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RiVISTE per voi. Rivalutare l’empatia in tempi di rabbia

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La Rubrica RiVISTE per voi, che propone la lettura dei periodici in arrivo presso la  Biblioteca diocesana San Tommaso d’Aquino, oggi rilancia la lettura del bimestrale edito dall’Università Cattolica “Vita e Pensiero”. 
Un servizio, quello che proponiamo ai lettori, che aiuta a sfogliare pagine sulle quali difficilmente finiremmo in una comune edicola. Ci piace spingerci oltre, e in questo viaggio, portarvi con noi…
È il caso dell’articolo Rivalutare l’empatia in tempi di rabbia che seppur pubblicato nel gennaio 2019 anticipava l’esigenza di oggi. 

Anna Orsi – Gli occhi sono l’unica parte del volto “libera” e visibile in questi giorni inusuali, singolari, anomali e bizzarri. Indossiamo tutti una ‘mascherina’ a tutela della nostra e dell’altrui salute. Solo gli occhi sono liberi. Gli occhi ci consentono di riconoscerci e di interagire anche in silenzio. Dobbiamo volerlo. Dobbiamo evitare di indossare una ‘maschera’ che copra anche il nostro sguardo e ci renda sconosciuti al mondo. Mai come in questi giorni scopriamo l’importanza di tener vive le relazioni umane, di non lasciare il mondo fuori dalle nostre vite. Proprio dall’incontro con occhi parlanti e sguardi variegati nasce il mio desiderio di ‘andare alla scoperta’ di ‘viaggiare’ nel ‘chiuso’ di una biblioteca per catturare pensieri e idee da condividere. Occhi, fisici e non, i miei, alla ricerca di altri occhi, altri sguardi, fisici e non. Dall’incrocio di sguardi liberi e profondi possono nascere nuovi sentieri e nuove strade. A volte il nuovo è stato già scritto e lo abbiamo dimenticato, tralasciato, persi nella frenesia del mondo. Ecco perché la vivace e dinamica quiete di una biblioteca può offrirci l’opportunità di scoprire o riscoprire per abitare consapevolmente il presente e dare volto pienamente umano al futuro. All’incrocio tra due scaffali, incerta sulla direzione da scegliere, due parole mi hanno catturata: Vita, Pensiero.

Vita e Pensiero è un bimestrale di cultura e dibattito dell’Università cattolica, fondata nel 1914 a Milano da A. Gemelli, L. Necchi e F. Olgiati che, nel 1918, costituirono anche l’omonima casa editrice. La rivista pubblica articoli di attualità, cultura, politica. Una libera navigazione tra i vari numeri dei vari anni rende possibile l’approdo in terre note o sconosciute, da scoprire. A me piace scorrere l’indice per lasciarmi invitare da particolari che riescono a colpire gli occhi della mente e quelli del cuore. Assorta in questo personalissimo ed antico rituale, ecco che ‘tutti i miei occhi’ sono stati attratti da Rivalutare l’empatia in tempi di rabbia, nel n.1, Gennaio-Febbraio 2019.
L’autrice, Laura Boella ha insegnato Filosofia morale ed Etica dell’ambiente presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Statale di Milano. Si è occupata del pensiero femminile del ‘900 dedicando profonda attenzione ad Hannah Arendt, Simone Weil, Maria Zambrano, Edith Stein. Ha dato grande attenzione al tema delle relazioni intersoggettive, proponendo riflessioni puntuali ed ampie sull’empatia. A partire dal 2006 a tutt’oggi propone un un confronto critico tra la ricerca scientifica attuale e la prospettiva fenomenologica. Nel suo Rivalutare l’empatia in tempi di rabbia fa una disanima che risulta attualissima. I suoi studi ultradecennali sull’empatia l’hanno portata a convincersi che nonostante la parola sia di gran moda ed abbia avuto un grande successo, non è realmente decodificata in modo corretto dai più. La riscoperta dell’“empatia”, scrive la Boella, risale agli anni 2008-2010, anni di grande crisi economica, sociale e politica, contrassegnati da un vuoto nel rapporto tra individuo e collettività, vuoto determinato dal crollo della possibilità di attuare una trasformazione rivoluzionaria dei rapporti di produzione e delle istituzioni politiche e sociali. Si pensò che l’empatia potesse essere una risorsa utile a consentire una condivisione tra gli uomini. Due questioni centrali hanno guidato la ricerca scientifica e filosofica sull’empatia: “Come posso sapere che cosa sta pensando e sentendo un altro?”, “Che cosa porta un individuo a rispondere con sensibilità e cura alla sofferenza di un altro?”

I discorsi sull’empatia sono stati accompagnati, pertanto, da una forte enfasi etico-politica. Le numerose conoscenze scientifiche di cui oggi si dispone ci insegnano che la capacità empatica rientra nel patrimonio di funzioni neurobiologiche selezionate nel corso dell’evoluzione e legate alla cooperazione, all’associazione, alla cura dei più deboli. Poi, si è giunti perfino a ricondurre l’empatia alla frontiera più avanzata della tecnologia digitale con quell’invito a ‘connettersi’ e a restare sempre connessi. Facile capire la complessità e l’importanza dell’empatia. Tutti ne siamo dotati, ma questa capacità si sviluppa e si pratica in modo diverso a seconda degli individui e in particolare in relazione alla situazione sociale, culturale in cui ognuno di noi vive.

È importante capire che l’empatia non è un semplice “sentimento” di partecipazione alla vita degli altri. L’empatia è complessa e ha molte facce perché mette in gioco risposte estremamente personali alla complessità del mondo in cui viviamo.

La Boella pone l’accento anche sui forti segnali “anti-empatici” presenti nel mondo, invita a riflettere su come il crescere della rabbia, dell’odio, del risentimento non porta gli uomini a sviluppare la capacità empatica. Può accadere, invece, che ci si senta travolti dalle situazioni di ingiustizia, sofferenza, conflitto e si viva una contrapposizione netta tra emozioni positive che favoriscono la connessione e emozioni negative che portano ad esprimere la frustrazione, il senso di abbandono e la voglia di rivalsa. Emblematica, negli ultimi anni, è stata anche l’emersione della rabbia delle donne, da sempre considerate naturalmente empatiche. La loro rabbia non è stata riconosciuta come una forza animata da una visione trasformatrice della realtà, piuttosto come il segno della inevitabile sconfitta di coloro che sono state considerate vittime in cerca di riscatto. Come considerare tutto questo? La soluzione non è scegliere tra empatia o rabbia. Ambedue condividono alcuni rischi e complicazioni insiti nel loro diverso potenziale che, in ambedue i casi, è diretto ad agire contro l’ingiustizia. Occorre cambiare prospettiva. “I tempi di rabbia ci offrono l’opportunità di riconsiderare l’empatia all’interno della ricchezza dell’esperienza emotiva e quindi nella sua ineliminabile connessione con la paura, la rabbia, la vergogna e, perché no, con la speranza. L’individuo contemporaneo è in preda alla paura di perdere status e dignità, schiacciato dai mutamenti vorticosi, con la sindrome dell’essere lasciato indietro e il sottile piacere del vittimismo. Paura, ansia e senso di umiliazione, invidia e impotenza, confusione emotiva e sofferenza economica richiedono un’immagine dell’esperienza umana più ricca di quella dell’homo oeconomicus imprenditore di se stesso del neoliberalismo e una maggiore attenzione alla complessità della vita emotiva.”

Occorre considerare che le emozioni in politica possono diventare come negativi fotografici: il loro sviluppo può dar luogo ad immagini che risentono degli effetti di luce ed ombra, degli sfondi, dell’inquadratura. L’empatia ha un percorso non prevedibile. Può essere compresa solo se tiene conto anche di altri affetti e dei limiti del mettersi nei panni dell’altro. Bisogna prendere atto del fatto che l’empatia non può essere separata in modo artificiale dall’odio, dal disprezzo, dalla paura, dal risentimento o dalla protezione di un gruppo contro un altro, ma dev’essere “sviluppata” da essi. L’empatia è difficile, faticosa, a volte ambigua, è un’esperienza fragile, può essere manipolata e bloccata. Perciò è necessario superare ogni idea che renda l’altro l’oggetto dell’empatia, occorre impegnarsi nella scoperta dell’altro, nel coinvolgimento della complessità delle sue emozioni e dei suoi pensieri. L’altro deve essere al centro dell’esperienza empatica, nel bene e nel male. Bisogna diventare consapevoli del fatto che l’altro può arricchirci, può ferirci, che non sempre è facile accettare o capire l’altro. Non bisogna pensare che l’empatia garantisca la comunicazione e la comprensione. “La sua forza è quella di detonatore della realtà dell’altro”. L’incontro con l’altro mette alla prova l’empatia. Scopriamo di non essere il centro del mondo, scopriamo una realtà diversa dalla nostra, differenti e plurali prospettive. L’empatia ci chiede di mettere in relazione il riconoscimento dell’altro con la nostra paura, spiazzamento, vulnerabilità. L’empatia apre al rischio di risposte emotive negative o alla possibilità di trasformarle in fiducia. Il fidarsi ci rende più esposti, vulnerabili. Se le cose vanno male tutto si trasforma in rabbia, paura, lutto, perdita. Ci troviamo di fronte ad una questione etica di fondo.

L’unica strada percorribile per evitare questa deriva è attingere all’elemento fondamentale dell’empatia: sguardo oltre noi stessi verso l’altro. Andare oltre gli impulsi a restituire il male, puntare lo sguardo in avanti, verso il futuro e non verso il passato. “Mettersi nei panni dell’altro può voler dire immaginare un futuro in cui la trasformazione di ciò che oggi non funziona è frutto del coraggio, dell’onestà, della tenacia e dell’intelligenza, e non solo della rabbia.”

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