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    Home»matese moderno contemporaneo»Pasquale Turiello e la legione del Matese
    matese moderno contemporaneo

    Pasquale Turiello e la legione del Matese

    Redazione29 Aprile 2020Nessun commento

    Matese tra moderno e contemporaneo

    L’unità d’Italia nelle vicende che l’accompagnarono, descritta dal cronista Pasquale Turiello. Un racconto di prima esperienza nelle terre matesine, tra spari, canti, inni, attesa di novità…
    La rubrica di Clarus, Matese tra moderno e contemporanea, continua a rivelarso un patrimonio di inediti; tasselli di storia locale, piccoli specchi di identità e contraddizioni, di aspirazioni, di azioni d’onore, di tentativi di crescita, ma anche di fallimenti…

    Lo sbarco dei Mille

    “L’unità nuova d’Italia la sentii…su una piazza di Piedimonte”

    di Armando Pepe

    L’intellettuale napoletano Pasquale Turiello (1836- 1902), arruolandosi nella legione del Matese per via di un tenace sodalizio di natura culturale con Giuseppe De Blasiis, combatté per l’unificazione d’Italia.

    Influenzato dalla tradizione giornalistica familiare (era nipote di Vincenzo Torelli e, di conseguenza, cugino di Achille) coltivò la passione di descrivere in presa diretta le cose del proprio tempo, le difficoltà che rallentavano il pieno sviluppo di una nazione che stentava a incamminarsi lungo la direttrice della modernità, disancorandosi dalle varie forme di un redivivo feudalesimo. Nel denso saggio «Governo e governati in Italia» ottemperò a un interno dovere morale, che lo faceva sentire fustigatore dei molteplici vizi pubblici – ma anche privati – italiani, ravvisando nel solo Esercito la vera fucina per forgiare un carattere prevalentemente patriottico. Al pari del calabrese Rocco De Zerbi si affermò quale paladino meridionale, sia pure limitatamente al campo delle idee, della destra parlamentare.

    La memorialistica risorgimentale
    Fu anche un vivace memorialista, dato che nella «Rivista Storica del Risorgimento Italiano» (fascicoli 3- 4, 15 gennaio 1896), pubblicò un lungo articolo dal titolo «Dal 1848 al ’67», in cui narrò distesamente le proprie esperienze giovanili e segnatamente risorgimentali, soprattutto quelle che lo avevano visto al seguito della legione del Matese.

    Profondo conoscitore delle nostre zone, Turiello ricordava che: «I fucili con cui da Gioia [Sannitica], presso il Matese, in fin d’agosto [1860] marciammo sulla papale Benevento, liberata il 2 settembre, portavano, intagliata dalla fabbrica, sul calcio la croce dei Savoia. Ci conduceva G. De Blasiis, ora in Napoli professore di storia all’università, e spedito dal napoletano Comitato dell’ordine. Pagava la spesa principalmente Beniamino Caso, di Piedimonte d’Alife. Fra Napoli e quel paese c’eran forse allora ventimila soldati borbonici, quando sventolò sulle falde del Matese la bandiera di quella piccola legione d’un centoventi persone, napoletani, campani, sanniti. I fucili, da una nave da guerra sarda ch’era nel porto di Napoli, G. De Blasiis aveva tentato di sbarcarli lungo tutta la marina del golfo; ma respinto a fucilate, in fine era riuscito a farli portare in città da alcuni contrabbandieri, e di qui a Piedimonte. (Turiello, pp. 223-224)».

    Di controcanto, Raffaele De Cesare, nel libro «La fine di un Regno», ricostruzione un po’ romanzata – forse per venire incontro al gusto dei lettori – delle ultime vicende duosiciliane, scrisse che: «Uscendo la compagnia [ovvero la legione del Matese] da Piedimonte, abbatté gli stemmi borbonici nel primo paesello per il quale passò; e, compiuto l’atto rivoluzionario, Turiello uscì gravemente in queste parole: “Ed ora, o signori, siamo fucilabili” (De Cesare, p. 344)».

    Piazza Roma. Il 26 settembre 1909 il Comune di Piedimonte riceve la bandiera della legione del Matese
    Piazza Roma. Il 26 settembre 1909 il Comune di Piedimonte riceve la bandiera della legione del Matese
    la bandiera della legione del Matese conservata oggi presso il Museo Civico Raffaele Marrocco di Piedimonte Matese
    la bandiera della legione del Matese conservata oggi presso il Museo Civico Raffaele Marrocco di Piedimonte Matese

    Canti patriottici, tra varietà d’accenti, a Piedimonte
    Tra l’elegiaco e il sentimentale, quasi in un soave stato di grazia, Turiello richiamò alla mente che: «L’unità nuova d’Italia la sentii in atto viva e presente allora, la godei la prima volta in una commozione che ancora m’esalta il cuore, una notte di quel settembre, su una piazza di Piedimonte, alle prime canzoni lombarde e toscane, alternate a gara da que’ fieri giovanetti, a lume di luna, tra quelle montagne sannite. Io li udiva estatico, e tacevamo a udirli noi napoletani, così spesso loquaci. Quei cori accordati, quegli accenti insoliti e gentili, la patria ritrovata in fine e confessata nei canti da così varia e prode gioventù italiana, eran cosa nuova. Godevamo. Mi parea a ritrovarci insieme, ritrovar l’Italia nostra comune, dopo secoli di servitù e discordie. […] La nostra fiducia era piena. E pure que’ volontari che trovammo a Piedimonte avean perduti pochi giorni prima parecchi de’ loro a Roccaromana (tra Capua e Gaeta), dove il maggiore [Michele] Csudafy, ungherese, li aveva condotti per ordine di Garibaldi, per fare un colpo sulla base d’operazione nemica. Vidi un giovanetto toscano di quattordici o quindici anni senza l’indice destro e molto allegro. Gli chiesi come l’avesse perduto. Mi disse che a Roccaromana, tirando, gli era scoppiata in mano la canna del fucile, e concluse con uno sguardo fiero, in bel toscano: “Oh, non son buono con quattro?”(Turiello, p. 226)».

    Dalla liberazione di Benevento alla battaglia del Volturno
    Dopo l’emancipazione di Benevento dal potere temporale pontificio, il 20 settembre la legione del Matese fece ritorno a Piedimonte, trovando una calma apparente, per una sosta che durò pochi giorni. Il 24, temendo la preponderanza delle truppe borboniche, e sotto la minaccia dei bavaresi agli ordini del generale Von Meckel, i legionari furono costretti a guadagnare la via dei monti; «Sul colle di S. Pasquale, fatto il primo alto [sosta] la notte della ritirata, riposammo qualche ora a terra fra le rovine, e sotto le volte di quel monastero cadente. Io scorgeva i fuochi accesi de’ volontari, ne distinguevo dagli accenti le regioni native, e mi godeva colà in alto gl’italiani, di cui avea letto nei libri, ormai ricongiunti insieme. Da Piedimonte ci giungeva qualche grido lontano di plauso plebeo a’ borbonici allora entrativi. E noi sorridevamo, e ci parea nulla. Chi può dimenticare quelle impressioni, quella felicità, quella fede de’ giorni in cui la nostra gioventù rifaceva quella d’Italia, che si raccoglieva tutta armata per opera di Garibaldi, di Vittorio Emanuele e di noi? (Turiello, p. 227)».

    Nonostante i legionari avessero battuto in ritirata, la reazione popolare non si fece attendere, ma a Piedimonte «L’apparizione in piazza del Duca di Laurenzana e del Conte Gaetani (questi in uniforme di Guardia del Corpo [del Re] per imporre rispetto alla soldatesca) e di Monsignor [Gennaro] di Giacomo che ne li aveva invitati a seguirlo, in compagnia di alcuni altri gentiluomini, ebbe per effetto di sedare quella sommossa di plebe, che l’indisciplina dei soldati borbonici rendeva più baldanzosa. Il Conte Gaetani dovette perfino sguainare la sciabola per impedire che un artigliere con in mano la miccia desse fuoco al cannone, la cui bocca era rivolta contro il portone di casa Del Giudice, mentre un altro pezzo veniva in quel momento puntato al portone dei Caso. Correndo quindi dall’uno all’altro, fra quei forsennati che non ubbidivano più neanche ai loro propri ufficiali, levò alta la voce in tono di comando e, con pericolo della propria vita, impedì che il primo colpo partisse. (Petella, pp. 122- 123)».

    Il 2 ottobre Turiello e i legionari furono impegnati in un’aspra e violenta contrapposizione con le truppe borboniche per le strade di Caserta, dove «Cadde il maggiore Sgarallino, ferito al fianco, chiamando a nome il nostro De Blasiis. (Turiello, p. 224)».

    Le memorie di Pasquale Turiello continuano con l’invasione garibaldina del Trentino nel 1866, ma questa è un’altra storia.

    Le commemorazioni patriottiche del settembre 1909 a Piedimonte
    Il 26 settembre 1909 la gloriosa bandiera della legione del Matese, conservata a lungo presso casa Torti, fu consegnata al comune di Piedimonte d’Alife, nel cui museo civico si trova tuttora esposta. In una molto ben documentata pubblicazione, corredata da rare fotografie d’epoca, Attilio Costarella ricostruisce per filo e per segno le fasi della toccante cerimonia.

    Riferimenti bibliografici e links online

    Pasquale Turiello, Dal 1848 al ’67, in «Rivista Storica del Risorgimento Italiano» (volume primo, fascicoli 3- 4, 15 gennaio 1896), pp. 217- 239.

    https://archive.org/details/RAV0072334_to0324_per-0107_0000000/page/n5/mode/2up

    https://clavisbct.comperio.it/iss_articles/8167.pdf

    https://clavisbct.comperio.it/iss_journals/31

    https://clavisbct.comperio.it/iss_journals

    Raffaele De Cesare, La fine di un Regno,  Parte II (Regno di Francesco II), Città di Castello S. Lapi 1900, p. 344.
    https://archive.org/details/lafinediunregnon02deceiala/page/344/mode/2up/search/piedimonte

    Giovanni Petella, La legione del Matese durante e dopo l’epopea garibaldina, Citta di Castello, Casa tipografico-editrice S. Lapi 1910.

    Carmine Pinto, La guerra per il Mezzogiorno : italiani, borbonici e briganti 1860-1870, Bari, Laterza 2019.

    http://www.ereticopedia.org/narrazione-santa-maria-occorrevole

    http://www.storiadellacampania.it/carte-di-giuseppe-de-blasiis-conservate-presso-la-societa-na

    Attilio Costarella, Le commemorazioni patriottiche del settembre 1909 a Piedimonte, Piedimonte, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano (Comitato di Caserta) 2003.    

    Gioacchino Toma, Ricordi d’un orfano, Napoli, Tip. Pontieri e Velardi 1898.

     

     

     

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