Home Buone Letture Buona Lettura. Le cose che bruciano, il nuovo libro di Michele Serra

Buona Lettura. Le cose che bruciano, il nuovo libro di Michele Serra

Le cose che bruciano vede come protagonista Attilio, coltivatore di zafferano che un tempo sperava di essere un uomo di politica, sogna di diventare leggero, di liberarsi di fantasmi da lui stesso costruiti, che attanagliano la sua anima.

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Francesca Costantino – “Mi chiamo Attilio Campi. Abito a Roccapane e coltivo zafferano. Vado verso i cinquanta […] sono l’autore di una legge, quella dell’uniforme obbligatoria nelle scuole di ogni ordine e grado, che avrebbe cambiato in meglio, molto in meglio, questo paese”.

Così, ad un certo punto del libro, si autodefinisce il protagonista del romanzo. In effetti ora Attilio è un coltivatore del prezioso “oro giallo”, ma prima di votarsi all’agricoltura ambiva alla carriera politica e alla comodità di una morbida poltrona in parlamento.

Profondamente deluso per la bocciatura di una sua proposta di legge e continuamente attaccato dai suoi avversari politici, stabilisce di abbandonare tutto e di ritirarsi in montagna.

Questa decisione improvvisa lo conduce a Roccapane, un’altura immersa nei boschi e lontanissima dal caos cittadino. Qui scandisce le sue giornate lavorando faticosamente nei campi, in compagnia di Federico, un allevatore di capre, Severino, un tenace coltivatore diretto, e la Bulgara, moglie di quest’ultimo.

Spera che, a fine giornata, il corpo stanco e sfiancato possa concedere alla mente di non pensare e di abbandonarsi all’oblio. Ma far riaffiorare i ricordi è un attimo e per farlo basta il lascito ingombrante di una zia, qualche dilemma irrisolto e molte, moltissime domande.

Per gli oggetti accumulati inizia a progettare famelici falò che finiranno per bruciare cose che non dovrebbero essere bruciate.

Attilio sogna di diventare leggero, di liberarsi di fantasmi da lui stesso costruiti, che attanagliano la sua anima. Lo capisce quando inizia a contemplare la natura e le sue bellezze; quando inizia a riconoscere gli alberi, a contare le stelle.

“Chi non alza mai lo sguardo al cielo – dice – non sa niente della terra che calpesta. Non sa niente nemmeno di se stesso”.

Sprofondando nella solitudine della natura, e tuttavia mai solo, Attilio impara finalmente ad assaporare la vita, ad accettare ognuna delle sue sorprese e a celebrarla come essa merita.

 

“Qualora un Dio appena appena intelligente dovesse giudicarci, il peccato più grave che saremmo chiamati a pagare è la nostra stupida assuefazione alla vita, che è invece una condizione sorprendente, e come tale andrebbe salutata ogni giorno che campiamo”.

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