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    Home»matese moderno contemporaneo»Il Matese tra borbonici, briganti e lo “strano” Vescovo di Alife Gennaro Di Giacomo
    matese moderno contemporaneo Primo Piano

    Il Matese tra borbonici, briganti e lo “strano” Vescovo di Alife Gennaro Di Giacomo

    Redazione22 Maggio 2019Nessun commento

    Matese. Tra moderno e contemporaneo

    Il vescovo di Alife Gennaro Di Giacomo nel libro «La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti (1860- 1870)» di Carmine Pinto

    di Armando Pepe

    Anche se da un punto di vista puramente legittimistico la caduta del Regno delle Due Sicilie poteva indurre a conati rivendicativi suffragati da comprensibili ragioni, come si ricava dal memoriale di un religioso alcantarino del convento di Santa Maria Occorrevole in Piedimonte durante il tumultuoso 1860, una questione storiografica ancora aperta è la guerra per (e del) Mezzogiorno d’Italia, all’indomani dell’unificazione. Per più di un decennio lo Stato italiano fu impegnato in una strenua lotta contro il brigantaggio.

    Chi erano i briganti? Questo è il punto.
    Patrioti o semplici delinquenti che mascheravano il crimine ammantandolo di nobili ideali? Affrontando un discorso molto più ampio e partendo dai teorici del neo-borbonismo (tra i quali Pietro Calà Ulloa e Giacinto de Sivo), Carmine Pinto dà delle esaustive risposte, concentrate in nuclei tematici tanto concettualizzanti quanto entusiasmanti a leggersi, nel libro recentemente edito da Laterza «La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti (1860- 1870)» basato su di una straordinaria mole documentaria, raccolta in un pluriennale lavoro negli archivi di tutta Italia.
    Il brigantaggio ha interessato da presso e in modo cogente il nostro territorio, volendo solo accennare agli episodi di violenza estrema rimasti nella memoria collettiva, come l’omicidio a San Potito Sannitico di Enrico Sanillo (22 luglio 1865) e altri fatti meno noti, portati alla luce dal continuo lavoro di scavo archivistico del compianto Giuliano Palumbo. Carmine Pinto, in un’opera di decostruzione e ricomposizione, offrendo un nuovo canone interpretativo – che certamente si imporrà come modello paradigmatico – analizza la questione meridionale sceverandone ogni aspetto. Oltre alla Legione del Matese, ai fratelli Achille e Gaetano del Giudice (che occuparono posizioni preminenti nell’Italia risorgimentale), un ruolo significativo fu interpretato da monsignor Gennaro Di Giacomo, vescovo di Alife.

    Mons. Di Giacomo

    Monsignor Di Giacomo, presule di opinioni liberali (caso più unico che raro nel Sud) a causa delle proprie idee ebbe vita non facile e alla fine pagò pegno, essendo costretto a lasciare Piedimonte per ritirarsi a vita privata in Caserta. Tuttavia quando era ordinario diocesano fu prodigo di particolari nello stilare le relazioni ad limina Apostolorum, periodicamente trasmesse in Vaticano per una complessiva lettura del territorio.

    Cerchiamo ora di trovare,  in chiave correlativa, le risposte di monsignor Di Giacomo a due quesiti – tra i tanti- che pone il libro di Carmine Pinto, il primo sui sacerdoti anti-temporalisti (seguaci di Carlo Passaglia, ex religioso lucchese, nel 1861 fuggito da Roma a Torino travestito da buttero) condannati dalla gerarchia vaticana, il secondo sulla diffusa e pervasiva violenza connaturata nel brigantaggio. «La reazione alla petizione dei preti per la conciliazione, in buona parte meridionali, promossa da Passaglia e sponsorizzata dal governo italiano, fu di intransigenza assoluta. Il papa [Pio IX] chiese una ritrattazione, pena la sospensione a divinis. La Civiltà Cattolica li definì vituperoso gregge di apostati…». (Pinto, p. 287). Anche nella diocesi di Alife ci furono dei sacerdoti che aderirono alle tesi di Carlo Passaglia. Il 17 dicembre 1867 monsignor Di Giacomo inviò in Vaticano un documento, dal titolo «Sacerdoti che han dichiarato di ritirare la firma dall’Indirizzo Passaliano» (Archivum Secretum Vaticanum, Congr. Concilio, Relat. Dioec. 32B, f. 712r.).  Chi erano questi sacerdoti? La prima firma era di «Benedetto Fortini (arciprete curato di Letino)». Venivano da Letino anche i preti «Raffaele Fortini, Luigi d’Orsi, Davide Caruso, Pierantonio Mancini, Pasquale Tommasone». Di Valle di Prata (ora Valle Agricola) erano l’arciprete «Vincenzo Tartaglia» e i sacerdoti  «Raffaele Donia, Francesco Rega, Michele Rega». Di Piedimonte i sacerdoti « Filippo Canzanella, Nicola Vetere, Nicola Rialti, il canonico di Santa Maria Maggiore «Giuseppe Zeppetelli» e quello di Ave Gratia Plena (la chiesa dell’Annunziata) «Francesco Andreotti». Di Sant’Angelo d’Alife i sacerdoti «Giovanni Giuseppe Girardi, Antonio Ricciardi, Alfonso Ferrazzano, Francesco Perrotti». Di Ailano il prete «Nicolantimo Corbi». Di San Gregorio il sacerdote «Giuseppe de Lellis». Di Castello il prete «Antonio Matteo». In calce all’elenco monsignor Di Giacomo confermò che i citati sacerdoti avevano tutti ritrattato le proprie idee in merito all’indirizzo passaliano. Se si tiene da conto il numero dei sacerdoti interessati e il loro peso specifico, dato che compaiono qualche arciprete e i canonici delle due collegiate piedimontesi, si può considerare giustamente che il fenomeno, alimentato dalla diffusione dell’assunto di Carlo Passaglia, almeno nella nostra diocesi fu di una certa rilevanza.

    Per inciso, il sacerdote di Letino Don Raffaele Fortini, nel 1877 prese parte al moto internazionalista del Matese, dato che «arringò il popolo… al grido di Viva la Rivoluzione Sociale». (Tomasiello, p. 355).

    Intorno al secondo punto, quello della violenza efferata di cui si macchiarono i briganti, in un documento allegato alla relazione ad limina del 9 settembre 1863 l’economo curato di Valle di Prata (ora Valle Agricola), Don Francesco de Cecco, riferì che  «La sera del 22 agosto 1861, stando io nella mia abitazione, intesi che alcuni briganti, al numero di venti circa, avevano incominciato a picchiare le porte di varie abitazioni; fu picchiata del pari la porta della mia abitazione e fui invitato a somministrare pane per la – così dicevano – truppa. Dai briganti mi fu imposto di seguirli, accompagnandoli pel paese e non furono ammesse le scuse. Mi si additò il convincente argomento di un fucile pronto ad essermi scaricato contro. Dopo che mi fu accordato il pacifico congedo, fui assordato dal compassionevole pianto di un fanciullo, pressoché convulso dai singhiozzi, affatto ignudo; al quale fattomi incontro e domandando la causa della sua costernazione, questi – nell’età di sette anni circa appena – mi rispose con tutta precisione: Stanno uccidendo la nonna e le zie! Mi feci guidare dal fanciullo e accorsi al luogo, cioè in una cortiglia. Il fanciullo, figlio di Francesco Pezzullo e Giuseppina Greco, era talmente atterrito che mi indicava appena la sua abitazione. Giunto nella casa trovai tutto all’oscuro perché i briganti – da me veduti al numero di due- avevano ad arte smorzato i lumi. Al primo entrare alzai la voce non una volta sola, chiedendo che cosa si facesse, giacché udivo minacce dall’una parte e gemiti femminei dall’altra. Al replicato mio tono di voce, uscì uno dei due briganti- che ivi erano- che mi minacciò dicendo: Vai dietro, mo’ ti ammazzo! Al tatto mi assicurai che mi dirigevano contro un’arma da fuoco. Iddio mi diede la forza di dire sempre più alto, alzando la voce, ciò che indusse il primo brigante a rientrare nella stanza ultima, dove l’altro brigante tratteneva, minacciava e maltrattava la madre e le giovani figlie, Lucia e Maria- quest’ultima di circa venti anni o poco più- sorelle di Francesco Pezzullo, padre del fanciullo. Il pretesto dell’accesso fu la ricerca degli abiti e dei panni, ma si passò immediatamente a tentare il peccato da uno dei briganti. Infatti, mentre uno dei due tratteneva la madre, la mia voce, la presenza di spirito che Iddio mi conservava, e forse il destro ben colpito d’incutere qualche timore, non solo indussero i briganti a riaccendere il lume, ma li indussero ancora a ritirarsi finalmente. Iddio custode dell’innocenza fu con la donzella, che malgrado un’ora circa di lotta violentissima si conservò illibata. La madre e le figlie furono pestate in guisa che per più giorni non hanno potuto procacciarsi il pane, frutto unicamente di loro fatiche. Questa, innanzi a Dio, è la verità dei fatti»  (Archivum Secretum Vaticanum, Congr. Concilio, Relat. Dioec. 32B, ff. 698r.- 698v.).

    Fonti e bibliografia
    Archivum Secretum Vaticanum, Congr. Concilio, Relat. Dioec. 32B, ff. 698r.- 698v./ f. 712r.

    Archivio Centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale degli Affari di Culto, busta 58, fascicolo 14 «Vescovi Alife Piedimonte».

    Narrazione degli avvenimenti del 1860 nel Convento di Santa Maria Occorrevole di Piedimonte d’Alife nello scoppio della Rivoluzione, a cura di Armando Pepe, in “Quaderni eretici. Studi sul dissenso politico, religioso e letterario”, 6, 2018 [URL: http://www.ereticopedia.org/rivista#toc25]

    Giuliano Palumbo, Cronologia del brigantaggio sul Matese, Piedimonte Matese,  ASMV 1977.

    Giovanni Petella,  La legione del Matese: durante e dopo l’epopea garibaldina, Città di Castello, Casa tipografico-editrice S. Lapi 1910.

    Carmine Pinto, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti (1860- 1870), Bari- Roma, Giuseppe Laterza & Figli 2019.

    Bruno Tomasiello,  La banda del Matese, 1876-1878: i documenti, le testimonianze, la stampa dell’epoca, Casalvelino Scalo (SA), Galzerano 2009.

     

     

     

     

     

     

     

     

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