La Mostra del Cinema è in pieno svolgimento, oggi ha avuto inizio la seconda e ultima settimana di Festival, che vedrà l’assegnazione dei premi principali da parte della giuria questo sabato 12 settembre.
Una prima settimana di anteprime e visioni che animeranno le sale nei prossimi mesi, interviste e riflessioni sul cinema italiano, al di là del tappeto rosso.

Infatti, se la Mostra ha il pregio e il fine di porre sotto i riflettori il cinema e le sue opportunità e bellezze, lo stesso Festival è anche una lente di ingrandimento sulla realtà cinematografica italiana contemporanea.
In particolare, tra maestranze e protagonisti del settore, sono sorte questioni interessanti e notevoli.
In primis, lo scorso 5 settembre 2026 il movimento #siamoaititolidicoda ha contestato frontalmente il rapporto presentato alla Mostra dalla Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura.
Il Ministero ha descritto un’industria audiovisiva in crescita, il movimento, che riunisce lavoratrici, lavoratori e maestranze, ha invece parlato di tagli strutturali, precarietà e assenza di tutele.
Tema caldo già affrontato con una denuncia molto dura delle stesse maestranze (ne abbiamo parlato qui) e una specifica azione agli scorsi David di Donatello.
È una protesta che arriva a Venezia per il secondo anno consecutivo. Già nel 2025 il movimento denunciava che, mentre al Lido si celebrava il cinema, migliaia di lavoratori erano senza reddito e senza prospettive, parlando di una crisi produttiva e occupazionale profonda.

La crisi evidenziata dai lavoratori del cinema si declina anche sul versante degli interpreti, specie i più giovani, attraverso il dato che le produzioni tendano a puntare ripetutamente sugli stessi volti.
Ne ha parlato Emanuele Maria Di Stefano, protagonista a Venezia nel cast del film La città dei vivi, diretto da Edoardo Gabbriellini, tratto dal romanzo omonimo di Nicola Lagioia.
In un’intervista a Vanity Fair, alla domanda sulla competizione nel mestiere, Di Stefano ha osservato che gli attori giovani sono moltissimi, ma il problema principale è avere l’opportunità di lavorare, perché «i film puntano sempre sugli stessi volti»: secondo lui, in un arco di tre anni, sono circa cinque quelli che riescono a emergere.
La sua osservazione è interessante perché arriva da un protagonista giovane che non sta parlando da commentatore esterno, ma che opera dall’interno della stessa professione.
Ha aggiunto, inoltre, un aspetto molto significativo: anche quando finalmente arriva il successo, resta la consapevolezza che il sistema possa smettere rapidamente di chiamarti.
Ovviamente quella di Di Stefano è una testimonianza, non un dato sull’intero settore, ma serve a raccontare concretamente cosa significa essere un interprete alle prime armi in un sistema percepito come molto selettivo.
Infatti, la sua dichiarazione evidenza un punto importante: il meccanismo di concentrazione.
Una volta che un volto diventa spendibile per produttori, distributori e piattaforme, aumenta la probabilità che venga scelto di nuovo.

Venezia, da questo punto di vista, è una delle vetrine più visibili di un sistema produttivo ampio ma sarebbe scorretto sostenere che la Mostra non dia spazio ai nuovi.
Infatti, ci sono apposite sezioni e programmi esplicitamente costruiti per far emergere nuovi talenti; per esempio, Biennale College offre uno spazio a giovani cineasti e quest’anno comprende nuovi progetti, oltre alla Settimana Internazionale della Critica, sezione parallela e indipendente della Mostra dedicata alle opere prime.
La questione, tuttavia, è stata ripresa proprio ieri da Emma Dante in un post sulla sua pagina Facebook, in cui la regista, che ha ricevuto quest’anno dalla Biennale il Leone d’oro alla carriera per il Teatro (occasione in cui ha presentato in prima assoluta il suo spettacolo I fantasmi di Basile) ha esordito così: «Ma è possibile che sui red carpet ci sono sempre gli stessi attori e le stesse attrici?».
Nella sua riflessione, tuttavia, Dante non sottolinea il fatto della notorietà in sé, quanto la ripetizione, pur riconoscendo il valore economico di alcuni attori, il fatto che rappresentino una garanzia per i finanziamenti.
Tuttavia, il suo pensiero si sposta anche ad un problema di immaginario collettivo: la regista chiede di rischiare, scoprire nuovi talenti e sperimentare nuovi modi di recitare, scrivere, dirigere e fotografare.
E soprattutto introduce il punto del canone estetico: la possibilità di vedere attrici anziane, grasse, non conformi allo stereotipo della donna «magra, bella e rifatta», accanto a interpreti nuovi e a corpi e volti meno consueti.

Ecco, parlare di cinema significa anche interrogarsi su temi che, nella macchina del Festival, possono apparire quasi naturali, ma che meritano invece di essere approfonditi e accompagnati da iniziative e idee concrete.
Perché alle parole di chi il cinema lo vive e prova ogni giorno a dargli vita con passione e nuovi slanci dovrebbe seguire la capacità di ascoltare, condividere e, soprattutto, cambiare.