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Il Vescovo. Parole di speranza in tempo di crisi

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S.E.Mons.Valentino Di Cerbo firma l’editoriale “Il tempo delle cose nuove” sul numero di Clarus di novembre, da poco pubblicato. La “crisi” che le sacre scritture descrivono in questa prima domenica di Avvento, è lo stimolo e l’invito a guardare avanti…

“Crisi”. E’la parola predominante nei discorsi pubblici e privati di questo inizio del XXI secolo, quella che evidenzia il malessere, i diritti negati, le speranze infrante e talora la disperazione. La crisi a molti appare una disgrazia, ad altri la conseguenza degli errori di chi ci ha governato (ma anche di chi ha scelto di essere governato in un certo modo, traendone spesso vantaggi), ad altri ancora soltanto un periodo di “bassa marea”, che prelude al ritorno della situazione precedente…
Per due domeniche, la 33ma del tempo ordinario ela Idi Avvento,la Liturgiaci presenta lo scenario della fine del mondo, non per terrorizzarci con l’annuncio di cataclismi apocalittici, ma per invitarci a riflettere sullo scorrere inesorabile del tempo e sulla caducità della vita; a liberarci dalla sicurezza che ci danno il potere, il benessere, le rendite di posizione conquistate, il denaro, talora, le scelte eticamente scorrette, per farci puntare su ciò che non passa e ci aiuta a vivere una vita degna, “sensata” e aperta a un futuro di qualità.
Una lettura di fede della crisi attuale ci porta ad individuarne i colpevoli, ma anche la sua quasi inevitabilità, perché un sistema socio-economico non può durare in eterno e l’inesorabile fluire del tempo ne evidenzia i limiti e lo travolge, come ne ha travolti tanti altri. La fede, pertanto, ci invita a fare una verifica seria dei valori su cui stiamo costruendo la nostra convivenza, per discernere quelli solidi e quelli che generano la crisi.
Nel Vangelo della I domenica di Avvento, la descrizione tragica della fine delle cose, trova un punto di soluzione: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria” e conclude con l’esortazione a risollevarsi e alzare il capo “perché la vostra liberazione è vicina” (Lc 21,27-28). L’evangelista San Luca ci fa un discorso “da grandi”, che viene a mettere in secondo piano tutto l’apparato un po’ leggero e disimpegnato dei pastorelli, degli alberi di Natale e della nascita di un Bambinello, che chiamiamo “salvatore”, ma che molti hanno l’impressione che, “finito lo spettacolo”, non salvi da niente o ci salverà in un improbabile futuro mitico. Il Vangelo della I domenica d’Avvento, invece, ci mostra il senso della crisi, di ogni crisi, soprattutto quella che viene a spazzare le ingiustizie e la sicumera dei furbi e ci invita a guardare a Gesù, non come al Bambino che intenerisce per un momento, ma come al modello di una umanità che nel franare delle sicurezze e delle strutture della storia, non si abbatte, ma si volge verso l’Alto, a Colui che viene sulle “nubi del Cielo”, per costruire il nuovo, cioè l’autentico.
In questa logica, la crisi è il tempo delle cose nuove e  della Venuta del Signore, cioè non di un personaggio che farà svanire i problemi con la bacchetta magica, ma di Colui che nel groviglio del fallimento di modelli illusori costruiti dagli uomini ci insegna vie nuove, sentieri inesplorati, ci educa a scorgere nell’oggi “i segni dei tempi”, le direzioni di marcia, per ricominciare a costruire una umanità diversa, una umanità di fratelli, che recuperano i grandi valori della vita e sono pronti a costruire  con coraggio nella storia presente cose nuove, perché quelle di prima sono passate.
+ Valentino, vescovo

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