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Suor Sabrina: “Vi racconto la mia esperienza di missionaria in Argentina, dove la Provvidenza non ha mai fine”

Domenica 23 ottobre la Chiesa Cattolica celebra la Giornata Missionaria Mondiale. Suor Sabrina Cavazzana della Congregazione di San Francesco di Sales ha vissuto sette anni in America Latina; dal 2021 è nella Diocesi di Alife-Caiazzo

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Mi sono sentita subito ben accolta. Essendo italiana, tutti mi avvicinavano e si preoccupavano di farmi sentire a casa, dicendomi “Anch’io sono italiano”; in Argentina, paese che ha accolto numerosi immigrati italiani, è ancora forte il legame con le radici e di conseguenza il senso dell’accoglienza per chi arriva dal nostro Paese.

Suor Sabrina Cavazzana, della Congregazione religiosa di San Francesco di Sales, alla vigilia della Giornata Missionaria Mondiale che si celebra domani in tutta la Chiesa (il Messaggio del Papa), ci racconta la sua esperienza di missionaria di in Argentina. Nata ad Abano Terme, in provincia di Padova, impegna la sua vita di religiosa tra la pastorale e l’insegnamento nella scuola primaria; poi dal 2013 al 2020 l’esperienza in America Latina dove le suore di San Francesco di Salse sono presenti con quattro missioni. Al rientro una breve esperienza in Casa famiglia; a settembre 2021 arriva nella Diocesi di Alife-Caiazzo, dapprima nella comunità delle Salesie a Piedimonte Matese e poi in quella di Alvignano, qui insegna ma mantiene impegni pastorali a Piedimonte nella Parrocchia di Santa Maria Maggiore, oltre che nell’Ufficio catechistico diocesano.
Ci racconta l’esperienza in Argentina come un momento di profonda crescita personale: la fede dei più poveri infatti le insegnerà che Dio soccorre sempre chi chiede aiuto; la sua testimonianza è anche invito a ripensare il nostro concetto di dono, di carità, di condivisione della Parola di Dio.

Suor Sabrina con un gruppo di giovani volontari

di Annamaria Gregorio*

Suor Sabrina, raccontaci della tua missione in Argentina. Dove hai vissuto? Di cosa ti sei occupata?
Ho vissuto a Cordoba, città con oltre un milione e mezzo abitanti. La mia esperienza si è concentrata su due parrocchie di periferia: la Comunità di Arguello e quella di Colinas del Cerro; la prima di queste con più di centomila abitanti era suddivisa in 14 “cappelle”, come se fossero state quattordici piccole parrocchie. A quel tempo c’erano solo due sacerdoti per tutta la zona e noi suore eravamo in tre avendo in cura una di queste cappelle. Tutta la vita pastorale era concentrata in un salone dove si svolgevano moltissime attività soprattutto con i bambini e i giovani: il doposcuola, la catechesi, la formazione del gruppo della Cresima…Avevamo poi l’incarico della comunione agli ammalati, e tante altri, coadiuvati dalle famiglie e da numerosi volontari.

Cosa ti ha colpito di questa esperienza?
Ho trovato una povertà che non mi aspettavo; sono andata un po’ in crisi per questo, perché mi convincevo che tutta la mia voglia di conoscere o di aiutare non avrebbe risolto nessuno dei problemi che vedevo. “Ma allora perché sono qui? – mi chiedevo – che cosa dovrò fare?” Poi mi sono accorta che non era tanto il “fare”, ma l’esserci, essere presente, essere vicina, ascoltare che avrebbe fatto la differenza. Tutto si è trasformato in ricchezza di fede per me, una fede nuova alimentata da quella della gente, di tutti, soprattutto dei più poveri, che credono fermamente che “Dio provvederà”.  L’affidarsi alla provvidenza di Dio mette in moto un bellissimo scambio di amore: porto con me la bellissima testimonianza della popolazione di ceto più alto che si offriva volontaria, e per fede ede ci chiedeva “cosa posso fare per gli altri, cosa posso offrire?”. Tutto questo mettersi a disposizione della comunità, perché tutto appartiene a tutti, “contagiati” da una grande solidarietà, questo sentirsi fratelli, condividere e non rimanere sulle proprie sicurezze io l’ho imparato in Argentina.

Hai citato la Provvidenza…
In missione ho capito che la provvidenza arriva quando non hai niente. Qui in Italia, in Europa, siamo abituati oltre ad avere tutto, ad avere sempre delle riserve in casa, (più pacchi di pasta, più sale, più zucchero, più biscotti…). In Argentina non è stato così: anche noi suore dovevamo vivere di quello che arrivava, di quello che ci donavano. L’idea di accumulare riserve alimentari è fuori da ogni logica: quel poco che hai in terra di missione, non è per te, ma per i poveri… di conseguenza anche la nostra dispensa era spesso vuota.

Quali certezze muovono il coraggio di un missionario?
Una volta ci siamo ritrovate con un solo litro di latte da dividere tra molti bambini. In cucina c’era un quadro di San Giuseppe alla parete… Ho pregato: “Tu che sei stato così attento e buono con Gesù, devi prenderti cura anche dei nostri bambini”. Dopo un’ora hanno suonato alla porta portandoci in dono litri di latte per tutti. La fede alimenta altra fede e rafforza la speranza, e soccorre i bisogni del mondo. In Occidente, abbiamo persino smesso di chiedere aiuto a Dio perché convinti di avere troppe solide sicurezze; sperimentare invece di essere vuoti per chiedere con fede è un cammino di crescita legato non solo ad una situazione materiale, ma anche spirituale…

Raccontaci la vita delle parrocchie in Argentina. Come si svolge? Cosa si fa?
C’è molta partecipazione e coinvolgimento da parte della gente a partire dalla Messa: l’omelia oltre che un’esperienza di ascolto si trasforma in occasione per mettere in comune le risposte alle domande che il Signore pone a ciascuno, creando un clima di famiglia nell’assemblea. Un’altra cosa positiva è quella che io chiamo pastorale avanzata che consiste nell’affidare le attività della parrocchia quasi completamente ai laici. La carenza di sacerdoti è affrontata responsabilizzando e formando validi collaboratori tra i laici e le religiose, avendo fiducia nel loro operato. Avevamo la Celebrazione della Messa ogni due settimane per cui tutto il resto era affidato ad incontri di preghiera e di catechesi, oltre all’esperienza di opere caritatevoli. Il tempo riservato alla formazione dei bambini è sempre caratterizzato dal gioco e da un confronto su come la Parola sia provocazione e risposta alla vita di tutti i giorni; tra loro, come segno visibile non manca mai il libro dei Vangeli e una lampada che arde davanti.

Al di fuori della grande famiglia parrocchiale, com’è il rapporto tra le piccole chiese locali e le Istituzioni laiche?
Sulla scorta della mia personale esperienza ricordo l’assenza di collaborazione con il Comune di Cordoba. Un punto di riferimento sicuro restano le iniziative personali o di associazioni, che sopperiscono a queste pesanti assenze e cercano di arrivare dove c’è bisogno. Un lavoro encomiabile svolge l’Associazione “Manos abiertas”, fondata nel 1992 dal gesuita Padre Angelo Rossi. Con il suo motto “Amar y servir” si occupa di chi vive in solitudine e nella fragilità, ora sviluppatasi in dodici città; svolge tutte le attività: dalla formazione dei volontari, agli interventi in rete con il territorio, con le parrocchie, con altre associazioni. In questo modo gli aiuti arrivano senza ricorrere a strutture istituzionali.

La Giornata Missionaria Mondiale di domani, 23 ottobre 2022, porta il titolo “Di me sarete testimoni”. Cosa hai portato qui della tua esperienza in Argentina: Come si vive la “testimonianza” anche qui, in Italia, nelle comunità che hai conosciuto e dove risiedi attualmente?
Il testimone è colui che ha incontrato Cristo e come lui si mette in cammino con l’umanità che attende risposte e speranze.
Dall’Argentina mi porto, insieme al dolore per la disparità tra ricchi e poveri, una effervescenza della vita che si realizza nonostante tanta povertà grazie alla Fede viva, semplice e autentica.
Tornando in Italia dopo sette anni ho notato la differenza: l’invecchiamento di alcune prassi pastorali, la staticità delle iniziative, la paura del nuovo, il volersi per forza appoggiare a delle sicurezze prima di compiere un passo. In Argentina ci si affida… può essere giusta o meno una sorta di programmazione, bisogna anche lasciarsi un po’ andare e affidarsi a Dio, perché altrimenti si rischia di non fare nulla e lasciar passare gli anni, rimanendo nell’immobilismo. Sono tornata diversa, cambiata; il mio sguardo sembra che vada più al cuore delle persone. Vedo tante ragazze e ragazzi per strada che tornano da scuola; vedo davanti ai miei occhi gli ottanta animatori del GrEst dell’estate scorsa e mi chiedo “Cosa cercano questi giovani? Cosa vogliono? Si chiedono che senso ha la vita?” e io cammino con loro, provo a mettere dentro di loro degli interrogativi, non ho risposte, però è così bello pensare che lì c’è vita e dove c’è vita può esserci la fede.

*Direttore Ufficio diocesano per la Cooperazione missionaria tra le Chiese

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