Home Chiesa e Diocesi Piedimonte Matese / Sant’Angelo d’Alife. Martedi in albis come da tradizione

Piedimonte Matese / Sant’Angelo d’Alife. Martedi in albis come da tradizione

Anche quest’anno si sono tenuti i tradizionali appuntamenti locali: a Sant’Angelo i fedeli hanno onorato S.Lucia sul Castello, mentre a Piedimonte, sul Monte Muto, è stato ricordato San Giovan Giuseppe della Croce

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Da Monte Muto, la benedizione alla città di Piedimonte Matese con le reliquie di S. Giovan Giuseppe della Croce

La Pasquetta non è un appuntamento che si esaurisce con il Lunedì dell’Angelo, almeno non per chi vive a Sant’Angelo d’Alife e Piedimonte Matese.
In questi centri infatti, la tradizione locale usa onorare alcuni dei santi più amati e venerati in un appuntamento caratteristico, che si svolge il Martedi in Albis in due location d’eccezione: il Castello di Sant’Angelo e i Santuari francescani di Monte Muto.

Nel primo caso, a Sant’Angelo d’Alife, il Martedi in albis vede come protagonista delle celebrazioni la martire siracusana S.Lucia: nella prima mattinata, il complesso bandistico gira le strade principali della cittadina, mentre nel frattempo i santangiolesi raggiungono il piano del Castello medievale dove, nella Cappella dedicata alla Santa si tiene una Messa, seguita da una piccola processione. Il resto della giornata viene allietato con esibizioni folcloristiche e musicali, alle quali prende parte la cittadinanza.
Un tempo, seguendo un protocollo rigoroso, i santangiolesi si recavano al castello in questa giornata, all’indomani degli abitanti della vicina Raviscanina. Oggi invece, superati i campanilismi di un tempo, tutto si trasforma in una vera e propria gita fuori porta collettiva, a cui tutti possono prendere parte, all’insegna della convivialità.

Qualcosa di molto simile accade anche nell’appuntamento piedimontese, la cui origine è profondamente innestata nella Storia locale: la presenza dei piedimontesi sul Monte Muto, nella giornata del Martedi in albis nasce per festeggiare San Giovan Giuseppe della Croce, il fraticello di origine ischitana canonizzato nel 1839, che alla metà del ‘600 raggiunse il piano di questa montagna con la primissima presenza francescana, legata alla riforma alcantarina. Qui il santo francescano istituì – e aiutò ad edificare, caricandosi egli stesso delle pietre necessarie alla costruzione – l’Eremo di Santa Maria degli Angeli, che gli abitanti della vallata circostante ribattezzarono affettuosamente La Solitudine.

E sempre qui, nel silenzio, tra i boschi e le rocce, attraverso delle regole messe a punto dal santo stesso, fior fior di giovani vite consacrate alla regola francescana, vissero nel nascondimento e raggiunsero le vette più alte della santità.
Oggi come ieri, la tradizione impone che si raggiunga il santuario rigorosamente a piedi, attraverso l’antica mulattiera, ora in disuso ma che fin dopo il secondo dopoguerra veniva adoperata regolarmente dai frati e dai fedeli. Già dal giorno precedente, molti ragazzi sono in vetta, per accamparsi all’ombra della torre, intorno alla quale si dispongono ordinatamente alcune bancarelle di dolciumi.
Nella mattinata del martedi, anche i fedeli impossibilitati a camminare possono raggiungere il monte attraverso un’autolinea appositamente costituita; alle 11.00, si tiene la Messa nella chiesa conventuale a cui partecipano le autorità civili ed una immancabile rappresentanza di fedeli ischitani, giunti per l’occasione dall’isola azzurra. Dopo di ciò, tutti si recano al campanile, portando in processione la reliquia e la statua di San Giovan Giuseppe.
Qui, al suono del campanone, i frati benedicono la città di Piedimonte ed i dintorni, per poi proseguire alla volta della Solitudine. Anche quest’anno ciò è avvenuto, sebbene parzialmente funestato dal maltempo, mentre il resto della giornata è passato giocando, consumando uno spuntino in compagnia e visitando i luoghi sacri francescani. Basta una giornata… ed ogni anno – da anni! – Monte Muto ed il Castello di Sant’Angelo si trasformano in due facce della stessa medaglia, dove sacro e profano si uniscono armoniosamente e diventano segno di un’usanza che fa comunità nell’identità.

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