
di Yari Lepre Marrani
La guerra tra Stati Uniti e Iran è entrata in una fase nella quale la distanza fra ciò che accade sul terreno e ciò che le due parti dichiarano di aver ottenuto è diventata essa stessa un elemento strategico del conflitto. Washington insiste sulla devastazione delle capacità militari iraniane e sulla propria superiorità assoluta; Teheran presenta invece la capacità di mantenere sotto pressione lo Stretto di Hormuz, di continuare a colpire gli interessi americani e dei loro alleati e di mantenere attivi i propri strumenti regionali come prova del fallimento della strategia statunitense.
In questo contesto, le dichiarazioni pronunciate da Donald Trump nelle ultime ore assumono un valore particolarmente significativo. Il presidente americano ha affermato che lo Stretto di Hormuz è «completamente aperto», che è «controllato solo dalla Marina degli Stati Uniti», che il blocco americano è «infallibile» e che gli Stati Uniti avrebbero ormai «bonificato l’intero Stretto dalle mine», arrivando a sostenere: «controlliamo questa zona al 100%».
Il problema non è stabilire se la Marina americana possieda una superiorità militare enorme rispetto a quella iraniana: la possiede. Il problema è diverso. È stabilire se da questa superiorità discenda davvero ciò che Trump sostiene, cioè il controllo effettivo e totale di Hormuz e, più in generale, una vittoria militare capace di trasformarsi in controllo politico-strategico del teatro.
Le evidenze disponibili suggeriscono una conclusione molto più prudente: gli Stati Uniti dispongono di una superiorità militare schiacciante, ma non hanno trasformato tale superiorità in un controllo pieno, stabile e incontestato dello spazio strategico iraniano e regionale. La retorica della vittoria, pertanto, appare soprattutto come uno strumento di guerra politica e informativa.
Hormuz: il test empirico più semplice
Lo Stretto di Hormuz è il punto migliore dal quale verificare la distanza fra dichiarazioni e realtà.
Si tratta di uno dei principali chokepoint energetici del pianeta. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 vi transitavano in media circa 20 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20% dei consumi mondiali di prodotti petroliferi; nella prima metà del 2025 il flusso medio era salito a 20,9 milioni di barili al giorno. Le alternative terrestri di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono insufficienti a sostituire integralmente quella capacità.
Per questo la domanda decisiva non è se una nave americana possa attraversare Hormuz. Naturalmente può farlo. La domanda è: il traffico commerciale internazionale è tornato a funzionare normalmente sotto controllo americano?
La risposta, allo stato delle informazioni disponibili, è no.
Già a luglio i dati Kpler citati da Reuters mostravano un crollo del traffico: soltanto sei navi avevano attraversato lo Stretto in una giornata, il livello più basso registrato in cinque settimane. Molte petroliere avevano spento i transponder durante il passaggio e nessuna nave LNG risultava entrata nello Stretto nel fine settimana osservato.
Ancora più significativo è il quadro diplomatico di agosto. Il 4 agosto Reuters riferiva che Teheran chiedeva di controllare il traffico in ingresso e di esercitare una forma di supervisione su quello in uscita, mentre Iran e Oman stavano negoziando un meccanismo temporaneo di riapertura. Lo stesso servizio ricordava che lo Stretto è diviso fra le acque territoriali iraniane e omanite e che il sistema internazionale di separazione del traffico è stato istituito con l’IMO nel 1968.
È difficile conciliare questo quadro con l’affermazione secondo cui l’unico soggetto che controllerebbe Hormuz sarebbe la Marina degli Stati Uniti.
Il dato più importante è però un altro: l’Organizzazione Marittima Internazionale aveva già documentato, dopo l’accordo di giugno, la presenza di mine e la necessità di operazioni di bonifica. Un avviso congiunto del Joint Maritime Information Center indicava esplicitamente che le operazioni di sminamento erano ancora in corso e segnalava persino una posizione di mina confermata. L’IMO stabiliva inoltre rotte temporanee differenti, una nelle acque iraniane e una in quelle omanite.
Pertanto, l’affermazione di Trump secondo cui “l’intero Stretto” sarebbe stato bonificato dalle mine non risulta confermata dalle fonti marittime internazionali disponibili.
Questo non significa che nessuna mina sia stata neutralizzata. Significa qualcosa di più preciso: non disponiamo di evidenze indipendenti sufficienti per sostenere il “100%” presidenziale e, al contrario, le informazioni ufficiali dell’IMO mostrano quanto complessa e progressiva fosse la bonifica.
“Aperto” non significa “controllato”
C’è poi una questione concettuale.
Uno stretto può essere tecnicamente navigabile senza essere politicamente o militarmente sotto il controllo esclusivo di una potenza. Nel diritto e nella prassi marittima internazionale, Hormuz è un passaggio internazionale che coinvolge due Stati costieri, Iran e Oman. L’IMO sottolinea che il sistema di separazione del traffico fu proposto proprio da Iran e Oman e che la responsabilità della sicurezza della navigazione rimane legata alle autorità degli Stati costieri.
Il linguaggio di Trump trasforma dunque una situazione molto più complessa — presenza navale americana, capacità di interdizione, negoziazione con Iran e Oman, rotte alternative, minacce di mine e traffico commerciale ridotto — in una formula assoluta: “100% control”.
È precisamente questo il meccanismo classico della comunicazione strategica.
La propaganda non consiste necessariamente nel dire una cosa completamente falsa. Più frequentemente consiste nel prendere un elemento reale — in questo caso la schiacciante superiorità navale americana — e trasformarlo in una rappresentazione più ampia della realtà: dalla superiorità militare al dominio totale; dalla capacità di colpire alla capacità di controllare; dal controllo di un’area alla vittoria nella guerra.
La storia insegna che la superiorità militare non equivale alla vittoria
Questa distinzione è fondamentale e trova numerosi precedenti nella storia americana contemporanea.
Nel 2003 George W. Bush annunciò la fine delle «major combat operations» in Iraq davanti alla celebre insegna Mission Accomplished. Nei mesi successivi, tuttavia, l’Iraq sarebbe precipitato in una lunga guerra insurrezionale. Lo stesso Bush, nell’ottobre 2003, fu costretto a spiegare che quella dichiarazione riguardava una fase della guerra e non la conclusione del conflitto.
L’episodio è importante non perché la situazione odierna sia identica all’Iraq, ma perché dimostra una regola generale: la comunicazione politica tende a definire la vittoria in termini compatibili con ciò che l’apparato militare può effettivamente dimostrare nel breve periodo.
Lo stesso problema era emerso in Vietnam. La superiorità tecnologica americana era indiscutibile, ma l’offensiva del Tet del 1968 dimostrò che la distruzione materiale delle forze avversarie non coincide necessariamente con la distruzione della loro capacità politico-strategica.
La storia del Medio Oriente offre un precedente ancora più pertinente: proprio Hormuz.
Hormuz e la lezione del 1987-1988
Durante la Tanker War degli anni Ottanta, l’Iran ricorse alle mine e ad attacchi asimmetrici contro la navigazione nel Golfo Persico. Gli Stati Uniti reagirono con l’operazione Earnest Will, scortando petroliere kuwaitiane, e nel 1988 una mina iraniana danneggiò gravemente la USS Samuel B. Roberts. Quattro giorni dopo Washington lanciò l’operazione Praying Mantis, una delle più importanti azioni navali statunitensi dalla Seconda guerra mondiale.
Il risultato tattico fu nettamente favorevole agli Stati Uniti: diverse unità iraniane furono distrutte o danneggiate e infrastrutture petrolifere vennero colpite. La stessa documentazione storica della U.S. Navy descrive l’operazione come una risposta di enorme portata alla minaccia iraniana.
Ma proprio quella vicenda contiene la lezione oggi più utile.
L’Iran non aveva bisogno di sconfiggere la U.S. Navy in una battaglia convenzionale. Doveva soltanto mantenere la capacità di rendere costoso, rischioso e politicamente problematico il funzionamento del Golfo.
È la logica della guerra asimmetrica: non si misura la vittoria esclusivamente contando navi affondate o aerei abbattuti, ma verificando se l’avversario riesce a raggiungere gli obiettivi strategici che si era prefissato.
Ed è esattamente qui che l’affermazione di Trump diventa problematica.
Se gli Stati Uniti hanno davvero il controllo assoluto di Hormuz, perché esistono ancora negoziati fra Iran e Oman sul regime di navigazione? Perché il traffico commerciale è rimasto fortemente depresso? Perché l’IMO continua a trattare la navigazione come un problema di sicurezza multinazionale? E perché l’Iran è ancora in grado di usare il passaggio come leva negoziale?
La risposta più plausibile è che Washington abbia una capacità di dominio militare, ma non ancora un monopolio politico-operativo dello Stretto.
La nuova centralità dei Pasdaran
È in questo quadro che deve essere interpretata la riorganizzazione del vertice militare iraniano annunciata il 10 agosto.
Il nuovo leader supremo iraniano, Mojtaba Khamenei, ha proceduto a una significativa ristrutturazione dell’apparato di sicurezza. Il generale Ali Abdollahi è stato indicato alla guida dello Stato maggiore delle Forze armate, mentre Ahmad Vahidi è stato nominato comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, l’IRGC, i Pasdaran. Parallelamente, l’ex comandante dei Pasdaran Mohsen Rezaei è stato nominato segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale.
Non si tratta di una semplice rotazione di incarichi.
I Pasdaran nacquero nel 1979 proprio per costituire un contrappeso ideologico all’esercito regolare ereditato dallo scià. Rispondendo direttamente alla Guida suprema, svilupparono progressivamente capacità militari autonome, forze navali e missilistiche, la Forza Quds e una vasta rete economica e politica.
La guerra Iran-Iraq fu decisiva per questa trasformazione. Il conflitto del 1980-1988 consentì alle Guardie di trasformarsi da milizia rivoluzionaria in istituzione militare permanente. Dopo la guerra, la loro influenza si estese all’economia, alla politica e alla sicurezza interna.
L’ascesa di figure come Mohsen Rezaei è emblematica. Rezaei entrò nei Pasdaran dopo la rivoluzione, ne divenne comandante giovanissimo e guidò il Corpo durante la guerra contro Saddam Hussein. Il suo ritorno al centro della struttura di sicurezza iraniana segnala quindi la valorizzazione di una generazione politica e militare formatasi nella guerra totale degli anni Ottanta.
Perché i Pasdaran sono particolarmente adatti alla guerra attuale
La struttura dell’IRGC è quasi speculare alla forma che ha assunto il conflitto.
Gli Stati Uniti dispongono di una capacità convenzionale incomparabilmente superiore: aviazione, satelliti, intelligence, portaerei, missili a lungo raggio, sistemi di rifornimento e capacità logistiche globali.
L’Iran, invece, ha costruito negli ultimi decenni una dottrina fondata sulla negazione dell’accesso, sulla guerra missilistica, sulle mine, sui droni, sulle piccole unità navali, sulla dispersione delle infrastrutture e sull’impiego di attori regionali.
I Pasdaran sono l’organizzazione iraniana più adatta a questo tipo di conflitto. Il loro potere non consiste nel replicare la macchina militare americana, ma nell’impedirle di convertire la superiorità tecnologica in una vittoria politica rapida. Il loro apparato comprende anche la Forza Quds e una rete di organizzazioni partner in Iraq, Libano, Siria, Palestina e Yemen.
Per questa ragione, la nomina di Vahidi e il contemporaneo rafforzamento di Rezaei possono essere letti come una scelta per la guerra lunga.
Non significa necessariamente che Teheran voglia una guerra indefinita. Significa che la leadership iraniana sembra prepararsi all’ipotesi secondo cui la guerra non potrà essere risolta dalla semplice superiorità aerea americana.
Lo Yemen dimostra che il conflitto non è confinato all’Iran
Il secondo elemento che contraddice una lettura semplicemente trionfalistica è lo Yemen.
Gli Houthi rimangono un fattore di destabilizzazione autonomo ma collegato alla più ampia architettura regionale iraniana. Le loro azioni nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden hanno già dimostrato quanto poco sia necessario, per una forza relativamente più debole, alterare i flussi commerciali globali.
A luglio, dopo minacce Houthi contro navi dirette verso porti sauditi, diverse petroliere modificarono la propria rotta; le autorità marittime europee avevano raccomandato alle navi con legami con Israele, Stati Uniti o Arabia Saudita di evitare determinate rotte nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden.
Ancora il 10 agosto, fonti internazionali riferivano di un attacco Houthi contro il porto yemenita di Mocha, con vittime e feriti, mentre la crisi regionale continuava a minacciare le rotte marittime.
Questo è strategicamente rilevante perché produce una geometria della vulnerabilità.
Hormuz controlla l’uscita dal Golfo Persico.
Bab el-Mandeb controlla l’accesso al Mar Rosso.
Suez collega il Mar Rosso al Mediterraneo.
Un attore che riesca a rendere rischiosi contemporaneamente Hormuz e Bab el-Mandeb non deve necessariamente “chiudere” fisicamente entrambi gli stretti. È sufficiente aumentare il rischio assicurativo, modificare le rotte, rallentare i traffici e costringere gli operatori commerciali a comportamenti difensivi.
È questa la ragione per cui una guerra asimmetrica non può essere valutata soltanto attraverso le mappe dei bombardamenti.
La propaganda americana: che cosa si può davvero dimostrare
Occorre però evitare un errore speculare.
Dire che le dichiarazioni americane hanno una funzione propagandistica è sostenibile.
Dire che Trump mente deliberatamente in ogni singola dichiarazione richiederebbe invece una prova delle sue intenzioni che non possediamo.
La distinzione è importante.
In termini di comunicazione politica, una dichiarazione come «controlliamo il 100% dello Stretto» produce almeno quattro effetti:
1. legittima l’azione militare americana, presentandola come efficace;
2. riduce la percezione dei costi della guerra presso l’opinione pubblica statunitense;
3. trasmette agli alleati e ai mercati un messaggio di sicurezza;
4. serve da deterrente psicologico nei confronti dell’Iran, suggerendo che la capacità di interdizione iraniana sia stata neutralizzata.
Sono obiettivi perfettamente razionali in tempo di guerra.
La propaganda, in altre parole, non deve essere intesa soltanto come falsificazione. È anche selezione della realtà.
Washington enfatizza le distruzioni inflitte all’Iran; Teheran enfatizza la sopravvivenza del regime, le capacità missilistiche residue e la pressione su Hormuz. Entrambe le parti scelgono gli indicatori che massimizzano il valore politico della propria narrazione.
Uno studio accademico sulla comunicazione digitale della guerra USA-Iran ha inoltre rilevato come le dichiarazioni presidenziali di Trump, provenienti dai suoi canali diretti, vengano trasformate in grandi cascades informative sui social, concentrando il framing interpretativo degli eventi.
Anche l’Iran costruisce una narrazione della vittoria
L’analisi sarebbe incompleta se identificasse la propaganda soltanto con quella americana.
Teheran ha anch’essa forti incentivi a trasformare ogni capacità residua in una dimostrazione di successo.
La leadership iraniana deve convincere tre pubblici contemporaneamente: la popolazione interna, gli alleati regionali e gli avversari.
Per questo la sopravvivenza di Hormuz assume un valore simbolico enorme. Il messaggio è: gli Stati Uniti possono bombardare l’Iran, ma non possono dettare unilateralmente le condizioni della navigazione nel Golfo.
La nomina dei nuovi vertici militari va nella stessa direzione. L’Iran non sta tornando alla situazione precedente alla guerra. Sta invece militarizzando ulteriormente il processo decisionale.
Questo è un punto decisivo.
Se gli Stati Uniti proclamano una vittoria che non riesce ancora a tradursi in una normalizzazione di Hormuz, e l’Iran risponde affidando una parte crescente della gestione dello Stato agli uomini dell’apparato militare e dei Pasdaran, entrambi i fenomeni indicano che il conflitto non è ancora arrivato alla sua soluzione strategica.
Il precedente storico più importante: il 1979-1989
Per comprendere il comportamento iraniano è necessario tornare ancora più indietro.
La Repubblica islamica nacque da una rivoluzione traumatica e da una percezione permanente della minaccia esterna. Il ricordo del colpo di Stato del 1953 contro Mohammad Mossadeq, organizzato con il coinvolgimento britannico e americano, è ancora centrale nella cultura politica della Repubblica islamica. Il successivo sostegno statunitense allo Shah rafforzò l’idea che l’Iran dovesse possedere istituzioni di sicurezza direttamente fedeli alla rivoluzione.
Da qui nacque il modello dei Pasdaran.
Quando Saddam Hussein invase l’Iran nel 1980, la giovane Repubblica islamica scoprì che il nuovo ordine aveva bisogno contemporaneamente dell’esercito regolare e delle Guardie rivoluzionarie. La guerra trasformò l’IRGC in un’organizzazione combattente e, soprattutto, gli conferì una legittimità che nessun semplice apparato di polizia avrebbe potuto ottenere.
È questa eredità che aiuta a spiegare la situazione odierna.
Per una leadership iraniana, una guerra contro gli Stati Uniti non è soltanto un conflitto militare. È anche una prova esistenziale della Repubblica islamica. E le istituzioni che hanno maggiormente beneficiato storicamente delle guerre e delle crisi — i Pasdaran — sono naturalmente quelle che acquistano maggiore peso quando il sistema si sente minacciato.
La vera misura della vittoria americana
La domanda conclusiva non dovrebbe dunque essere: “Gli Stati Uniti hanno distrutto molte capacità militari iraniane?”
La risposta è quasi certamente sì.
La domanda dovrebbe essere: “Gli Stati Uniti hanno raggiunto gli obiettivi politici per i quali stanno combattendo?”
È una questione molto diversa.
Se l’obiettivo è distruggere infrastrutture militari iraniane, Washington può rivendicare risultati considerevoli.
Se l’obiettivo è impedire all’Iran di esercitare influenza regionale, il quadro è molto meno netto.
Se l’obiettivo è garantire la libertà di navigazione, la situazione di Hormuz dimostra che la normalizzazione non è stata ancora raggiunta.
Se l’obiettivo è indebolire il regime, l’effetto potrebbe persino essere paradossale: la guerra sta rafforzando il peso dei Pasdaran nel processo decisionale iraniano.
Se l’obiettivo è costringere Teheran a una resa politica, infine, la ristrutturazione del vertice militare e di sicurezza indica che l’Iran si sta preparando a una trattativa da una posizione di resistenza, non a una capitolazione.
La guerra non si vince dichiarandola vinta
La frase di Trump secondo cui «controlliamo questa zona al 100%» è dunque molto più interessante come documento di comunicazione strategica che come descrizione oggettiva della situazione.
Gli Stati Uniti hanno una superiorità militare schiacciante. Ma superiorità e controllo non sono sinonimi.
I dati sul traffico commerciale, le informazioni dell’IMO, la persistenza dei negoziati con Iran e Oman, il problema delle mine e la stessa struttura giuridico-geografica di Hormuz non consentono di descrivere lo Stretto come uno spazio semplicemente “controllato al 100%” dalla Marina americana.
Parallelamente, l’Iran non è nella posizione di poter sostenere di aver sconfitto militarmente gli Stati Uniti. La sproporzione delle capacità convenzionali resta enorme.
La situazione reale è quindi meno spettacolare delle dichiarazioni ufficiali di entrambe le parti, ma anche più interessante: gli Stati Uniti sembrano avere vinto molte battaglie militari senza aver ancora trasformato quelle vittorie in una soluzione strategica; l’Iran sembra aver perso enormi capacità militari senza aver perso la capacità di rendere la guerra costosa e politicamente complessa.
È precisamente questa zona intermedia che spiega la nuova centralità dei Pasdaran.
La nomina di Ahmad Vahidi alla guida dell’IRGC, di Ali Abdollahi al vertice dello Stato maggiore e di Mohsen Rezaei al Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale non prova da sola che Teheran voglia prolungare indefinitamente la guerra. Ma segnala qualcosa di più concreto: in una fase nella quale la diplomazia non ha ancora prodotto una soluzione e la superiorità americana non ha prodotto una resa iraniana, il regime sta affidando una parte crescente della propria sopravvivenza politica a uomini formati nella guerra, nella sicurezza e nella logica della mobilitazione permanente.
Questo è forse il dato più importante delle ultime ore.
La guerra americana cerca di dimostrare che la potenza tecnologica può ancora imporre una decisione.
La strategia iraniana cerca di dimostrare l’opposto: che nel XXI secolo una potenza regionale non deve necessariamente poter sconfiggere gli Stati Uniti per impedirgli di trasformare la superiorità militare in una vittoria politica.
Hormuz, più di qualsiasi comunicato governativo, sarà il giudice di questa disputa.
Yari Lepre Marrani è scrittore, giornalista culturale e analista geopolitico. Scrive su numerose testate sfruttando le proprie competenze storico – giuridiche. Importante menzionare la sua collaborazione con il quadrimestrale dell’AMI(Associazione Mazziniana Italiana), il Pensiero Mazziniano, con il quale Marrani collabora con articoli o brevi saggi ispirati al pensiero repubblicano”