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    Home»Antropos»Covid e famiglia. Sul territorio è tempo di bilanci
    Antropos Chiesa e Diocesi

    Covid e famiglia. Sul territorio è tempo di bilanci

    Redazione9 Settembre 2020Nessun commento

    Nella fase più critica della pandemia il Centro diocesano per la famiglia “Mons. Angelo Campagna” non ha fatto mancare il suo sostegno alle persone singole e alle famiglie le cui condizioni di disagio sono state ulteriormente appesantite dall’emergenza Covid. Ma qual è stato il ruolo svolto in concreto dal Centro sul territorio? Ne parliamo con il dottor Davide Cinotti, responsabile del Centro diocesano per la famiglia.

    Davide Cinotti* – Durante la fase più cruenta della pandemia, il Centro diocesano per la famiglia non ha chiuso la sua porta, ma, anche se a distanza, ha continuato a sostenere il disagio di molti. Poi la riapertura a maggio e il trovarsi con situazioni aggravate e con un carico di angoscia da parte delle famiglie, genitori e figli, difficilmente contenibile. Nel periodo tragico trascorso in isolamento da tutti noi, esperti o meno nella gestione dello stress, ci siamo barcamenati per gestire la nostra ansia e quella dei nostri figli, perché non esiste un sapere infallibile per la gestione dell’emergenza, considerato poi il fatto ulteriore che già normalmente il mestiere del genitore è un mestiere impossibile.
    Ho avuto personalmente modo di interfacciarmi con decine di genitori e di adolescenti che mi hanno permesso di elaborare delle riflessioni. Vorrei infatti mettere in luce le funzioni fondamentali del legame familiare e come queste funzioni sono state messe a dura prova nella pandemia – tutt’oggi lo sono – ma che al tempo stesso queste funzioni si rivelano essere necessarie per la ripartenza, quella definitiva che ci auguriamo tutti avvenga presto.

     Il legame familiare 
    La prima di queste funzioni è quella fondamentale del legame familiare, racchiusa nella parola Eccomi, una necessità che prende le forme dell’accoglienza e dell’ospitalità, di cui la famiglia è il luogo primario. Eccomi è la prima parola che traduce la funzione genitoriale, la parola che esprime il primo movimento della genitorialità di fronte alla richiesta di presenza della nuova vita, del neonato, del figlio. E così se la vita del figlio riceve la risposta al grido, la vita del figlio non cadrà e sarà vita insostituibile. Il figlio vuole ascoltare questo Eccomi. Questo gesto è stato messo duramente alla prova dal Covid, ma la maggior parte delle famiglie ha risposto come doveva. Con i soggetti più fragili ed esposti al male, abbiamo risposto innanzitutto ripetendo questa parola, Eccomi, Eccoci. Abbiamo offerto la nostra presenza, che ha funzionato come una roccia con punto di appoggio stabile per chi non aveva appoggi o temeva di perderli, abbiamo arginato il collasso definitivo di una fascia della popolazione. A tal proposito, ricordiamo Papa Francesco che camminava per le strade vuote di Roma e si accingeva ad entrare in chiesa, un esempio di come quell’Eccomi del padre viene rievocato nel momento di angoscia e smarrimento della famiglia. Quasi tutte le famiglie sono state rocce che hanno impedito alla vita dei più inermi di precipitare nel baratro. Considerato che il trauma collettivo che abbiamo vissuto – un trauma si dice accadere quando non ci sono difese che possono prevenire l’evento traumatico – ha ribaltato la nostra posizione nel mondo che era una posizione illusoria di potenza ed oggi si è ridefinita in una condizione di impotenza ed inermità estrema nel mondo. Abbiamo offerto, in questa condizione, presenza, conforto, cura, sostegno, per quanto possibile. È stato un prendersi cura a distanza e questa è stata anomalia produttiva.

    Libertà e solidarietà
    La seconda nota da evidenziare è che rinchiusi in casa abbiamo fatto una esperienza di privazione necessaria della libertà per rendere possibile il rallentamento del contagio pandemico. In realtà, una operazione importante che è stata fatta nelle famiglie è riuscire a far capire ai figli adolescenti che questa esperienza è stata solo apparentemente una esperienza di privazione della libertà, ma invece è stata un’esperienza unica che si è costituita sulla cifra etica più alta della libertà, la libertà nella solidarietà. La libertà che traduce il fatto che nessuno si salva da solo e non esiste libertà senza vincolo di solidarietà al prossimo, al prossimo invisibile. Una esperienza di fratellanza a distanza. Nel testo biblico la fratellanza ha sempre un significato più ampio, implica un legame tra fratelli al di fuori della famiglia. In questa privazione della libertà non c’è solo un sacrificio, ma una traccia alta di libertà che ci mette in rapporto all’altro sconosciuto in quanto fratelli uniti dalla stessa umanità, dallo stesso limite, dalle stesse fragilità, dalla stessa forza. Il nostro Centro Famiglia come istituzione non ha fatto sentire le famiglie abbandonate ed ha espresso il suo Eccomi!

     L’angoscia
    Un terzo punto riguarda il tema dell’angoscia. Siamo tuttora nell’angoscia, la prima forma è stata una forma persecutoria, quella dei primi mesi, in cui abbiamo dovuto rinunciare allo schema mentale difensivo familiare-sconosciuto, amico-nemico; tutti eravamo additati dal Virus come nemici, soprattutto tra familiari, questa è un’angoscia terribile. Un secondo momento di angoscia che chiamerei angoscia depressiva, ha la caratterista specifica in opposizione alla depressione classica che nella clinica psicologica lega il paziente al passato schiacciandolo, qui invece la depressione si realizza guardando al futuro. L’”oggetto perduto” (utilizzando un simbolismo psicoanalitico) non è più preda della malinconia rivolta al passato, ma è rivolto al futuro, una paura di non trovare più il mondo per come lo abbiamo conosciuto. Possiamo, con questa nuova depressione, pensare ancora più radicalmente di avere ancora un avvenire, un futuro, una speranza?

     La risposta della famiglia
    Come risponde la famiglia a tutto ciò? Con la seconda parola: Vai. Questa è la seconda parola della famiglie che succede ad Eccomi. Un genitore oscilla nel corso dell’educazione dei figli tra queste due parole. Ma se non c’è futuro, il Vai come può entrare in auge? E qui c’è un grande compito dei genitori. Bisogna provare a realizzare un gesto interiore che esula dai discorsi edificanti e dalle lezioni di morale, ma si compone solo attraverso la nostra testimonianza. È il genitore che deve continuare a far esistere il futuro! Lo ha già fatto quando ha deciso di mettere al mondo il figlio, crea un futuro E il futuro, i nostri figli, vanno oltre la nostra vita. I nostri figli, i nostri studenti, i nostri adolescenti per le strade, devono vedere che anche in questo tempo assurdo, la vita è vita impegnata, aperta, progettuale, solidale. Questo è ciò che conta. Citerei a proposito un passo biblico facendo riferimento a una figura molto significativa, ossia Noè. C’è un momento in cui questa grande figura di padre, dopo il diluvio universale, dopo la catastrofe, fa un’azione emblematica: pianta una vigna. Piantare una vigna significa dar corpo ad un progetto, rendere profondo un progetto, intraprendere un percorso di avvenire per mezzo dei frutti della vigna. Ed allora, chiediamoci se come genitori siamo in grado di “piantare una vigna”. Bisogna piantare una testimonianza: i ragazzi hanno bisogno di vedere attraverso noi che la vita può avere un senso, un senso singolare che siamo noi a costruire. Piantare una vigna significa mettere le radici a qualcosa che verrà, un invito a bere un calice di vino quando noi non ci saremo più e brindare alla vita, ancora una volta ricordando che alla fine ciò che conta è il coraggio, la volontà, la libertà.

    *Psicoterapeuta, responsabile del Centro diocesano per la famiglia “Mons. Angelo Campagna”

    Centro diocesano per la famiglia Mons. Angelo Campagna covid-19 famiglia

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