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    Home»I Sentieri della Parola»“A che ora è la fine del mondo?”… Commento al Vangelo di domenica 18 novembre
    I Sentieri della Parola

    “A che ora è la fine del mondo?”… Commento al Vangelo di domenica 18 novembre

    Redazione17 Novembre 2018Nessun commento

    Anno B – XXXIII per Annum (Mc 13, 24-32)
    A cura di don Andrea De Vico

    “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre”

    Domenica prossima sarà l’ultima dell’anno liturgico, e già si sente, in questa classica pagina da “fine del mondo”.
    Un discepolo è affascinato dalla magnificenza del Tempio di Gerusalemme: guarda che pietre, e che costruzioni! Ma Gesù risponde in un modo impressionante: “Non sarà lasciata pietra su pietra che non venga distrutta”.
    Così inizia un discorso di tipo apocalittico, in cui “la fine prossima di Gerusalemme” prefigura “la fine del mondo”. In effetti, la città sarà distrutta di lì a poco, dalle legioni di Tito.
    Nella storia non esiste nulla che assomigli alla distruzione di Gerusalemme, raccontata da Giuseppe Flavio (I sec.).
    Gli ebrei non tolleravano il dominio romano, ogni tanto scoppiavano gravi disordini. Nell’anno 70, Vespasiano mando’ il figlio Tito con un grande esercito.
    In quel momento la città rigurgitava di decine di migliaia di pellegrini affluiti per la Pasqua da ogni parte del mondo. Rimasero intrappolati nell’assedio, avevano viveri per pochi giorni, e la fame si impadronì presto della città. Molti tentavano di allontanarsi, vendevano tutto, ingoiavano le monete d’oro ricavate e fuggivano.
    Con quelle monete, riottenute per vie naturali, cercavano di procurarsi del cibo. Altri, strisciando di notte fino agli avamposti romani, raccoglievano ogni rifiuto di cibo sfuggito ai cani e agli sciacalli. Per un pugno di orzo marcito si pagavano enormi ricchezze.
    Si cominciò a masticare il cuoio degli scudi e dei calzari, e a ingoiare immondizie trovate nelle fogne. Dei romani videro un fuggiasco che recuperava le monete d’oro ingoiate poco prima. Si sparse la voce, e i legionari si dettero a squarciare il ventre dei fuggiaschi: in una sola notte furono uccisi duemila.
    Per intimidire gli assediati, Tito ordinò di crocifiggere dirimpetto alle mura tutti quelli che uscivano spinti della fame: più di cinquecento al giorno. La città sembrava un cimitero, le case erano piene di morti e moribondi, giovani come fantasmi traballanti che cadevano improvvisamente morti.
    Al 17 del mese Panemos (luglio) avvenne un fatto di lugubre importanza per l’ebraismo di tutto il mondo: da quel giorno, per mancanza di uomini e di sacerdoti, non si celebrò più il “sacrificio perenne”, che da secoli si celebrava quotidianamente.
    Il tempio rimase scoperto e diventò l’obiettivo degli assalti romani.
    Tito intendeva salvarlo, ma i cocciuti difensori del Tempio non mollavano, sorretti dalla forza della disperazione. Il 6 del mese di Loos (agosto), la catastrofe. Un soldato romano afferra un tizzone e lo lancia dentro una finestra del santuario, le stanze erano di legno vecchio, e per la temperatura del torrido agosto, divampò l’incendio.
    Tito ordinò di domarlo, ma siccome le fiamme significavano la vittoria e l’inizio del saccheggio, una massa di uomini invase il santuario con una tale veemenza che persino i soldati restavano schiacciati tra di loro. Tito si mise a bastonare i suoi legionari, ma più nessuna disciplina faceva effetto sulla furia di quelle belve. Tutto era perduto. La distruzione dell’unico Tempio e la cessazione del culto divenne un simbolo del distacco definitivo del cristianesimo dall’ebraismo.
    Poi venne il turno della Capitale: nel 410 ci fu il sacco di Roma ad opera dei vandali di Alarico, che segnò la fine dell’Impero romano. I cristiani del tempo sperimentarono uno stato di profonda prostrazione: quel mondo si era fermato, era finito. Seguirono le diplomazie bizantine. Quindi l’espansione araba, che strinse l’occidente come una tenaglia, dalla Spagna ai Balcani, provocando la reazione delle crociate.
    Poi la minaccia mongola, l’impero ottomano, l’ascesa spagnola e la rivalsa anglosassone, quella che caratterizza il mondo di oggi. Prima o poi finiranno anche le democrazie: non è detto che siano eterne, e nessuno conosce il tempo della fine.
    Quindi, quando qualcuno, con entusiasmo gratuito e inconsapevole, ci dice: “guarda che opere, e che costruzioni, e che tecnologie!”, ricordiamoci che si tratta solo di un materiale per fare dei fuochi d’artificio più belli, quando sarà la fine. L’industria hollywoodiana del cinema, prolungando l’antico discorso delle letterature apocalittiche, ogni tanto ci offre un nuovo esempio di come può essere il tempo della fine.
    Più che di una “fine del mondo”, sarebbe più esatto parlare di una “fine dei mondi”, al plurale, come di solito avviene nella storia. Del resto, la fine, per me, può venire questa notte stessa: chiudo gli occhi, muoio, e il mondo ripiomba nel buio.
    Tutto questo non deve essere sentito come una minaccia, ma come un invito alla vigilanza, a non abbassare la guardia, a portare a buon fine i nostri propositi, le nostre opere belle.
    Ascoltando il Vangelo della fine, il nostro stato d’animo deve essere di serena speranza, sicuri che attraverseremo incolumi tutti gli eventi che ci toccano, perché in realtà, con la Liturgia, stiamo andando incontro a Cristo.
    La sua irruzione è vicina, in ogni generazione, egli è lì che viene, e ognuno di noi ha a disposizione il suo spazio limitato di tempo, per affrettare la sua venuta.
    Se sono distratto e mi faccio cogliere impreparato, Lui verrà lo stesso, ma non per me.
    Se faccio attenzione, la sorpresa sarà grande: il mondo andava molto meglio di come pensavo!

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