare.

Si parla spesso di cammino pensando soprattutto ai giovani. Tu, da adulto, come l’hai affrontato? Cosa cambia viverlo con un bagaglio di vita già costruito alle spalle?
Devo smentire una credenza diffusa: lungo il cammino, e anche negli ostelli, ho trovato tante persone non più giovani. I giovani erano spesso riuniti in gruppi parrocchiali, accompagnati magari dal prete o da qualche adulto. I peregrinos singoli sono per la maggior parte gente matura.
I giovani affrontano il cammino con grande trasporto ed entusiasmo, mentre chi ha una certa età lo affronta con più consapevolezza. I giovani hanno una vita davanti, piena di aspettative. I peregrinos più maturi portano con sé tante vicissitudini della loro vita, spesso disordinata e/o lontana da Lui: la loro ricerca è più matura e consapevole. Molti pellegrini sono alla ricerca di risposte determinate dalle vicissitudini di una vita spesso travagliata, segnata da delusioni, tradimenti, sofferenze e inquietudini.

