Il nuovo libro di Armando Pepe, “Magia, superstizione e clero criminale nell’Italia meridionale. Un caso esemplare: Piedimonte d’Alife, 1591”, pubblicato da Laveglia&Carlone, ricostruisce attraverso documenti d’archivio una complessa vicenda della Terra di Lavoro di fine Cinquecento, restituendo un’immagine inquieta e conflittuale della società meridionale negli anni della Riforma cattolica.
Che cosa accadeva nella Terra di Lavoro alla fine del Cinquecento quando un sacerdote si rendeva responsabile di violenze, quando una donna veniva accusata di pratiche magiche, quando un uomo possedeva o consultava libri proibiti, oppure quando un potente signore feudale entrava in conflitto con un vescovo?
Le vicende ricostruite da Armando Pepe nel libro permettono di entrare dentro queste domande e, soprattutto, dentro una società nella quale i confini tra autorità religiosa, potere civile, giustizia e pratiche quotidiane erano tutt’altro che netti.
Pubblicato nel 2026 da Laveglia&Carlone, il volume prende le mosse dalla diocesi di Alife e, in particolare, da Piedimonte d’Alife, trasformando un caso locale in un osservatorio privilegiato sulla Terra di Lavoro del tardo Cinquecento. Il 1591 rappresenta il punto di riferimento cronologico di una ricerca che, attraverso una documentazione processuale e amministrativa di notevole interesse, ricostruisce persone, conflitti e strategie di potere.

Una Terra di Lavoro inquieta
La prima parte del volume colloca le vicende all’interno del più ampio processo di riorganizzazione della Chiesa cattolica seguito al Concilio di Trento. La Riforma cattolica aveva rafforzato l’attenzione verso la disciplina del clero, la formazione dei sacerdoti e il controllo delle pratiche religiose, ma l’applicazione concreta delle nuove norme incontrava una realtà locale fatta di consuetudini, rapporti di forza e conflitti di competenza.
La diocesi di Alife diventa così un vero laboratorio di osservazione
A Piedimonte convergono infatti interessi diversi: l’autorità del vescovo, le prerogative del potere feudale, la giustizia del Regno di Napoli e il governo romano dei conflitti locali. Non si tratta soltanto di stabilire chi abbia commesso un determinato reato o chi abbia praticato la magia: la questione fondamentale diventa spesso chi abbia il diritto di giudicare, punire e intervenire. È questo uno degli aspetti più originali del libro. Dietro i singoli procedimenti emerge una storia delle istituzioni e dei rapporti di potere.
Don Angelo Paterno, il sacerdote che non voleva arrendersi
Il primo protagonista è don Angelo Paterno, sacerdote coinvolto in una lunga sequenza di episodi di violenza e scandalo pubblico. Tra il 1586 e il 1590 le accuse nei suoi confronti si accumulano. Il tentato omicidio del 3 agosto 1590 rappresenta uno dei momenti più significativi di una vicenda nella quale il comportamento del sacerdote entra apertamente in collisione con l’ordine ecclesiastico e civile. La documentazione permette di seguire quasi passo dopo passo l’evoluzione del procedimento: le testimonianze, la fuga, la comparizione davanti alle autorità, l’interrogatorio del 16 ottobre 1590, le strategie difensive, la ricusazione del consultore e infine lo scontro tra il vescovo e il governatore. Il 28 novembre 1590 il conflitto esplode pubblicamente: non è più soltanto don Angelo a essere sotto accusa. A essere messo in discussione è il rapporto tra le diverse autorità che rivendicano il diritto di intervenire. L’epilogo, significativo, è quello di una vicenda che non conduce a una vera sanzione. La storia di don Angelo Paterno diventa così il paradigma di una giustizia condizionata dai conflitti di competenza e dai rapporti di forza.
Magia, saperi proibiti e società
Nel secondo capitolo il libro cambia prospettiva e si concentra sulle pratiche considerate devianti e sui saperi sottoposti al controllo ecclesiastico. La vicenda di Angela Dea di Ricciardo, accusata di fattucchieria, permette di osservare il rapporto tra magia, reti sociali e conflitto giurisdizionale. Non emerge semplicemente la figura stereotipata della “strega”, ma una donna inserita in una precisa realtà sociale, nella quale conoscenze, relazioni e pratiche quotidiane potevano diventare oggetto di un procedimento.
Analoga attenzione viene dedicata a Vincenzo di Luca d’Amore, nel cui caso la magia si intreccia con la lettura di libri proibiti. Qui il tema del controllo ecclesiastico assume una particolare rilevanza: non sono soltanto le azioni a essere sottoposte a giudizio, ma anche i saperi e le conoscenze che potevano circolare al di fuori dei canali considerati leciti.
Il caso degli Iannutiis, infine, introduce un ulteriore elemento: quello della resistenza alle autorità ecclesiastiche. Scomunica, immunità e conflitti con i gabellieri mostrano quanto complesso fosse il rapporto tra la giurisdizione episcopale e gli interessi concreti degli uomini del territorio.
Il vescovo contro il duca
Il terzo capitolo porta il conflitto a un livello ancora più alto. Da una parte c’è Enrico Cino, vescovo di Alife, deciso a difendere le prerogative della propria autorità; dall’altra Luigi Gaetani, duca di Traetto (ora Minturno), espressione del potere feudale. Il confronto tra i due non è una semplice disputa personale. Dietro le accuse reciproche si nasconde una questione fondamentale: quali fossero i limiti del potere ecclesiastico e di quello signorile nella società meridionale post-tridentina. Piedimonte diventa così uno spazio nel quale si incontrano e si scontrano giurisdizioni diverse. Il vescovo rivendica la propria autorità; il duca difende le proprie prerogative; le istituzioni civili ed ecclesiastiche intervengono, si sovrappongono e talvolta si ostacolano. Particolarmente significativo è il caso di Montepeloso (ora Irsina), dove l’intervento inquisitoriale consente di osservare ancora una volta la difficoltà di disciplinare efficacemente il potere locale. Anche qui, come nella vicenda di don Angelo Paterno, la conclusione non è quella di una vittoria netta di un’autorità sull’altra. Piuttosto emerge un processo di conflitto, richiamo e successiva normalizzazione.
Una storia locale che diventa storia del Mezzogiorno
È proprio questa la prospettiva che rende il volume interessante non soltanto per chi si occupa della storia di Piedimonte d’Alife e della diocesi di Alife. I casi studiati da Armando Pepe mostrano infatti come la storia locale possa diventare uno strumento privilegiato per comprendere fenomeni di portata più ampia. Attraverso un sacerdote violento, una donna accusata di stregoneria, un uomo sospettato di pratiche magiche e letture proibite, alcuni gabellieri in conflitto con l’autorità ecclesiastica, un vescovo e un duca, prende forma il ritratto di una società nella quale la Riforma cattolica cercava di imporre nuovi modelli di disciplina senza riuscire sempre a cancellare consuetudini, resistenze e rapporti di potere consolidati. La documentazione permette così di guardare alla Terra di Lavoro non come a una periferia passiva, ma come a uno spazio nel quale le trasformazioni della Chiesa e dello Stato si misuravano concretamente con la complessità delle comunità locali.
Dall’archivio alla memoria del territorio
Uno degli elementi caratterizzanti della ricerca è l’ampio ricorso alla documentazione d’archivio, utilizzata non soltanto per ricostruire i fatti, ma per restituire voce ai protagonisti delle vicende. L’appendice documentaria consente inoltre al lettore di avvicinarsi direttamente alle fonti sulle quali è costruita l’indagine, mentre la bibliografia ragionata colloca il volume all’interno del dibattito storiografico sulla società, sulla Chiesa e sui poteri del Mezzogiorno moderno.
Il risultato è una ricerca che parte da Piedimonte d’Alife ma non si ferma a Piedimonte
Il vero protagonista del libro è infatti il conflitto: tra norma e pratica, tra autorità e resistenza, tra Chiesa e potere feudale, tra giustizia ecclesiastica e giustizia civile, tra i saperi ufficialmente ammessi e quelli considerati pericolosi. Ed è forse proprio questa la lezione più interessante che arriva dalle carte del 1591: per comprendere una società del passato non basta sapere quali fossero le norme. Occorre osservare come quelle norme venissero applicate, contestate, aggirate e negoziate dagli uomini e dalle istituzioni. In questo senso, la vicenda di Piedimonte d’Alife diventa una piccola ma preziosa finestra sulla storia del Mezzogiorno alla vigilia dell’età moderna.
Armando Pepe, Magia, superstizione e clero criminale nell’Italia meridionale. Un caso esemplare: Piedimonte d’Alife, 1591, Laveglia&Carlone, 2026.
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