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    Home»Chiesa e Diocesi»Commento al Vangelo della seconda domenica di Avvento: il deserto, condizione salutare
    Chiesa e Diocesi

    Commento al Vangelo della seconda domenica di Avvento: il deserto, condizione salutare

    Redazione2 Dicembre 2022Nessun commento

    Comunità Monastica di Ruviano (Clicca)
    di P. Gianpiero Tavolaro

    Seconda domenica di Avvento
    Is 11, 1-10; Sal 71; Rm 15, 4-9; Mt 3, 1-12

    «Razza di vipere! … Non crediate di poter dire: “Abbiamo Abramo per padre!”… colui che verrà dopo di me… brucerà la pula con un fuoco inestinguibile!». Queste parole, che il Precursore rivolge a farisei e sadducei, mantengono una straordinaria attualità per la comunità credente: esse non sono parole di una “circostanziata” minaccia, ma esprimono un grido che intende scuotere l’uomo “religioso”, per sottrarlo al torpore dal quale è assediata, di continuo, la sua vita e che nasconde il tentativo, sempre rinnovato, di una auto-rassicurazione, in grado di far convivere riti, elemosine e parole cristiane con una bieca e responsabile mediocrità incapace di volgere lo sguardo verso l’alto, per scorgere nell’oggi della storia l’oltre di Dio e la sua alterità.

    La questione che questa pagina di evangelo intende sottoporre all’attenzione del suo lettore/ascoltatore è, dunque, quella dello sguardo: “verso” chi rivolgerlo e “come” rivolgerlo! Le osservanze sono, infatti, la cosa più facile e rassicurante di ogni religione, ma ne costituiscono anche la vera e più pericolosa tentazione: se il rapporto con Dio è sempre mediato da elementi e forme accessibili all’uomo, è sempre forte il rischio di tramutare quegli elementi e quelle forme da mezzo a fine! E questo è esattamente ciò che, mediante le categorie di “farisei” e “sadducei”, l’evangelo intende esprimere: i farisei, infatti, sono coloro che hanno fatto un idolo della Torah con le sue prescrizioni, mentre i sadducei sono coloro che hanno ridotto il Tempio e il culto a idolo che rassicura.

    Entrambe queste categorie, dunque, si trincerano dietro la certezza di essere figli di Abramo, senza rendersi conto di essere, in realtà, una “razza di vipere”, cioè figli di un serpente che ha il sé un veleno insidioso e portatore di morte. Il Battista invita così a cambiare il proprio sguardo, a partire dal suo orientamento: egli invita a dirigere lo sguardo verso l’essenziale, vale a dire verso il Signore. La conversione, il cambiare mente, al quale Giovanni invita, non è un mutare i propri pensieri con pensieri migliori: è, invece, mutare i propri pensieri e le proprie idee con i pensieri e le idee di Dio, perché solo in tal modo cambieranno sia il termine del proprio sguardo, che lo stesso modo di vedere. Solo guardando a Lui, infatti, diviene possibile scorgere l’essenziale ed essere sottratti alla tentazione di trasformare il mezzo in fine, il relativo in assoluto.

    L’iconografia cristiana ha ben compreso tutto questo, rappresentando il Battista con un indice puntato, come segno della direzione verso cui indirizzare! In tal modo, il Battista diviene una via preparata al Signore. L’Evangelo parla, a questo proposito, di deserto: è questo il “luogo” (ossia la condizione) nella quale risuona quella voce, che è Giovanni: il deserto, infatti, è la condizione dell’uomo che sta nell’isolamento da tutto ciò che è vita e che consente di vivere. Occorre, allora, riconoscere questi deserti, perché se ci si ferma in essi – illudendosi magari di trovare in essi la vita – si muore; occorre puntare lo sguardo sul Veniente, che visita l’uomo proprio nei suoi deserti. Gesù, infatti, dopo essere apparso, all’inizio dell’evangelo, in una fila di peccatori al Giordano, immediatamente andrà nel deserto, per incontrare l’uomo bisognoso di salvezza e annunciargli la prossimità del Regno dei cieli, che in Lui è stato inaugurato.

    Il deserto, però, significa anche l’esodo salutare da compiere: bisogna uscire da sé, dalle proprie sicurezze “religiose”, per andare verso un luogo in cui non c’è nulla se non quella voce che grida e mostra Colui che viene! Questo è il punto nodale: la fede alla quale il Battista invita è adesione a un Qualcuno, non a un complesso di idee o a un apparato di riti. E questo Qualcuno che viene immerge nel fuoco, segno di ciò che distrugge purificando, ma anche di amore vivificante. Si deve, però, essere disposti a farsi toccare da questo fuoco: non si può rimanere neutrali dinanzi al Signore che viene. Solo chi ha imparato a volgere lo sguardo a questo Qualcuno attende veramente la sua venuta: solo chi è disposto a incontrarLo nei propri deserti, in essi e da essi potrà essere liberato!

    Commento al Vangelo giovanni battista II domenica di Avvento Parola di Dio Sacra Scrittura

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