XXII domenica del Tempo ordinario – Anno A
Ger 20,7-9; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27
di Sorella Michela Arnone, Comunità Monastica di Ruviano
Domenica scorsa, nella risposta alla domanda sul pensiero della gente rispetto all’identità di Gesù, i discepoli rispondono che la gente pensa di Gesù che sia Elia, Giovanni Battista, uno dei profeti o Geremia. Vediamo come ognuna di queste risposte abbia in sé una parte di verità. Il nominare Geremia è aspetto specifico del Vangelo di Matteo; proprio Matteo, in vari modi, sviluppa una vera similitudine, in forma di tipologia, con il profeta Geremia. Questo significa che siamo rimandati, in vari modi e punti del Vangelo, a questo profeta per aprire degli spazi di comprensione di Gesù, della sua vita, delle sue scelte, dei suoi sentimenti che altrimenti potremmo perderci.
Questa operazione ci viene proposta in questa domenica quando, in corrispondenza del primo annuncio della Passione nel Vangelo di Matteo, che segue immediatamente alla confessione di Pietro, troviamo come Prima Lettura un testo di Geremia audace e intenso. Geremia, al limite della bestemmia, esprime tutto il suo crudo dolore per le conseguenze dell’appartenenza a Dio e per aver annunciato agli uomini la Parola che ha sentito da Lui. Il rapporto con Dio è descritto nei termini di una grande passione, in cui Geremia si è sentito sedotto da Dio, come un amante. Un amore nel quale all’inizio si vede la bellezza e l’esigenza forte di appartenere all’altro ed esaudirne la richiesta, solo dopo si scoprono le conseguenze dolorose, la perdita che questo amore comporta. E lo si vorrebbe rifiutare quest’amore, rinnegarlo… Geremia vorrebbe, ma non può perché riconosce che quest’amore è troppo forte, lo ha invaso nell’anima e nel corpo e di esso vive, questa è la sua verità più grande e non potrebbe vivere altrimenti. Se avesse saputo dall’inizio cosa comportava quest’amore, forse non si sarebbe lasciato sedurre; ma non avrebbe scoperto la verità autentica e non avrebbe potuto annunciarla!
Quest’ardire di Geremia nel parlare con queste parole ci apre varie porte. In prima istanza, comprendiamo che la vocazione profetica non è come un lavoro da portare a termine, ma è una passione per il Dio vivo e vero, i cui pensieri non sono come i nostri pensieri; Egli li condivide con chi ama e che si lascia amare e coinvolgere completamente in questo amore. Così il profeta vivrà di questo amore e dovrà portare fuori agli uomini la verità che attinge da esso, una verità che tante volte è scomoda perché denuncia la menzogna e l’egoismo nel quale gli uomini il più delle volte vivono. Così è stato anche per Gesù ed è oggi per i cristiani, non una missione esterna da compiere ma una missione che attinge dentro, una missione che parla di un amore profondo con il Padre. Quanto è triste che oggi fatichiamo a raccontare e far vedere soprattutto alle generazioni dei giovani, quelli che più di tutti cercano radicalità, coerenza e passioni forti, quale passione comporta amare Dio e scoprire il suo amore, quale verità radicale solo da Lui si può attingere, quanto Dio sia Altro dalla triste religiosità al quale lo si riduce.
Amare Dio è passione, dargli la vita e viverla in Lui è un’avventura avvincente, in cui c’è la Croce, come per Gesù, ma che diventa luogo dell’amore e di un senso profondo, radicale, eterno. Senso per sé e senso per gli altri, anche e soprattutto per quelli che non comprendono, rifiutano, condannano, uccidono, per salvare sé stessi e la loro immagine. I consacrati, nella Chiesa, ma anche i sacerdoti con il voto del celibato vogliono ricordare a tutti che l’amore per Dio è totalizzante, è passione che prende la vita, è corpo che si dona. Non perché tutti lo vivano nella stessa forma, ma perché sia vero per tutti, ciascuno secondo la propria forma. Eppure tante volte si dimentica e si tralascia questa passione, o forse non si fa lo spazio interiore per scoprirla fino in fondo, andando a cercare compensazioni che denigrano l’umano e smettendo di essere quel segno che siamo chiamati a essere.《Se il sale perdesse il sapore, con cosa lo si renderà salato?》(Mt 5,13).
Allora Geremia preghi per noi e da lui lasciamoci ispirare, forse conosceremo la vera passione per Dio, il vero patire per Lui, come ha fatto Gesù. In seconda istanza, allora, ascoltando Geremia possiamo sentire il dolore e la fatica di Gesù nella scelta dell’amore e della verità. Pensiamo a Gesù che va verso Gerusalemme, che pur non sapendo precisamente cosa gli sarebbe successo, legge gli eventi e ciò che si muove intorno a Lui e con il suo cuore saggio e intelligente, avendo le Scritture alla mano, comprende che qualcosa di brutto poteva succedergli. Allo stesso tempo sapeva che Dio non lo avrebbe lasciato solo:《Non ho mai visto il giusto abbandonato》(Sal 37,25). Così nascono nei Vangeli i cosiddetti “annunci della Passione”, nei quali Gesù sembra già sapere tutto ciò che gli succederà precisamente; noi possiamo pensare che Gesù ha detto delle parole su quello che poteva aspettarlo, che sono state riformulate così in una lettura post pasquale. Quella che leggiamo oggi è la prima volta in cui ciò avviene, collocata come nel racconto di Marco dopo la confessione di Pietro.
Alla beatitudine rivolta a Pietro un attimo prima segue una parola molto dura a Pietro, a cui viene detto “satana”, cioè divisore. Opponendosi alle parole di Gesù e alla possibilità di passare per un rifiuto radicale da parte degli uomini, Pietro non è più roccia su cui si fonda la comunità ma diventa pietra d’inciampo per Gesù, diventa tentativo di irretire Dio nelle maglie delle logiche umane facilitanti, seppur inconsciamente.
Quale sia la logica di Dio che Gesù sta scegliendo di seguire e dalla quale non permette a Pietro di separarlo è quella espressa poco dopo. È lo scontro tra il tentativo di guadagnare la propria vita, quella di vivere per sé stessi, e d’altra parte quello di accogliere di perdere la vita per amore; non è un perdere vuoto, ma un perdersi per amore di Dio, come per Geremia e come per Gesù, che significa amare anche ciascun uomo. In quel perdersi si guadagna la vita! Seppure il cristianesimo predica questo da 2000 anni, ancora resistiamo e cerchiamo in tutti i modi di vivere per noi stessi! Che sia difficile perdersi è certo, lo è stato anche per Gesù. In questo passo, infatti, del quale si sottolinea più spesso la forza e la durezza di Gesù così come al contrario l’errore di Pietro, emerge anche un altro aspetto.
Se Gesù fosse stato solo forte e determinato avrebbe rimproverato Pietro, gli avrebbe spiegato la via ma non lo avrebbe chiamato “pietra d’inciampo”… se lo ha fatto è perché la reazione di Pietro ha fatto emergere la sua lotta di dentro, quella lotta nella quale un amico che ti dice che “non è necessario tale sacrificio”, un amico che ti consola dicendoti che non dovrai attraversare quel male, può farti cadere e cambiare strada. Un amico che avresti voluto accanto a sostenerti nello sforzo di scegliere di perdere ma che invece non ce la fa, lasciandoti solo ora e più avanti, come avverrà durante il Getsemani, nell’arresto e anche dopo.
Facciamo eco alla fatica di Gesù di scegliere l’amore, di questo amore passionale per il Padre del quale sa di potersi fidare anche non capendo, a quella passione raccontata già da Geremia e comprenderemo di non essere soli nella lotta ardua per scegliere veramente la vita che ci propone il Vangelo o quella che ci propone il mondo. Forse dovremo rifiutare l’egoismo un poco ogni giorno, forse dovremo ripensare completamente la nostra vita, ma rifiutiamo di diventare “pietre d’inciampo” davanti al Vangelo per noi stessi e per gli altri.
