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Verso il Quirinale. L’Italia e i suoi Presidenti / 2

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Torniamo con una pubblicazione sui Presidenti della Repubblica Italiana, a firma di Federico Smidile, oggi assistente parlamentare del Senatore Gregorio De Falco.
Dal 1948 ad oggi abbiamo percorso i momenti salienti dell’elezione dei Capi dello Stato, in attesa del voto che la settimana prossima darà all’Italia il nuovo Presidente.

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Verso il Quirinale. L’Italia e i suoi Presidenti / 1

di Federico Smidile
 Terza Parte. La fine della cosiddetta “Prima Repubblica”: Cossiga e Scalfaro 
Proprio per riequilibrare la Presidenza ingombrante di Pertini, nel 1985 viene indicata una personalità di esperienza ma considerata piuttosto grigia (anche se esperta di servizi segreti): Francesco Cossiga. Ex Presidente del Consiglio, ex Ministro dell’Interno (durante il caso Moro), Presidente del Senato dal 1983. Un accordo che unisce anche i comunisti e che lo porta all’elezione al primo scrutinio con 752 voti. La previsione di aver eletto un notaio sembra realizzarsi per ben cinque anni. Il “Signor Cossiga Francesco” come veniva ironicamente definito appare essere il contrario di Pertini: silente, discreto, quasi inutile. Si conferma la teoria del pendolo di Manzella (mi pare): quando la politica è forte il Presidente tace, pur esercitando la moral suasion. Quando è debole sale alla ribalta. Proprio nel 1990 succede qualcosa che cambia tutto. Cossiga sente puzza di bruciato, le rivelazioni su Gladio sembrano essere dirette contro di lui. Da allora appare “il picconatore”, l’esternatore, il disturbatore quotidiano di una politica paralizzata. Con uno stile verbalmente violento Cossiga afferma la sua esistenza in vita politica. La crisi di tangentopoli lo vede quale Cassandra inascoltata. Si dimette nella primavera del 1992, ma sarà attivo sino alla fine dei suoi giorni.
Nel 1992 la classe politica non ha capito cosa sta succedendo. Tangentopoli sta esplodendo, i partiti tradizionali traballano, ma pensano di poter eleggere un loro esponente. Il cosiddetto “CAF” (Craxi, Andreotti, Forlani) che domina la politica tenta di far eleggere uno dei tre, ma un Parlamento già falcidiato dagli avvisi di garanzia li boccia e si avvita in una serie di voti inutili. Ma il 23 maggio 1992 a Capaci viene ucciso Giovanni Falcone, con la moglie e la scorta. Sull’emozione, mentore Pannella, viene proposto ed eletto un anziano democristiano, conservatore, rispettato e poco apprezzato: Oscar Luigi Scalfaro, Presidente della Camera che ottiene 672 voti e una maggioranza trasversale. Nel 1994 si scontrerà duramente con Berlusconi, che ha affermato un principio inesistente in Costituzione: quello del Governo (e del Premier) eletto dal popolo. Per questo il Cav. Presidente pretende che Scalfaro sciolga le Camere non appena caduto il suo primo Governo, dicembre 1994. Il No del vecchio conservatore scatenerà una canea d’insulti che non si placherà nemmeno dopo la morte di Scalfaro stesso.

 Quarta ed ultima parte. I tormenti senza estasi 
 Ciampi, Napolitano 1 e 2, Mattarella 
Nel 1999 si fa avanti l’ex sindacalista Franco Marini, Segretario del Partito Popolare che assieme a D’Alema, al momento Presidente del Consiglio, punta al Quirinale. Una modalità goffa che non trova appoggi sia nella maggioranza di Governo sia nell’opposizione guidata da Berlusconi. Emerge, però, un nome di un Ministro del Governo D’Alema, ex Presidente del Consiglio, ed ex Governatore di Bankitalia. Carlo Azeglio Ciampi. Ciampi non è sgradito a Berlusconi e viene eletto al 1° scrutinio con 707 voti. Sarà la Presidenza meno turbolenta degli ultimi anni. In particolare dal 2001, quando Berlusconi otterrà un’amplissima maggioranza parlamentare, il Presidente della Repubblica si ritirerà sul Quirinale, vegliando e cercando di attenuare le mosse più “vivaci” del Presidente del Consiglio “fo tutto mi”. Per questo sarà rimproverato da sinistra per un’acquiescenza eccessiva.
Nel 2006 le elezioni politiche hanno dato una risicatissima maggioranza al Centro Sinistra e già le elezioni dei Presidenti delle Camere, in particolare di quella del Senato, ha evidenziato la combattività di un’opposizione di destra che sente vicino il ritorno al potere. Si arriva al quarto scrutinio, quando viene eletto il primo Presidente “ex Comunista”, il migliorista Giorgio Napolitano, che ottiene 543 voti. Notevole l’astensione della destra che con 343 voti lancia un segnale di non ostilità. La Presidenza Napolitano porterà agli estremi limiti l’attività del Presidente della Repubblica. Napolitano esterna ancor di più di Pertini e Cossiga, utilizza i media per spiegare le sue posizioni, si scontra con il Governo ponendo il veto sulla presentazione di alcuni decreti legge, e con lo stesso Parlamento vietando di fatto che nella fase di conversione dei decreti stessi siano inseriti elementi da lui stesso ritenuti estranei. Uno così non dovrebbe piacere al centro-destra ma la politica fa scherzi strani, nonostante “Re Giorgio” abbia certo favorito la caduta di Berlusconi e l’avvento di Mario Monti nel primo Governo di larga coalizione della nostra storia recente.

Nel 2013 la politica è ancora più in crisi. Le elezioni politiche hanno dato una “non vittoria” alla coalizione di centro-sinistra, praticamente raggiunta dal centro destra e superata dal Movimento 5 Stelle in piena fioritura. Bersani, già fermato da Napolitano nella sua richiesta di avere un incarico per formare un Governo, viene stroncato nelle prime votazioni da accordi confusi (prima per eleggere il solito Marini con la destra, poi Prodi con la sinistra, sperando in un voto pentastellato), e trappole (la carica dei 101). A quel punto, more solito, rientra in gioco Berlusconi che propone, per superare lo stallo, la rielezione di Napolitano. La Costituzione non la vieta ma lo strappo con l’uso costante è fortissimo ma viene giustificato dalla paralisi che ha colpito sia il Parlamento, con un voto che non ha indicato una maggioranza, sia la stessa elezione presidenziale, stante il NO del Movimento 5S ad appoggiare un candidato del centro-sinistra, e la stessa indisponibilità di questo schieramento a votare Stefano Rodotà, che pure dalle fila del centro sinistra proviene ma che Grillo usa come bomba per abbattere Bersani. Napolitano sarà, quindi, eletto con 752 voti e, dopo un discorso che è più un programma politico che altro, favorirà la nascita del governo Letta di grande coalizione.
Nel 2015, come di fatto annunciato, Napolitano, ingravescente etate, si dimette. Al Governo ora abbiamo Matteo Renzi, che guida una coalizione Pd-Ncd ed altri. Ncd è la puntarella di centro destra che non ha accettato il diktat di Berlusconi nel settembre 2013 e non ha lasciato il Governo (Letta), rimanendo poi con Renzi dopo il non indolore cambio della guardia. Il toscano pigliatutto, Renzi, è anche segretario del partito e capisce che per evitare di fare la fine di Bersani deve aprire alle opposizioni interne. Per questo accetta un nome condiviso, facendo saltare per aria l’accordo in atto con Berlusconi. Il prescelto è, come sappiamo, Sergio Mattarella, che non incontro il placet ma nemmeno il niet di Berlusconi, mentre il solo Movimento si ostina su un suo candidato di bandiera (la stranezza è che oggi il Movimento voterebbe in ginocchio Mattarella 2!). 652 grandi elettori mandano al Quirinale un gentiluomo che vivrà una stagione difficile nella quale, sia pure in maniera felpata, la Presidenza avrà un ruolo politico determinante, soprattutto dopo il nuovo pareggio a tre nelle politiche 2018 ed i governi girandola che stiamo vivendo, con l’aggiunta del Covid.

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