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Vivere le tradizioni con uno spirito diverso

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Ripensare al significato di un sapere antico che diventa valore aggiunto da consegnare i posteri

Il periodo estivo ha come compagno privilegiato la “voglia di far festa”, di recuperare antiche usanze, tradizioni e costumi per trasformarli in momento gioioso, euforico e, sempre più spesso, in redditizio meccanismo commerciale. Non che sia contraria a questo tipo di espressione: la sagra, la festa patronale, sono pur sempre veicolo di trasmissione di un messaggio, che arriva, il luminarie feste più delle volte, da un tempo lontano.
Ritengo, però, che, come l’etimologia stessa della parola suggerisce, “tradizione” (dal verbo latino “tradere”) rinvii all’atto del “consegnare”, del “tramandare”, del “dare”. Implichi, cioè, un meccanismo di trasmissione gratuita del sapere, un insegnamento, che non è sterile passaggio da una generazione all’altra di antiche conoscenze, ma “accoglienza consapevole” di competenze, studi, esperienze che diventano veri e propri valori.
Ecco perché trovo inutile riproporre, come annuale rito, certe ricorrenze folkloristiche, tanto che il numero delle edizioni proposte, diventa quasi sicurezza, riuscita certa della manifestazione, da esporre come “segno di trionfo”. Non è la ripetizione sistematica degli antichi usi e costumi a garantire un’interiorizzazione degli stessi, che invece, si trasformano in abitudini sociali. La tradizione è innanzitutto dinamica: si modifica in base all’accettazione delle generazioni che la vivono come espressione del passato. “Accettare” significa “comprenderle” e la comprensione è figlia non solo della teoria, ma della pratica. In campo pedagogico, ad esempio, si ripropone spesso la regola confuciana del “Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”.
Questo per dire che, dietro qualsiasi progetto di rivalutazione del sapere antico, ci dovrebbe essere, prima di tutto un’analisi e uno studio sistematico della tradizione che si vuole portare avanti, in relazione alle possibilità e alle risorse che la comunità già possiede. Solo in tal caso il tutto si trasformerebbe in valore aggiunto da consegnare ai posteri, perché lo si è elaborato attraverso dinamiche e processi moderni. In più, non resterebbe confinato a sporadiche manifestazioni ma diverrebbe il perno attorno a cui ruota e si sviluppa il senso unico della comunità locale.
Dunque, sperando nel futuro, un’altra massima in stile Confucio, è necessaria: “Se pensi in termini di anni, pianta un seme; se pensi in termini di decenni, pianta alberi; se pensi in termini di centenni, insegna alla gente”.

Francesca Costantino

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