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Toponomastica: questioni di lapidi…o di memoria?

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Tanti nomi importanti, non sempre riconosciuti nella toponomastica cittadina. Personaggi illustri, che hanno fatto la storia dei nostri paesi, troppo spesso dimenticati

L’approfondimento sulla toponomastia a Piedimonte Matese pubblicato su Clarus n.2-2012 a firma di Gianfrancesco D’Andrea

Ogni città si racconta attraverso la sua storia. E la storia, ogni storia, è fatta di memoria e, quindi, di identità. E non si pensi soltanto alle teche di un museo cittadino o a polverosi libri dalle pagine ingiallite che, troppo spesso, giacciono su altrettanto polverosi scaffali di biblioteche private, tanto per fare bella mostra di sé. La storia di ogni città – spesso – viene raccontata – male – attraverso la toponomastica, ovvero “lo studio scientifico dei nomi di luogo, considerati nella loro origine e significato, nella pronunzia, nell’uso”. Piazze e strade di ogni città, grandi o piccole che siano, richiamano l’attenzione su personaggi del passato, lontano o recente, ma anche su episodi, eventi, accadimenti di rilevante significato per questa o quella comunità. Le intitolazioni che campeggiano all’inizio di una strada, o agli angoli di una piazza, sono quindi un museo storico a cielo aperto, una piccola importante finestra su fatti e circostanze, che a loro volta aprono la memoria su altri fatti, su altre circostanze, su altri personaggi. Capita, così, che il più delle volte, per conoscere e per capire la storia locale, piccolo segmento della “grande storia”, basti annotare i nomi dei luoghi e dei personaggi incisi sulle lapidi toponomastiche, per scoprire, meravigliati, un mondo del quale si ignorava l’esistenza. E capita, allo stesso modo, che venga da chiedersi come mai questa o quella comunità civica scelga un luogo, un personaggio sconosciuto ai più, anziché un altro, e come mai non si scelga, invece, di intitolare una piazza, una strada, un largo, un giardino pubblico a personaggi ben più rappresentativi, di cui è ancora forte il ricordo, la memoria, l’appartenenza al comune sentire. Fra i ventiquattro comuni della Diocesi, esempi del genere sono a portata…di lapide. Basta cominciare da Piedimonte Matese, il comune più popoloso, che al pari di tutti gli altri comuni diocesani, vanta una storia antichissima. Lasciamo perdere la “memoria corta”, che, tra l’altro, impedisce di intitolare una strada ad una persona defunta da meno di dieci anni. Ma la storia “recente”, a Piedimonte Matese, ricomprende, ad esempio, quelle “vicende” tutt’altro che trascurabili che, agli inizi del 1800, segnarono l’avvio di un lungo periodo di benessere economico legato all’avventura intrapresa da Gian Giacomo Egg, un industriale svizzero che fondò il primo impianto di filatura e tessitura nel Regno delle Due Sicilie. Già nel 1806 Napoleone aveva imposto il blocco continentale a tutte le merci che provenivano dalla Gran Bretagna. Egg si innamorò di Piedimonte Matese  perché gli ricordava la bella e pulita Svizzera: ottenne in uso gratuito da Carolina Murat il vecchio convento del Carmine, nel 1812, e lì impiantò la prima industria per filatura meccanica e tessitura a mano, con 200 operai, per lo più maestranze svizzere, alle quali, nel corso degli anni, si aggiunsero centinaia di maestranze locali, tanto da arrivare, nel1834, a1300 operai. L’avventura intrapresa da Egg continuò, negli anni a venire, con GianGaspare e poi ancora con Gian Giacomo Egg, fino al 1888, per continuare con Amedeo e Guglielmo Berner, fino al 1943. Il regolamento varato dal primo Gian Giacomo Egg, per gli stabilimenti di Piedimonte,  fu copiato in molti altri stabilimenti del Regno e quella esperienza, più volte, fu menzionata negli Annali civili delle Due Sicilie. Piedimonte, fino agli anni Settanta del Novecento, conservò, in quella che ancora si chiamava piazza del Carmine, proprio a  testimonianza della presenza di quel convento concesso in uso ad Egg da Carolina Murat, la ciminiera delle vecchie Cotoniere meridionali, poi abbattuta, perché pericolante. Eppure, oggi, proprio quella ciminiera sarebbe un segno tangibile di quella esperienza, la traccia indelebile di una storia recente su cui poggiò lo sviluppo economico di una cittadina fiorente. E neanche la piazza  ha più il nome di piazza del Carmine (si chiama, infatti, piazza Vincenzo Cappello). Altro personaggio, altra storia: Aurora Sanseverino, poetessa arcadica. Nacque in Lucania, a Saponara di Grumento, nel 1667. Sposò Niccolò Gaetani, conte di Alife, duca di Laurenzana, principe di Piedimonte. Il loro palazzo in Napoli, a  Port’Alba, divenne ben presto un cenacolo permanente di letterati, poeti, filosofi. Ma non fu un salotto chiuso a se stesso. Aurora Sanseverino trasformò la residenza di Piedimonte d’Alife, il bel Palazzo ducale Gaetani d’Aragona, del quale oggi si dibatte in maniera strumentale e maldestramente partigiana, in vero epicentro di vita culturale. Si adoperò affinché quel palazzo acquisisse eleganza e raffinatezza, nelle linee architettoniche che oggi ancora ammiriamo (seppure in un mortificante stato di degrado): fece costruire, dove prima era il seggio comunale, un teatro di corte e al suo interno si rappresentarono melodrammi, serenate e si tennero importanti stagioni liriche. Le nozze dei suoi due figli, Cecilia e Pasquale, furono entrambe celebrate all’interno del Palazzo ducale di Piedimonte, nel 1707 e nel1711. Inuna delle due occasioni, fu rappresentata nel teatro di corte “La Cassandra Indovina”, favola in musica ed altre liriche. Alcuni libretti d’opera redatti in occasione degli sponsali menzionarono ufficialmente il Palazzo ducale di Piedimonte d’Alife. Fu, ancora, Aurora Sanseverino ad ottenere che la real tipografia di Michele Luigi Muzio in Napoli fosse trasferita a Piedimonte, proprio per la fervente attività culturale che la poetessa portò al Palazzo.

 

Ritratto di Aurora Sanseverino (fonte Internet)

Aurora si spense nel 1726 e il suo corpo fu sepolto nella Chiesa dell’Immacolata Concezione presso il Convento di Santa Maria delle Grazie, da lei fatto edificare: è la bellissima costruzione, completamente abbandonata, che ancora si può ammirare all’inizio del percorso che conduce al parco archeologico del Monte Cila, luogo caro a generazioni di piedimontesi. Oggi le sue spoglie riposano all’Eremo di Santa Maria Occorrevole, il convento francescano dove Aurora conobbe Giovan Giuseppe della Croce, il santo ischitano che la convertì al cristianesimo e col quale teneva lunghi dialoghi di riflessione e di meditazione nel sentiero mistico del bosco della Solitudine. Ma la “piccola storia recente” di Piedimonte d’Alife è ricca di molti altri personaggi: al vescovo Gennaro Di Giacomo, ad esempio, il Comune ha intitolato una anonima traversa di via Scorciarini Coppola: parliamo, però, di un uomo che, oltre ad essere stato vescovo di Alife, fu membro del Parlamento del Regno d’Italia nell’ottava legislatura , investito senatore a vita da Vittorio Emanuele II nel 1863. Laureato in  filosofia, docente di retorica al Seminario arcivescovile di Napoli, sulla sua figura ha condotto un’accurata e approfondita ricerca Giovanni Guadagno, storico appassionato e  ricercatore infallibile. E cosa dire di monsignor Dondeo? Vescovo di Alife nel 1953, poi vescovo di Todi e di Orvieto. Ancora oggi, lo ricordano decine e decine di piedimontesi, e non solo: Dondeo convocò il primo congresso eucaristico diocesano, si adoperò per la venuta delle suore canossiane a Piedimonte, ma soprattutto seppe tessere con la gente un rapporto di umanità autentica, di identificazione collettiva, di osmosi totale con i problemi, le gioie, le sofferenze di una comunità.  Dei quattro personaggi menzionati in questa approssimativa ricostruzione, a Gian Giacomo Egg sono stati intitolati i giardinetti retrostanti la biblioteca comunale, poco distanti dalla “sua” (ex) piazza del Carmine; a Mons. Di Giacomo una piccola traversa seminascosta. Nulla ad Aurora Sanseverino, come a molti altri personaggi della “grande storia locale”. Un libro “a cielo aperto” sul quale aprire una vera, profonda, riflessione. 

 

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